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Opinioni
Coronavirus
22 Aprile 2020
13:29

Il Coronavirus siamo noi. E l’unico vero antivirus è la cura per la Terra

Distruggiamo le foreste pluviali, alleviamo animali in condizioni disumane, viaggiamo in aereo da un capo all’altro del mondo senza sosta, e respiriamo aria inquinata, intrisa di veleni e polveri sottili. Forse è il caso di dirselo forte e chiaro: se un virus ha fatto tanti danni nel mondo la colpa è soprattutto nostra. E ora occorre cambiare, se non vogliamo accada di nuovo.
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Non ci sono le manifestazioni planetarie dello scorso anno, e a quanto pare non c’è nemmeno troppa voglia di dedicare tempo e spazio sui media alla giornata mondiale della Terra. Eppure, nonostante oggi il presente della pandemia sembra aver cancellato qualunque ipotesi di futuro, sostenibile o meno, non c’è momento migliore per pensare al nostro rapporto col pianeta in cui viviamo. Perché possiamo negarcelo finché vogliamo, ma questa pandemia di Coronavirus racconta tantissimo di quel che siamo. Soprattutto, racconta benissimo cosa dobbiamo fare a partire da oggi per evitare che crisi come quella che stiamo vivendo diventino la nuova normalità, e di subirne a intervalli ciclici gli effetti disastrosi.

Ad esempio, oggi sappiamo che tra le cause di epidemie come quella che stiamo subendo c’è la distruzione delle foreste pluviali: “Invadiamo foreste tropicali e altri paesaggi selvaggi, che ospitano tantissime specie di animali e piante – e all'interno di quelle creature, tantissimi virus sconosciuti”, ha scritto di recente sul New York Times David Quammen, pluricitato autore di Spillover, il libro che racconta il fenomeno della zoonosi, il salto di specie dei virus dagli animali all’uomo, come il grande rischio dei decenni a venire. Ecco: ogni anno l’uomo distrugge dai 7 ai 12 milioni di ettari di foresta vergine, una porzione di territorio delle dimensioni del Portogallo. Non è solo una questione di riscaldamento globale, quindi – la deforestazione è la terza causa di emissione di gas serra dopo il carbone e il petrolio -, ma anche di salute umana.

L’80% di quella deforestazione serve per l’agricoltura intensiva necessaria a dare da mangiare agli animali che alleviamo. E gli allevamenti intensivi, al pari dei mercati di animali vivi come quello di Wuhan in cui si è avvenuto il salto di specie dal pangolino all’uomo del Covid – 19 sono uno dei principali alvei di sviluppo dei nuovi virus: il morbo della mucca pazza, l’influenza aviaria e quella suina sono solo alcuni esempi. Come osservano lo scrittore Johnatan Safran Foer e lo scienziato Aaron S Gross in un loro recente op-ed sul giornale inglese The Guardian “di 16 ceppi di nuovi virus influenzali attualmente identificati "di particolare interesse” dal Centro di previsione e controllo delle malattie (Cdc) , 11 provengono da virus del tipo H5 o H7. Nel 2018 un gruppo di scienziati ha analizzato i 39 "eventi di conversione", che sappiamo giocare un ruolo chiave nell'emergere di questi ceppi particolarmente pericolosi”. I loro risultati  – concludono Safran Foer e Gross dimostrano che "tutti tranne due di questi eventi sono stati riportati nei sistemi di produzione di pollame commerciale".

Sappiamo anche che il trasporto aereo di massa è un’altra delle principali cause di disseminazione del contagio, da un luogo all’altro del mondo. E se fino a ieri irredevamo Greta Thumberg per il suo rifiuto a viaggiare in aeroplano e Alexandria Ocasio Cortez per il suo green new deal che aveva come obiettivo di lungo periodo l’eliminazione dei voli interni negli Stati Uniti d’America, oggi dobbiamo prendere atto che viaggiare meno non fa bene solamente all’aria che respiriamo – il trasporto aereo è causa del 3% di tutta la CO2 emessa dagli Stati Uniti d’America  -, ma potrebbe anche diminuire l’indice di contagio di uno di questi nuovi virus. In questa pandemia abbiamo scoperto le video conferenze e lo smart working. Portarceli appresso anche nella nuova era della post-pandemia, anziché prendere aerei per condurre una trattativa a Shanghai o per un meeting a Singapore, potrebbe essere una buona idea. Fatevene una ragione, globe-trotter.

Andiamo avanti: oggi sappiamo anche che i virus che arrivano dalle foreste, saltano di specie negli allevamenti intensivi e viaggiano in giro per il mondo con gli aeroplani, fanno danni enormi se atterrano in Paesi o in zone con un alto livello di inquinamento atmosferico. Prendetela con le pinze: per ora questa è un’ipotesi che non trova consenso unanime nella comunità scientifica. Tuttavia, ci sono già diversi studi scientifici – il più citato, quello dell’Università di Harvard – che affermano che i tassi di mortalità per Covid-19 aumentano di circa il 15% nelle aree con un lieve aumento dei livelli di inquinamento da particelle fini negli anni precedenti la pandemia. Il caso della Pianura Padana, l’area più inquinata d’Europa, in cui il tasso di mortalità da Coronavirus è doppio rispetto al resto dell’Italia, suona come una sinistra conferma di questa ipotesi.

Possiamo ignorare tutto questo: del resto, stiamo ignorando parecchia roba: gli incendi devastanti in Australia, Siberia, Amazzonia, le microplastiche trovate sul suolo antartico, la prossima estate senza ghiaccio al Polo Nord, le orde di locuste che stanno devastando il Corno d’Africa e che si prevede arrivino in Marocco entro l’autunno. Poi però non lamentiamoci troppo delle colonne di mezzi militari che trasportano carri funebri, o degli effetti economici devastanti del lockdown necessario a sconfiggere la pandemia. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Soprattutto se la Terra gli sta urlando nelle orecchie di smetterla.

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro. 15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019)
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