Dj Fabo alla fine ce l'ha fatta: dopo avere cercato un consapevole e determinato sollievo alle proprie sofferenze in Italia ha ottenuto il via libera in Svizzera dove l'eutanasia legale è un diritto garantito dalla legge e controllato da strettissimi protocolli. Fabo è morto. Ora passerà giusto il tempo di una bufera utile per dirci che Marco Cappato è un assassino (il leader dei Radicali ha curato il viaggio di Fabo e tutte le fasi ospedaliere e burocratiche), poi qualcuno ci darà le solite lezioncine da moralista strappa pagine per ritagliarsi un po di visibilità (l'ex "corvo" dell'ultimo Vatileaks, Francesca Chaoqui, ha scritto sul proprio profilo Facebook che "DJ Fabo è un vigliacco, non un eroe", tanto per fare un esempio), gli altri si indigneranno giusto il tempo che la notizia rimarrà in prima pagina e poi anche la battaglia per l'eutanasia tornerà a rinchiudersi nelle stanze delle associazioni sul tema, tra i convegni e gli isolati affezionati. Fino al prossimo caso. Che sia Welby, un'altra Luana Englaro o un dj come Fabo.

Mi assale il terrore, nel leggere la notizia della dipartita di Fabo, che nonostante la fiammata di queste ore alla fine la sua morte possa risultare un regalo ai benpensanti e ai politici balbettanti, quelli che perseverano nel rimandare la discussione parlamentare sul fine vita. Il Parlamento italiano (ma sarebbe meglio dire: la politica tutta) appare sempre di più la goffa rappresentazione di tentativi (fallimentari) di inseguire la cronaca piuttosto che governarla e un veloce spegnimento di una caso mediatico è per la maggior parte delle volte la soluzione migliore per la politica intenta solo a parare colpi: sono passati otto anni da quando (era febbraio anche in quel caso) il caso di Eluana Englaro ci fece credere che ci fosse l'ossessiva volontà di regolamentare l'eutanasia per non lasciarla in mano ai moralismi di parte. Otto anni. Otto anni in cui il dibattito è stato rinchiuso in un cassetto per essere risventolato sul drammatico appello di Fabo. Forse per questo il dibattito ci appare sempre come nuovo anche otto anni dopo: a parte qualche gita fuori porta non è mai stato usato seriamente, del resto.

Eppure delegare alla cronaca la pressione politica non funziona: confidare in un altro Fabo per l'eutanasia, in un altro Cucchi per la legge sulla tortura oppure in un altro Giulio Regeni per un diverso approccio con le false democrazie straniere significa demandare alla sofferenza il ruolo della pressione democratica che spetta alla società civile. In un Paese che non si scandalizza per un giovane che chiede di essere accompagnato in Svizzera per morire o in cui la morte di Regeni continua a essere solo un'ombra tra i succulenti rapporti commerciali tra Italia e Egitto non basterà la prossima vittima, anche se più disperata. Serve un organico progetto di priorità da cui non distrarsi; occorre perseverare sui temi anche nei loro momenti meno popolari. La battaglia per i diritti è tutta nella faticosa sopravvivenza alla cronaca quotidiana: ciò che è giusto non ha bisogno di testimonial ma di un esercito di testimoni. Anche per Fabo e tutti gli altri.