Processo sulla morte di Stefano Cucchi
17 Dicembre 2021
17:38

Depistaggi caso Cucchi, il pm: “No strumentalizzazioni, non è un processo contro Arma carabinieri”

Nel primo giorno della requisitoria al processo contro i depistaggi del caso Cucchi, il pm Giovanni Musarò, premette che il processo in corso “non è contro l’Arma dei carabinieri”.
A cura di Biagio Chiariello
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Processo sulla morte di Stefano Cucchi

Il processo contro i depistaggi del caso Cucchi per il quale sono imputati otto militari "non è contro l’Arma dei carabinieri". Lo ha detto il pm Giovanni Musarò nel primo giorno della requisitoria :"Vogliamo evitare qualunque strumentalizzazione. Quello che si sta svolgendo non è un processo all’Arma dei carabinieri che del resto è costituita parte civile. C’è stata una leale collaborazione con l’Arma a partire dal 2018, gli atti più importanti ci sono stati procurati dal reparto operativo. Attenzione perciò non provate a strumentalizzare la vicenda per provocare una levata di scudi da parte dell’Arma".

Il pm si è concentrato dunque sulle attività di depistaggio che si sono svolte a partire dal 2009, quando cioè Stefano Cucchi fu arrestato e quindi detenuto prima in caserma, poi in carcere e infine all’ospedale Sandro Pertini. In particolare a parlato del contributo offerto all’accertamento della verità da parte di Pietro Schirone appuntato della Arma, "dalla schiena dritta". Schirone dice che Cucchi lamentava, fra i suoi molti dolori, anche quelli alla testa. "Quindi Schirone e Mollica (Stefano Mollica, ndr) -prosegue Musarò -dicono di aver capito che era successo qualcosa e che erano coinvolti i carabinieri. Tornando da piazzale Clodio dice Mollica ‘eravamo turbati perché insinuavano dubbi sulla catena che mi ha preceduto’. Queste le parole di Mollica.

I testimoni che hanno raccontato quello che è successo il 15 ottobre 2019 sono attendibili. Lo sono perché “la notizia del pestaggio di Stefano Cucchi ad opera dei carabinieri in borghese non era stata divulgata all’epoca dai media e neppure era conoscibile dalle parti”. Ma quella notizia “doveva essere celata per ordine dei superiori gerarchici dell’Arma dei Carabinieri”. Queste le motivazioni con cui la corte di Appello di Roma ha condannato i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro a scontare 13 anni di carcere, mentre i colleghi Roberto Mandolini e Francesco Tedesco dovranno scontare rispettivamente 4 e 2,6 anni di carcere.

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