Una delle cose più difficili da accettare, che ci sorprende come cittadini e che ci richiama a un enorme sforzo di responsabilità, è che in Italia ci sono molti decessi associati al Coronavirus. Anzi, diciamola meglio: molti più decessi rispetto sul totale dei contagiati, sia rispetto a Paesi sviluppati come il nostro, penso a Germania, Francia, Giappone, Corea del Sud, ma anche rispetto a Paesi come l’Iran, con un sistema sanitario piegato da anni di embargo.

Lo dico con molto rispetto, ma senza alcuna remora: questi decessi sono un’anomalia che dobbiamo approfondire e studiare con cura e velocità. Oggi è tempo di persone che hanno studiato le malattie e che sanno come si comportano gli agenti patogeni nel nostro organismo. In altre parole, oggi forse non è più tempo per virologi, come la sottoscritta, ma di patologi e di analisi anatomo-patologico e isto-patologica che chiariscano a noi tutti cos’è successo nei corpi di chi è morto con addosso un’infezione da Coronavirus. L’Italia, nella difficoltà di essere il primo Paese Occidentale ad affrontare un’emergenza del genere, è anche il Paese che ha raccolto il maggior numero di informazioni sulle morti da Coronavirus. Ed è materiale che dobbiamo senza indugio mettere a disposizione di noi stessi e del resto del mondo.

Lo dico, perché in Italia c’è un altro problema che continua a non avere l’attenzione che merita e di cui nessuno, a maggior ragione, ha parlato in questi giorni: l’Italia è in Europa, insieme a Cipro, il Paese che ha più ceppi batterici antibiotico resistenti. Cos’è esattamente l’antibiotico-resistenza? In poche parole, è la manifestazione della legge del più forte. O, se preferite, un meccanismo naturale attraverso il quale i microrganismi si evolvono. I batteri si modificano in presenza di una sostanza che è per loro “veleno”. Non solo diventano resistenti, quindi, ma sono anche in grado di trasmettere la resistenza alle future popolazioni batteriche. In dieci anni la proporzione di superbatteri resistenti è almeno decuplicata. 

È un fenomeno, quello dell’antibiotico resistenza, che ha molte cause: le più riconosciute sono l’abuso di antibiotici in medicina umana e veterinaria, per l’appunto, e la scarsa igiene delle mani. L’effetto è che ormai questi superbatteri ce li possiamo prendere ovunque, dall’autobus, alla scuola dei figli. Questo cosa significa per il singolo cittadino? Significa, banalmente, che in Italia un paziente ha più probabilità di incorrere in complicazioni dopo interventi ospedalieri, come ad esempio in seguito a trapianti, ricovero in terapia intensiva o interventi chirurgici complessi. È un problema talmente grave, questo, che in molti altri paesi europei, al momento del ricovero i pazienti che hanno avuto contatti con ospedali italiani nei sei mesi precedenti vengono sottoposti a screening e immediatamente isolati.

Domanda: e se l’anomala mortalità italiana da Coronavirus si annidasse tra i superbatteri presenti nel corpi deboli e vulnerabili dei contagiati? E ancora, se gli ospedali italiani non fossero solo il luogo delle cure, ma anche quello di ulteriori infezioni batteriche antibiotico-resistenti? Se, in altre parole, il problema non fosse dove lo stiamo cercando – in un ceppo virale più aggressivo, ad esempio – ma nella presenza di super-batteri negli ospedali che aggravano il quadro già complesso di un malato da Coronavirus?

Ecco perché abbiamo bisogno dei patologi e delle loro risposte. L’auspicio, di converso, è che forse le tante sanificazioni fatte, e le norme igieniche molto più stringenti che stiamo adottando in queste settimane, potrebbero aiutarci a combattere sia il coronavirus, sia l’antibiotico resistenza. E questa, al di là di tutto, sarebbe due volte un’ottima notizia.