Il 12 gennaio 2019 moriva, dopo tre anni di agonia, l'agente penitenziaria Sissy Trovato Mazza. Colpita alla testa da un proiettile mentre svolgeva il suo lavoro in servizio esterno, all'ospedale civile di Venezia, Sissy sembra aver portato con sé la verità su cosa accadde quel 1 novembre 2016. Cinque anni non sono bastati a fare chiarezza sulla dinamica del colpo di pistola che ha portato alla morte dell'agente di stanza al carcere femminile della Giudecca. Omicidio o suicidio? Secondo le ultime indagini condotte dai consulenti della famiglia Trovato Mazza, ci sarebbero molteplici elementi a supporto della tesi omicidiaria. Per questo, alcune settimane fa, il giudice per le indagini preliminari Barbara Lancieri ha concesso una ulteriore proroga alle investigazioni della Procura, che sarà chiamata a valutare gli elementi forniti dalla famiglia. Le tracce di sangue sulla scena dell'evento, per esempio.

Il backspattern, ovvero l'analisi delle proiezioni ematiche scaturite dalle ferite, sulle pareti del vano ascensore dell'ospedale, punta sulla presenza di altre persone. Una, o addirittura due. Sì, perché gli spruzzi di sangue che hanno raggiunto la parete hanno lasciato un vuoto, presumibilmente, nella posizione occupata da altri soggetti che si trovavano nell'ascensore con Sissy. Ancora le tracce di sangue puntano sulla tesi omicidiaria. Mancano – sempre secondo la consulenza dell'ex capo dei RIS, Luciano Garofano – sulla manica della giubba di Sissy e sulla mano che avrebbe impugnato la ‘Beretta' calibro nove, le macchie del sangue fuoriuscito dal foro d'entrata. È possibile che Sissy abbia premuto il grilletto per togliersi la vita, puntando a pochi centimetri dalla sua testa, senza macchiarsi? Secondo Luciano Garofano, no.

Ancora da risolvere il mistero del telefonino di Sissy. Secondo le prime ricostruzioni l'agente l'avrebbe lasciato dell'armadietto del carcere della Giudecca, ma secondo i consulenti di parte, è improbabile. Nell'armadietto, infatti, non aveva campo e non avrebbe potuto ricevere le chiamate dei colleghi, dei parenti e i messaggi Whatsapp, ne sarebbe stato plausibile che Sissy, che a detta della famiglia non si separava mai dal suo telefonino, non lo avesse portato con sé in un servizio esterno. Quando sono stati effettuati i rilievi in ospedale, però, il cellulare non è stato trovato. Qualcuno lo ha spostato? Come è arrivato nell'armadietto del penitenziario?

Il sospetto della famiglia, in questi anni, si è rivolto all'ambiente di lavoro di Sissy, dove la ragazza si era fatto molti nemici e dove lei stessa aveva lamentato tensioni e conflitti con le colleghe. Risale a poco prima della morte la lettera in cui la poliziotta chiedeva aiuto alla direttrice della struttura, Gabriella Straffi, per l'atteggiamento ostile delle colleghe. Sissy, infatti, aveva segnalato alla direzione presunti traffici di stupefacenti nel carcere e rapporti illeciti tra detenute e personale, attirandosi così diffidenza e ostilità.