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“Ho abortito mentre in sala d’attesa i genitori festeggiavano la nascita dei figli: è stato disumano”

“Vorrei dire a chi si è trovata o si troverà nella mia situazione, che qualunque sia la motivazione che le ha portate ad abortire, è giusto che vengano sempre trattate con dignità”. La storia di Agata: “Il medico mi ha detto ‘c’è pure il battitino’, non avrebbe dovuto farlo”.
A cura di Natascia Grbic
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La storia che state leggendo è stata raccolta per la prima volta da Obiezione Respinta, che ringraziamo. Se avete avuto difficoltà ad abortire e volete raccontare la vostra storia, scrivete a segnalazioni@fanpage.it.

"Prima di darmi la prima pillola per interrompere la gravidanza, il ginecologo mi ha fatto un'ecografia. Ha girato lo schermo verso di me dicendo ‘Ecco, c'è pure il battitino'. Non so se gli è venuto spontaneo, ma se lo poteva risparmiare. Ho saputo solo dopo che non avrebbe dovuto nemmeno farmi vedere il monitor". Agata è una donna di 38 anni, vive in Sardegna, e lo scorso anno ha deciso di abortire. Il problema, spiega, non è stato accedere all'interruzione volontaria di gravidanza, ma tutto quello che è successo durante il procedimento. Il fatto che sul suo percorso non abbia incontrato obiettori di coscienza non vuol dire che sia andato tutto bene. Perché su una donna che abortisce pesa, tutt'oggi, uno stigma, anche di chi non è ideologicamente contrario.

"Quando ho scoperto di essere incinta, io e il mio compagno abbiamo deciso di comune accordo di non portare a termine la gravidanza – spiega Agata. – Su consiglio di un'amica sono andata a fare una visita in ospedale. La dottoressa mi ha ricevuto nel reparto di ginecologia e ostetricia, lo stesso dove ci sono i neonati. Quando sono entrata nel reparto me ne sono trovata sette davanti. Ero in preda a un forte scombussolamento ormonale. La vista di quei bambini mi ha così turbata che mi sono persino scordata di dire alla ginecologa che avevo l'utero retroflesso. È assurdo che in ospedale non ci sia un reparto dedicato alle Ivg". Ma questa non è stata la sola cosa che ha spiazzato Agata. "Prima di fare la visita ho detto a un'infermiera che stavo aspettando salisse anche il mio compagno. Mi ha guardata malissimo, rispondendomi ‘vedi altri papà qui?'. Non ho risposto, ma noi eravamo lì per un'altra cosa. L'ho trovata molto indelicata".

Quando Agata torna in ospedale per prendere la prima pillola abortiva, viene sottoposta a un'ecografia. E, come è capitato anche a tante altre donne, il medico di turno le fa sentire il battito dell'embrione. "Prima di darmi la pillola per interrompere la gravidanza, il ginecologo mi ha fatto un'ecografia. Ha girato lo schermo verso di me dicendo ‘Ecco, c'è pure il battitino'. Non so se gli è venuto spontaneo, ma se lo poteva risparmiare. Ho saputo solo dopo che non avrebbe dovuto nemmeno farmi vedere il monitor".

Agata la prima pillola la prende nella stessa sala d'attesa dove le donne attendono per fare i monitoraggi. "Anche questo non mi è piaciuto, sia per me sia per loro", aggiunge. A distanza di due giorni, Agata torna in ospedale per la seconda compressa. "Dato che era una domenica, ho pensato che fortunatamente non c'erano le ragazze che dovevano fare i tracciati. Non è andata così, e mi hanno messo in una sala d'aspetto con le mamme, i papà, i neonati. Insomma, tutte famiglie felici. Quando mi hanno dato la seconda pillola, pensavo mi facessero accomodare in una sala a parte, che mi avrebbero dato una poltrona dove poter stare in intimità con il mio compagno. E invece mi hanno fatto rimanere lì, seduta su una sedia in mezzo a decine di persone, dicendomi che avrei avuto gli stessi dolori delle mestruazioni, magari un po' più forti".

Così non è stato. "Ero in presa a dolori atroci, folgoranti. Sono dovuta correre al bagno perché ho iniziato a vomitare. Mi sono trovata piegata in due tra mamme e papà in festa. Mi sono sentita spogliata di ogni dignità". Una volta uscita dal bagno, Agata si è affacciata alla porta dell'ambulatorio per chiedere aiuto al personale sanitario. "Ho detto loro che stavo malissimo, non mi reggevo in piedi e continuavo a vomitare. Ho chiesto cosa dovevo fare. Nessuna di loro si è alzata dalla sedia, mi hanno guardata con disprezzo, come fossi una che si stava semplicemente lamentando per il dolore. Mi hanno risposto ‘eh vabbè, questi sono i dolori che avrai più o meno tutto il giorno. Tra mezz'ora ti diamo un'altra pillola e poi te ne vai a casa".

