Giovanni Lo Porto, rapito da 22 mesi. Le ONG: “Non dimentichiamolo”

A cura di D. F.
italiano rapito in pakistan
Del 36enne non si sa nulla dal dicembre dello scorso anno. Per tutti questi mesi la Farnesina ha chiesto il massimo riserbo, ma le indagini sono a un punto morto e ad oggi non si sa neppure chi siano i sequestratori. Per questo il Forum Nazionale del Terzo Settore si è mobilitato ed ha lanciato una campagna: “Non dimentichiamolo”.

Giovanni Lo Porto è un cooperante siciliano di 36 anni che il 19 gennaio del 2012 – mentre lavorava nel sud del Punjab (a cavallo tra Pakistan e Afghanistan) per la ong tedesca Wel Hunger Hife – venne rapito da un gruppo di guerriglieri insieme al collega Bernd Muehlenbeck, di 59 anni. Per mesi nessun gruppo armato ha rivendicato il sequestro, finché poco prima dello scorso Natale è stato messo online un videonel quale Muehlenbeck dichiarava: "Ora siamo in difficoltà. Per favore accogliete le richieste dei mujahiddin. Possono uccide rci in qualsiasi momento. Non sappiamo quando. Può essere oggi, domani, tra tre giorni". Da quel giorno in poi non si è più saputo nulla. Oggi però a farsi sentire è Pietro Barbieri. Intervistato da Repubblica , il presidente del Forum nazionale Terzo settore ha detto: "Siamo affranti, preoccupati e anche un po' arrabbiati. C'è un italiano che da 22 mesi è prigioniero di qualche gruppo jihadista o banda criminale. Ma di lui non si sa assolutamente più nulla".

La linea della Farnesina in questi casi è quella della massima prudenza e discrezione. Tuttavia il lunghissimo silenzio di questi 11 mesi è inaccetttabile. "Per quello che sappiamo – spiega Barbieri – non è stata intavolata alcuna trattativa ma soprattutto non si sa nemmeno chi tenga prigioniero il nostro collega. Siamo veramente preoccupati. E' passato molto tempo e non c'è uno straccio di informazione che ci faccia orientare in questo incubo". Per questo i Forum del Terzo Settore ha lanciato un appello – dal titolo Non Dimentichiamolo – al Presidente della Repubblica: "Giovanni Lo Porto è un operatore umanitario che si è recato in Pakistan per aiutare migliaia di persone sconvolte da un'alluvione eccezionale. Stava facendo ciò che fanno altre centinaia di volontari come lui. Ma è prima di tutto un cittadino italiano. Prigioniero da 22 mesi. Senza sapere che fine abbia fatto, dove si trovi, nelle mani di quale gruppo, in quali condizioni fisiche e psicologiche. L'Italia, il nostro governo e le nostre autorità non possono abbandonarlo".

Ma quali sono le vere ragioni di questo lungo silenzio? "Quella di Giovanni è una famiglia semplice, senza legami e contatti; conosceva appena il lavoro in cui era impegnato il figlio. Ma non è in grado di lanciare una campagna, di tenere alta l'attenzione. Sappiamo che ha dei contatti con l'Unità di crisi della Farnesina". L'appello al Capo dello Stato dunque ha lo scopo di riportare la questione al centro dell'attenzione: "Dobbiamo agire, fare qualcosa, ricordare che c'è un giovane italiano prigioniero da qualche parte tra Pakistan e Afghanistan. L'Italia ha il dovere di rintracciarlo e di riportarlo a casa. Ma non chiedeteci ancora silenzio. Il caso di Giovanni Lo Porto è un caso dimenticato: noi chiediamo a Napolitano e Letta di tenerlo vivo. Di fare tutto il possibile per restituirlo alla sua famiglia e a tutti noi".

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