No al rito abbreviato per Antonio De Pace, l'infermiere calabrese che lo scorso marzo ha confessato di aver assassinato la convivente, Lorena Quaranta, nel loro appartamento a Furci Siculo. Per il De Pace, come previsto per i reati punibili con l'ergastolo, non sarà possibile ricorrere al processo con rito abbreviato. Al trentenne, in carcere dallo scorso marzo, è stato infatti contestato l'omicidio volontario aggravato dalla premeditazione.

I fatti sono avvenuti quando l'Italia era in pieno lockdown. La mattina del 31 marzo, Antonio De Pace ha chiamato personalmente il 112 per denunciare di aver ucciso, strangolandola, la fidanzata. "Mi ha contagiato con il coronavirus". Nell'immediatezza dei fatti, De Pace aveva descritto quell'omicidio come un crimine d'impeto dettato dall'ansia di aver contratto il Covid19, circostanza poi ampiamente smentita dagli esami medici che hanno dimostrato come né De Pace, né altri avessero contratto il virus, tantomeno da Lorena, risultata negativa. Nel corso delle indagini, tuttavia, è emerso un proposito omicidiario elaborato dal femminicida ben prima di quella tragica notte.

Antonio De Pace aveva inviato alcuni messaggi ai suoi familiari per disporre la divisione dei suoi beni ai nipoti quando la sua vita sarebbe cambiata. Quanto al rapporto tra la vittima e il suo carnefice, i familiari lo hanno descritto come un ‘legame simbiotico', caratterizzata da stabilità e armonia, tanto che la coppia stava cominciando a progettare il matrimonio. Nel periodo che ha preceduto il delitto, la famiglia di Lorena Quaranta ha notato un cambiamento nel De Pace. "Non voleva fare più visita ai pazienti per il timore del contagio" aveva detto Giuseppe, lo zio di Lorena.  Quanto alla laureanda, continuava regolarmente le sua attività in ospedale e all'università. Lo scorso 20 ottobre, l'Università di Messina, dove Lorena stava per terminare il percorso di studi, ha riconosciuto alla dottoressa la laurea alla memoria, in Medicina.