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Opinioni
Coronavirus
4 Marzo 2020
07:18

Coronavirus, perché è giusto chiudere tutto (anche se non ci piace)

La cosa più importante in questa epidemia? Contenere il contagio, o almeno provare a rallentarlo. Serve per evitare che i posti in terapia intensiva scarseggino. Ecco perché è importante rispettare tutte le misure che ci vengono imposte, anche se non ci piacciono. Perché un contagio rapido e diffuso rischia di costarci carissimo. Molto più di qualche settimana di blocco.
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Qualcuno mi scrive se dobbiamo preoccuparci per il Coronavirus. Qualcun altro mi chiede se ci stiamo preoccupando troppo. Rispondo a entrambi, per rispondere a tutti: no, non dobbiamo preoccuparci, perché preoccuparci è solo fonte di agitazione, e di sicuro non cambia il corso delle cose. Non in positivo, sicuramente. E non dobbiamo nemmeno sottovalutare quel che sta capitando, pensando che la cosa giusta sia continuare la vita di tutti i giorni come se niente fosse.

Anziché preoccuparsi serve agire, semmai. Agire per mitigare il contagio, in particolare. Mi riferisco in particolare alle misure adottate ieri sera dal governo: allo stop agli eventi sportivi, alle chiusure delle scuole, alle distanze di sicurezza, alle bevande servite solo al tavolo e non al banco. Ai musei e ai teatri, ai cinema e alle sale concerto costretti a cancellare degli eventi. Ai baci e agli abbracci. Una cancellazione necessaria, se si pensa a quante persone si debbano muovere da un luogo all’altro, e a quante persone fisicamente debbano stare assembrate in un luogo solo. Se aggiungete che in questi luoghi ci vadano spesso persone anziane, capirete quanto il gioco non valga la candela.

Cerchiamo di cogliere il senso di certe misure, prima di criticarle: l’obiettivo è mitigare il contagio. O, se preferite, non indurre in comportamenti che potrebbero peggiorare la situazione. Perché è necessario? Semplice: perché noi dobbiamo proteggere le nostre categorie più fragili.  E le nostre categorie più fragili sono i nostri nonni d’argento e le persone che hanno qualche altro problema di salute.

Noi dobbiamo mettere in atto strategie che consentano di infettare il minor numero di queste persone: questo è il nostro obiettivo.  E per questo si devono mettere in atto tutte queste norme che sembrano antipatiche e a volte fanno sembrano incomprensibili o stravaganti . Però in realtà sono importanti quando si è al bar, nessuno pensa che hai due persone a dieci centimetri di distanza che potrebbero contagiarti.

Questa è una catena di azioni, una catena di solidarietà: ed è una catena che dev’essere forte, perché la catena deve tenere. E la forza della catena è legata all’anello più debole. Basta una sottovalutazione per far capitare il peggio: che tante persone a rischio vengano contagiate e abbiano bisogno di posti in terapia intensiva. Che non sono infinti: al contrario, sono molto pochi. E la cui assenza rischia di costare cara anche a chi ha bisogno di ricoveri anche per altri motivi, o per altre patologie.

È vero che certe cose ci danno i nervi. È vero che l’economia è importante, e sappiamo che le pandemie costano. Ma credo che noi tutti vorremmo evitare che i nostri nonni d’argento non trovino posto in ospedale perché i letti sono pieni. Quando ci chiedono di restare a casa, o di mantenere le distanze, o di non andare a teatro, pensiamo a loro.

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Ilaria Capua (Roma, 21 aprile 1966) è una virologa ed ex politica italiana, nota per i suoi studi sui virus influenzali e, in particolare, sull'influenza aviaria. È stata deputata dal 2013 al 2016, durante la XVII legislatura, eletta nelle liste di Scelta Civica. Nel 2006 ebbe notevole risonanza internazionale la sua decisione di rendere di dominio pubblico la sequenza genica del virus dell'aviaria, che diede il via allo sviluppo della cosiddetta "scienza open-source" e iniziando a promuovere una campagna internazionale a favore del libero accesso ai dati sulle sequenze genetiche dei virus influenzali. Per questo la rivista Seed l'ha eletta "mente rivoluzionaria"ed è entrata fra i 50 scienziati top di Scientific American. Attualmente dirige un dipartimento dell'Emerging Pathogens Institute dell'Università della Florida.
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