Detenuto di 18 anni violentato e torturato a Genova dai compagni di cella, tre condanne fino a 14 anni

Due detenuti del carcere di Marassi, a Genova, sono stati condannati a 14 anni di reclusione con l'accusa di aver stuprato e torturato un compagno di cella; un terzo recluso è stato condannato a 9 anni e 10 mesi per la sola tortura, assolto invece il quarto imputato. La sentenza è stata emessa ieri dal giudice per l'udienza preliminare Liborio Mazziotta e si riferisce a fatti avvenuti nel giugno dell'anno scorso.
Gli imputati sono stati giudicati con rito abbreviato, di conseguenza le pene ricevute includono già uno sconto pari a un terzo rispetto a quelle che avrebbero ricevuto con un processo ordinario. I condannati hanno 22, 23 e 27 anni. Il quarto imputato invece, difeso dall’avvocato Stefano Olivieri, ne ha 41, ma come detto è stato assolto per insufficienza di prove.
Stando a quanto emerso nel corso delle indagini, coordinate dal pubblico ministero Luca Scorza Azzarà, i fatti erano avvenuti fra il primo e il 3 giugno 2025: le violenze erano durate ben due giorni e mezzo e la vittima fu un detenuto di 18 anni, che venne ripetutamente seviziato senza che nessuno intervenisse per salvarlo. Il ragazzo, ora assistito dall’avvocata Celeste Pallini, si trovava in carcere a Marassi per un rapina di poco conto ma all'improvviso si diffuse la voce, del tutto infondata, che dovesse rispondere di reati legati alla pedofilia, un'illazione che diede vita a una "punizione" di gruppo: il ragazzo venne violentato ma anche picchiato, bruciato con le cicche di sigarette e tatuato in volto con insulti sessisti e disegni osceni. Non solo: venne anche malmenato con uno sgabello e frustato con uno straccio e un asciugamano con dentro una saponetta. Con una lametta gli vennero inferto diversi tagli e con un accendino e una bomboletta di deodorante spray anche delle ustioni.
Come se non bastasse il giovane venne più volte violentato da due dei quattro imputati nel bagno della cella, sotto la minaccia di conseguenze ancora peggiori, se avesse parlato o chiesto aiuto. Così, ogni volta che entrava l’infermiere con gli agenti della polizia penitenziaria per somministrargli una terapia farmacologica alla quale era sottoposto, veniva sistemato a letto e coperto con il lenzuolo, per fingere che stesse dormendo. Ad. un certo punto era stato persino costretto a salire in piedi su uno sgabello e ne era stata simulata l'impiccagione al solo scopo di umiliarlo e terrorizzarlo.
Il giovane era stato infine soccorso e trasportato in ospedale in gravissime condizioni, poi trasferito in una comunità dove si trova tuttora.