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6 Settembre 2017
19:59

Fuoricorso e mantenuta dal padre, il problema sono i giudici che giustificano la nullafacenza

I giudici della Corte d’Appello di Trieste hanno condannato un professionista di Pordenone a mantenere la propria figlia, ventiseienne disoccupata e fuoricorso all’università, con un assegno mensile da 350 euro e il pagamento delle spese ordinarie (vitto, alloggio in casa, spese mediche, auto). Secondo i giudici “oggi c’è una certa inerzia nella maturazione che porta all’indipendenza dei giovani ragazzi” e per questo motivo la ragazza, nonostante non studi e abbia rifiutato numerose proposte lavorative, va in un certo senso giustificata.
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Una studentessa universitaria di Pordenone, di 26 anni, disoccupata e fuoricorso, ha fatto causa al proprio padre allo scopo di ottenere per via giudiziaria un mantenimento da 2.577 euro al mese che le avrebbe permesso da un lato di vivere da sola in maniera autonoma in una casa vicino all'università, mantenendo intatto il proprio tenore di vita, per proseguire i propri studi e dall'altro di avere a disposizione un'ulteriore somma, quantificata in 400 euro al mese, da spendere in svaghi vari e altri 1000 euro all'anno per le vacanze. La vicenda ha origine da un presa di posizione del padre della giovane che, visti i continui ritardi nel conseguimento della laurea, ha deciso di ridurle la paghetta a 20 euro a settimana, nel tentativo di spronarla a ultimare il percorso universitario. La studentessa non ha preso bene la decisione del padre e dunque ha deciso di trascinarlo in tribunale, affinché fossero i giudici a ingiungere al professionista pordenonese di pagare la somma mensile richiesta per il mantenimento ordinario e straordinario.

Sebbene questo tipo di pretese non siano in realtà poi così nuove alle cronache e sebbene sia realtà oggettiva che la legge impone ai genitori il mantenimento dei figli incapaci di provvedere economicamente a se stessi, quel che invece dovrebbe indurre a riflettere è l'epilogo di questa vicenda, o meglio le motivazioni della sentenza emessa dai giudici del Tribunale di Trieste. In primo grado la ragazza vinse la causa contro il padre, ottenendo dunque dai giudici il pagamento della somma richiesta. In appello, invece, pur rifiutando la concessione della somma mensile richiesta dalla studentessa ventiseienne, la Corte ha però condannato il padre a pagare un mantenimento di importo inferiore, pari a 350 euro al mese. In primo grado i giudici sostennero che il divorzio dei genitori poteva essere stata la causa del rallentamento della prosecuzione degli studi e che “il progetto formativo della maggiorenne merita ancora del tempo, onde pervenire a una soddisfacente realizzazione, sebbene occorra che la ragazza spenda maggiore diligenza nel portare a compimento gli studi, ovvero progressivamente avviarsi al mondo del lavoro”, condannando il padre a versare un assegno da 500 euro al mese e a coprire le spese sanitarie, universitarie e di divertimento della figlia.

Il padre decise di fare ricorso sostenendo che una persona di 26 anni non può essere considerata una “maggiorenne non autosufficiente” e dunque è giusto garantirle un aiuto economico solo in caso di bisogno, non essere costretti a pagare le scelte di vita, come quella di non laurearsi e di non accettare diverse offerte lavorative. Nonostante le ragioni del professionista, però, seppur operando una riduzione rispetto all'importo concesso in primo grado, i giudici hanno sostenuto che sì, da un lato la scarsa applicazione della studentessa fosse una condotta da censurare, ma che dall'altro lato "oggi c’è una certa inerzia nella maturazione che porta all’indipendenza dei giovani ragazzi”.

Insomma, secondo i giudici sostanzialmente non sarebbe la scarsa forza di volontà della ragazza a rallentare la conclusione degli studi e l'entrata nel mondo del lavoro, ma sarebbe l'allungamento generale dei tempi di maturazione dei giovani di oggi a giocare un ruolo fondamentale rispetto alle richieste della ventiseienne. Sebbene la versione resa dalle cronache tenga conto solamente della "campana" del professionista condannato a mantenere la figlia che lui stesso sembra descrivere come una persona viziata e nullafacente, è anche vero che in questo caso – stando ai dettagli finora noti – non si starebbe parlando di una ragazza che si impegna a studiare e cercare lavoro e, causa contingenze esterne, non riesce a sbarcare il lunario, ma di una persona che invece sembra stia tentando di vivere il più a lungo possibile una vita da adolescente sulle spalle del padre benestante. E le motivazioni rese dai giudici questa sentenza, stando all'attuale versione dei fatti, sono un vero e proprio insulto all'impegno e alla costanza di milioni di giovani studenti che lavorano duramente per riuscire a crearsi una posizione nel mondo e che, loro sì, avrebbero diritto a tutto l'aiuto possibile in caso di difficoltà economiche, aiuto che spesso non hanno alcuna possibilità di ottenere né dalla famiglia di origine e né tantomeno dallo Stato.

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Milanese, classe 1987, da sempre appassionata di politica. Il mio morboso interesse per la materia affonda le sue radici nel lontano 1993, in piena Tangentopoli, grazie a (o per colpa di) mio padre, che al posto di farmi vedere i cartoni animati, mi iniziò al magico mondo delle meraviglie costringendomi a seguire estenuanti maratone politiche. Dopo un'adolescenza turbolenta da pasionaria di sinistra, a 19 anni circa ho cominciato a mettere in discussione le mie idee e con il tempo sono diventata una liberale, liberista e libertaria convinta.
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