Chi era Marilisa Covasso, la 21enne morta intossicata nell’incendio del magazzino a Trieste
Aveva compiuto 21 anni da poco più di un mese, viveva con la famiglia in un piccolo centro del Friuli e in passato aveva praticato danza classica. Si chiamava Marilisa Covasso la ragazza morta nella notte tra domenica 1 e lunedì 2 novembre nell'incendio divampato al Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste. Originaria di Tomba di Buja, in provincia di Udine, è stata trovata senza vita al primo piano dell'edificio insieme a un ragazzo marocchino di 23 anni. Per entrambi non c'è stato nulla da fare: il fumo e il monossido di carbonio sprigionati dal rogo hanno raggiunto il locale in cui si trovavano, senza lasciargli scampo.
Marilisa aveva festeggiato il suo ventunesimo compleanno il 16 settembre. Abitava a Tomba di Buja con i genitori e il fratello maggiore, in una comunità che ha appreso con incredulità la notizia della sua morte. A raccontare lo stato d'animo del paese è stata anche la sindaca Silvia Maria Pezzetta, intervistata da TV12: ha descritto lo smarrimento di una comunità chiaramente colpita dalla tragedia. Tra i pochi dettagli emersi sulla sua vita c'è anche la passione per la danza classica, praticata in passato, riferita dal quotidiano sloveno Primorski dnevnik.
Sulla ragione della sua presenza a Trieste, invece, restano ancora diversi interrogativi. Secondo le prime informazioni riportate dalla stampa locale, la giovane sarebbe arrivata in città per trascorrere la serata di Halloween. Non è stato però chiarito come sia entrata nel Magazzino 18, una struttura dismessa e interdetta al pubblico, né da quanto tempo si trovasse lì. Anche il rapporto con il ragazzo marocchino che ha perso la vita insieme a lei non è stato precisato: non ci sono elementi sufficienti per definirlo il suo compagno.
L'incendio è divampato al piano terra del magazzino nella tarda serata di domenica. Quando i vigili del fuoco sono arrivati sul posto, le fiamme avevano già avvolto un soppalco in legno, poi crollato, mentre una densa colonna di fumo usciva dall'edificio. Le squadre di soccorso hanno lavorato per spegnere il rogo e raggiungere gli ambienti interni. La maggior parte delle persone presenti è riuscita a mettersi in salvo, ma al primo piano i soccorritori hanno trovato i corpi dei due giovani, in uno stanzino. Secondo le prime ricostruzioni, sarebbero morti per intossicazione da fumo e monossido di carbonio.
Tra le ipotesi al vaglio degli investigatori c'è quella di un fuoco acceso al piano terra da alcune persone per riscaldarsi o preparare da mangiare. Le fiamme potrebbero essersi propagate rapidamente anche a causa dei materiali e dei rifiuti accumulati all'interno della struttura, facendo salire il fumo verso i piani superiori. Si tratta tuttavia di una ricostruzione ancora da verificare. La Procura di Trieste, con il pubblico ministero Alessandro Perogio, ha aperto un fascicolo e disposto l'autopsia sui corpi delle vittime. Le ipotesi di reato su cui si stanno concentrando gli accertamenti sono omicidio colposo e incendio colposo.

La morte dei due giovani ha riacceso anche le polemiche sulle condizioni dell'area del Porto Vecchio e sulla presenza di persone che utilizzano gli edifici dismessi come riparo. Nei giorni precedenti, la decisione di chiudere alcuni spazi destinati all'accoglienza aveva provocato la protesta delle realtà umanitarie triestine. Tra queste Linea d'Ombra, la cui presidente Lorena Fornasir aveva raccontato a Fanpage.it la situazione delle persone migranti costrette a dormire in strada, nonostante la disponibilità di posti nelle strutture.
"Siamo in tempi feroci, in cui la necropolitica tratta le persone come se fossero delle zecche. È chiaro l'intento di trattarle nel modo peggiore possibile così da farle andare via", ha dichiarato Fornasir, denunciando la presenza di oltre 70 posti in accoglienza che, secondo i dati dell'ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà, risultavano disponibili ma inutilizzati. La presidente di Linea d'Ombra ha inoltre ricordato che molti ragazzi sono costretti ad attendere anche tre o quattro mesi prima di poter presentare domanda di protezione, rimanendo nel frattempo senza un riparo. "Questo è il sistema, un sistema di morte", ga concluso. Dopo l'incendio sono stati disposti la chiusura dei varchi degli hangar e il rafforzamento dei controlli nell'area.