Tornata dall'ambulatorio, le cose peggiorano. "I dolori sono aumentati e ho cominciato a delirare. Tutto questo sempre nella sala d'attesa sotto gli occhi di decine di persone. Pregavo di poter svenire in modo da non dover più sopportare quell'umiliazione. Non erano le condizioni in cui mi sarei voluta far vedere da qualcuno, ed ero terrorizzata che in quella sala entrasse qualcuno di mia conoscenza".

Dopo quindici giorni, Agata è andata a farsi visitare per vedere se aveva espulso tutto. "La dottoressa mi ha detto che era tutto a posto e stavo ovulando. Peccato che non era vero, perché poi sono andata dalla mia ginecologa di riferimento, ero piena di residui. Un'incompetenza dopo l'altra. Alla visita mi era stato anche detto che dopo la prima mestruazione sarei dovuta andare dalla mia ginecologa. Ma se io non ne avessi avuta una? Se non avessi avuto i soldi per pagarla? Capisco che hanno molte pazienti e che si occupano più del lato che riguarda le gravidanze. Ma abortire non è una cosa di contorno, non va trattato come un fatto di poca importanza".

Ciò che Agata non riesce proprio a dimenticare, è l'essere stata messa insieme con donne incinte e che avevano partorito da poco. "Mi hanno raccontato di ragazze che hanno avuto gravidanze extrauterine messe in stanza con chi aveva partorito. È incredibile come non si capisca che una persona che sta soffrendo, emotivamente e fisicamente, non va messa in camera con chi non è in quella condizione".

"Ho avuto l'impressione di non essere stata trattata come una persona perché stavo abortendo. Era come se ai loro occhi, avendo fatto una scelta di questo tipo, non avessi diritto a essere trattata come tale. Come a dire ‘tanto stai facendo un aborto, ti mettiamo in sala d'attesa e fatti tuoi. D'altronde problemi non ne hai, clinicamente stai bene, tanto non crepi e non stai dando alla luce un bel niente. Facciamo in modo di sbrigare le pratiche il più velocemente possibile'".

Visto il trattamento poco dignitoso ricevuto, Agata ha deciso di scrivere all'ospedale per denunciare l'accaduto e chiedere spiegazioni. "Ho scritto all'Ufficio relazioni con il pubblico e non mi hanno mai risposto. Ho scritto anche alla primaria, non ho avuto risposta nemmeno da lei. E allora mi sono rivolta a Obiezione Respinta, in modo che la mia storia non rimanesse inascoltata".

"La cosa più grave di questa testimonianza è il fatto che la persona in questione ha avuto una pessima esperienza interfacciandosi con personale non obiettore, che quindi in teoria dovrebbe essere Pro Choice – ha dichiarato Eleonora Mizzoni, di Obiezione Respinta -. Questa non è la prima testimonianza di questo tipo, col tempo ci siamo rese conto di come il tasso di obiezione così alto, il 70%, non è solo un numero, ma identifica un campanello d'allarme legato al fatto che in Italia c'è un grosso problema culturale legato allo stigma sull'aborto. Questo problema culturale investe anche molti professionisti sanitari non obiettori".

"Rispetto alla questione della stanza condivisa: non possiamo non pensare che il definanziamento della sanità pubblica possa portare a situazioni di questo tipo. Riguardo la sua esperienza rispetto all'Ivg farmacologica, ci teniamo a dire che secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'Ivg farmacologica è uno dei metodi più sicuri che esistono, tanto da essere consigliato fino alla 12esima settimana. In Italia, e solo da pochi anni, è consentito solo fino alla nona. Sempre l'Oms consiglia che sia fatta a casa o in consultorio, ma quando trattiamo questo tema la risposta che viene data è che è pericoloso che le donne abortiscano a casa senza assistenza medica. Allo stesso tempo abbiamo segnalazioni di questo tipo, dove le persone hanno una pessima esperienza, non legata all'aborto, ma al trattamento ricevuto. Non è questa l'assistenza di cui abbiamo bisogno. Una testimonianza di questo tipo interroga anche sull'emendamento al Pnrr che permetterà agli antiabortisti di entrare nei consultori: fa rabbrividire perché la situazione è già drammatica, con loro andrà solo peggio".

"Quello che vorrei passasse dalla mia storia è che la colpa non è mai di sceglie di interrompere una gravidanza – conclude Agata -. Il trauma lo creano gli altri. Molte credono sia normale essere trattate così, ma non lo è. Vorrei dire a chi si è trovata o si troverà nella mia situazione, che qualunque sia la motivazione che le ha portate ad abortire, è giusto che vengano sempre trattate con dignità. Non è giusto che il senso di colpa sia instillato dal personale medico. L'aborto non deve diventare un trauma per colpa degli altri".

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