Daniele Quattrocchi non mangia da ormai quindici giorni. Il suo è uno “sciopero della fame per la crisi climatica”, così recita il cartello che l’attivista 54enne di Extinction Rebellion, movimento internazionale per l’ambiente, regge tra le mani ogni pomeriggio dallo scorso primo settembre. E’ seduto in Piazza del Nettuno, a Bologna, davanti alla sede del Comune, Palazzo D’Accursio. Ma non è solo. Intorno a lui si riuniscono quotidianamente altri attivisti, ma anche cittadini comuni che sostengono la sua causa. Tutti insieme si sdraiano sul cemento a braccia e gambe aperte, un flash mob attraverso cui Extintion Rebellion vuole rappresentare l’estinzione di molte specie animali a causa del cambiamento climatico.
Raggiungiamo Daniele al telefono durante il suo presidio: la sua voce è stanca ma determinata.

Daniele, come ti senti dopo quindici giorni di digiuno?

Fisicamente sto abbastanza bene. Sono dimagrito di sei chili ma i parametri vitali, come pressione e temperatura, sono a posto. Mi sento bene anche a livello psicologico perché sono molto motivato. Questo anche grazie alle persone che ogni giorno si riuniscono attorno a me: il loro calore e il loro sostegno mi danno la forza di andare avanti.  Alcuni di loro, come me, hanno cominciato a fare lo sciopero della fame.

Perché protestate? Cosa chiedete al Comune di Bologna?

Chiediamo la reale attuazione della Dichiarazione di Emergenza Climatica ed Ecologica, che, grazie al nostro intervento, l’anno scorso è stata approvata a larga maggioranza in consiglio comunale. Purtroppo però è rimasta solo sulla carta.
Abbiamo fatto delle richieste precise: prima di tutto, che i cittadini di Bologna siano informati sulla situazione ambientale attraverso dei canali istituzionali. In secondo luogo, chiediamo che vengano abbandonati quei progetti che vanno in direzione contraria alla riduzione netta di emissioni. Ad esempio, la realizzazione di un progetto edilizio sui Prati di Caprara, un’area verde che va salvaguardata, oppure l’ampliamento della tangenziale.

Pensi che la pandemia di Covid19 abbia messo ulteriormente in secondo piano la lotta alla crisi ambientale?

Purtroppo penso di sì. La crisi sanitaria, invece di suscitare una riflessione sugli ambienti in cui viviamo, spesso malsani, ha messo da parte tutte le altre emergenze. Questo è drammatico perché gli effetti del cambiamento climatico non sono fenomeni che devono ancora avvenire, ma fanno già parte della nostra realtà quotidiana. Per fare solo un esempio, pensiamo agli incendi che in questo periodo stanno devastando la California. Bisogna agire ora.

Alla luce di questo sempre più crescente disinteresse delle istituzioni verso la crisi ambientale, come pensa di reagire Extinction Rebellion?

La prima azione avverrà tra pochissimo. Dal 5 all’11 ottobre il nostro movimento ha organizzato diverse azioni di disobbedienza civile non violenta a livello internazionale. Centinaia di persone in diverse capitali del mondo andranno a disturbare la quotidianità della circolazione, degli affari e dell’economia. Senza queste misure radicali, purtroppo, non si riesce ad attirare l’attenzione della società su questa grave emergenza.
A Roma, ad esempio, bloccheremo le arterie di traffico e organizzeremo presidi davanti alle sedi delle multinazionali.

Qual è la tua storia come attivista?

Ho cominciato 30 anni fa a fare attività in strada, occupandomi principalmente dei diritti umani. Facevo parte di associazioni che organizzavano iniziative per sensibilizzare sull’accoglienza dei migranti o sulla sanità gratuita. Ho aderito anche a dei progetti di cooperazione internazionale: sono stato in Senegal molte volte. Negli ultimi anni, invece, mi sono avvicinato a Extinction Rebellion poiché ho sentito l’urgenza di fare qualcosa per contrastare la morte del mio pianeta.