"Viviamo come animali, se nessuno ci aiuta moriremo". Kasim, migrante pakistano, racconta l'inferno di Lipa. Questa tendopoli malconcia e improvvisata, è il campo profughi andato in fiamme la settimana scorsa, due giorni prima di Natale, a una trentina di chilometri da Bihac, nord della Bosnia-Erzegovina. Quasi mille persone ora dormono nei boschi, senza cibo né acqua. Chi ha un tetto sopra la testa, dorme nell'unico tendone rimasto nel campo. Costruito ad aprile per far fronte all'emergenza Covid e gestito dall'Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) avrebbe dovuto ospitare mille persone anche se dentro ce ne stavano almeno 500 in più. L'Oim aveva chiesto alle autorità locali di munirlo per l'inverno con acqua ed elettricità, indispensabili per il gelo di questi giorni con le temperature sotto lo zero e la neve.

"Il campo di Lipa è nato male. Quattro tendoni-dormitorio con 120 letti a castello. L'elettricità arrivava grazie a dei generatori di cherosene, saltati con le prime nevicate" ha raccontato Silvia Maraone, coordinatrice dei progetti lungo la rotta balcanica per Ipsia, a Repubblica. L'Oim aveva dato una deadline negli ultimi mesi per chiudere il campo tirato su in fretta per l'emergenza. Il 23 dicembre doveva esserci l'evacuazione finale, ma alle 11 del mattino un tendone ha preso fuoco. I migranti ora non hanno dove andare. I campi di Sarajevo sono strapieni. Chi ha provato ad andare a Bihac a piedi è stato bloccato e rimandato indietro dalla polizia. La Croce rossa distribuisce ogni giorno dei pasti, ma non è abbastanza. I ragazzi di Lipa sono tutti giovanissimi: tra i 23 e i 25 anni, con qualche minorenne. Vengono in prevalenza dall'Afghanistan e dal Pakistan. "Chiedono cibo, vestiti, sacchi a pelo. Le persone hanno bisogno di tutto" racconta Maraone.

L'incendio e la fuga verso la Croazia

Dopo l'incendio, alcuni se ne sono andati per provare a raggiungere la Croazia. E dunque l'Europa. Ma non fanno i conti con la polizia: arrivano al confine e vengono catturati, spesso picchiati e spogliati di quel poco che portano con se. Solo dopo vengono abbandonati sulle montagne o sulle rive di un fiume. In attesa di una sistemazione, i migranti potrebbero tornare al campo di Bira, nel cantone di Una Sana, di circa duemila posti. Il più grande di tutta la Bosnia. Da settimane i residenti organizzano picchetti davanti al campo: non vogliono far entrare più nessuno. La Bosnia è diventata il collo di bottiglia di una rotta balcanica dei migranti. Ufficialmente chiusa dall'Ue nel 2016, negli ultimi due anni nel Paese sono stati registrati quasi 70mila disperati. Delle circa 9mila persone che attualmente si trovano in Bosnia, soltanto 6mila sono nei campi. Tutti gli altri sopravvivono come possono, nei palazzoni e nelle fabbriche in rovina.