“I miei figli mi chiedono di non riempire tutto il loro tempo libero: basta con l’iperproduttività dei bambini”
Centri estivi, nonni, ferie da incastrare e spese extra: per molte famiglie i tre mesi senza scuola diventano una corsa a ostacoli. Fanpage.it raccoglie le storie di genitori e le loro difficoltà nella gestione della famiglia, se anche tu vuoi segnalarci la tua storia scrivi a segnalazioni@fanpage.it o compila questo form
"La prima cosa che faccio a fine agosto, quando escono i calendari scolastici dei miei figli, è inserirli nel mio calendario di lavoro", Giulia racconta a Fanpage.it che per lei l'anno scolastico comincia così. Non con la prima campanella, ma con un calendario.
Due figli, 8 e 11 anni, due genitori che lavorano e una domanda che ogni anno torna puntuale: come si organizzano tre mesi senza scuola?
Giulia vive nella zona 4 di Milano. Lavora nel terzo settore, il marito in un'azienda del settore tecnico. Negli anni hanno trovato un loro equilibrio, fatto di lavoro, part-time, ferie, nonni e una rete di persone costruita anche nel quartiere. Lei stessa lo dice subito, "io mi considero fortunata". Ha dei nonni che possono dare una mano, anche se non tutti vivono vicino. Ha conosciuto famiglie e realtà del territorio su cui può contare. Ma anche con tutte queste possibilità, quando la scuola chiude bisogna ricominciare a fare i conti. "Non è solo un fatto di opportunità, di possibilità, di giorni, numero di giorni di ferie, di dove mettere ‘sti bambini".
Tre mesi da incastrare
Durante l'anno la scuola scandisce le giornate. Ci sono gli orari, la mensa, le attività, l'uscita, gli amici, la routine. Poi arriva giugno e la situazione cambia. Per Giulia e suo marito significa distribuire al meglio queste settimane. "Una parte dell'estate i bambini possono stare con i nonni. Alcuni vivono lontano, a Modena, e negli anni è capitato anche che i nonni prendessero il treno per raggiungere i nipoti", ci racconta Giulia.
Lei stessa, negli anni, ha fatto scelte lavorative anche in funzione dei figli. "Per un periodo ha lavorato con un contratto part-time al 70 per cento, non solo per le vacanze, anche per poterli accompagnare, esserci all'uscita da scuola, partecipare alle feste e agli appuntamenti che spesso si svolgono proprio durante l'orario di lavoro. Ho sempre cercato di esserci", racconta. Ma esserci ha un costo. A volte è economico, altre volte è professionale. E non tutte le famiglie possono permetterselo. "Basta avere un lavoro su turni, non avere i nonni vicino, non avere flessibilità, e la situazione cambia completamente".
Il centro estivo non risolve tutto
Una delle risposte più immediate alla chiusura delle scuole sono i centri estivi. Ma anche qui bisogna fare i conti con il prezzo. "Tre settimane di centro estivo per due bambini possono arrivare a costare quanto l'affitto di una casa per una vacanza". E poi c'è la distanza. Per anni Giulia ha portato i figli in un centro estivo. Il problema principale era la distanza. "Era un bellissimo centro estivo, però era dall'altra parte di Milano". Sembra un dettaglio. Non lo è. Se entrambi i genitori lavorano, accompagnare i figli dall'altra parte della città e poi tornare a prenderli può diventare un lavoro nel lavoro. E non c'è solo la questione organizzativa.
Giulia, che lavora nel terzo settore e conosce da vicino il mondo educativo, insiste anche sulla qualità dei servizi. "Non tutti i contesti di centro estivo hanno lo stesso valore educativo". Non basta quindi trovare un posto dove lasciare i bambini. Ci sono bambini che hanno bisogno di persone che sappiano leggere situazioni e bisogni diversi. "La gratuità da sola non basta. Ci vogliono educatori, continuità, attenzione".
Anche i bambini hanno bisogno di una pausa
Organizzare l'estate significa anche decidere quanto riempirla. I due figli di Giulia sono diversi. Uno vive con più fatica la distanza dalla scuola, dalla routine e dai compagni. L'altro, invece, vive la scuola con maggiore difficoltà e avrebbe bisogno di pause più frequenti. E poi c'è il bisogno, molto semplice, di non fare niente. "I miei figli lo chiedono: non mandateci al centro estivo tutte le settimane sempre, perché se è vacanza vorrei potermi alzare con calma la mattina e magari fare un giretto al parco". È una frase che cambia la prospettiva. Perché l'estate non può essere soltanto una grande operazione di incastro per gli adulti. Deve essere anche vacanza per i bambini.
Giulia parla di una sorta di "iperproduttività" dei bambini: settimane organizzate, attività, sport, laboratori, centri estivi. "Abbiamo riempito anche il tempo dei bambini", dice, e invece a volte vorrebbero semplicemente dormire un po' di più, andare al parco, stare con gli amici.
Il welfare che nasce dal quartiere
Eppure, quando parla della periferia, Giulia non racconta soltanto quello che manca. Anzi. Una parte importante della sua esperienza è fatta proprio dalle persone che ha incontrato nel quartiere. La scuola, l'associazione genitori, di cui lei stessa fa parte e le associazioni del territorio. Realtà che negli anni hanno costruito progetti insieme, anche attraverso iniziative come "Scuole aperte", che permettono di utilizzare gli spazi scolastici al di fuori delle lezioni. Musica, teatro, lettura, sport. Attività che per i bambini significano occasioni, ma anche relazioni. E per le famiglie possono significare qualcosa di ancora più concreto: poter offrire ai figli un'attività che altrimenti forse non potrebbero permettersi.
Il problema è che spesso queste iniziative dipendono dai finanziamenti. Giulia racconta, per esempio, di un progetto di centri estivi gratuiti per ragazzi più grandi."L'anno precedente aveva funzionato molto bene, c'erano state molte adesioni. Poi il finanziamento non è stato confermato e il progetto è scomparso". "Al genitore che non segue tutto il sistema dei bandi viene da chiedersi: ma perché l'anno scorso mio figlio ha potuto fare il centro estivo e quest'anno no?"
La domanda è semplice, la risposta, invece, è dentro un sistema fatto di bandi, scadenze e finanziamenti che per una famiglia non sempre sono comprensibili. Soprattutto c'è un problema che non si considera così spesso, i bisogni delle famiglie non finiscono quando finisce un finanziamento.