L’arma del carburante in Cisgiordania: “Cercano di far crollare l’economia per costringerci ad andarcene”
"Giovedì scorso dovevo prendere l'auto per il matrimonio di mia nipote e ho dovuto fare due ore e mezza di fila per fare benzina", racconta Muhanned Qafisha, giornalista palestinese di Hebron, descrivendo una scena ormai diventata routine in Cisgiordania. "Avevo il terrore di non farcela, perché il giorno dopo era venerdì, che è festa, e poi sabato c'è lo Shabbat, quindi i distributori non funzionano affatto", continua.
Le code infinite ai distributori di benzina sono ormai quotidiane per i palestinesi, che a volte impiegano giornate intere per mettere pochi litri di benzina nel serbatoio della propria macchina. La carenza di carburante nei territori palestinesi, tuttavia, non è dovuta a una semplice mancanza di materia prima, è il sintomo di un'asfissia molto più profonda: l'occupazione economica di Israele e il suo controllo sul sistema finanziario palestinese.
Non avendo una propria valuta, i palestinesi utilizzano lo shekel israeliano e l'economia locale si basa quasi interamente sui contanti. Tuttavia, beni vitali come il carburante, l'acqua e l'elettricità devono essere acquistati esclusivamente da compagnie israeliane, le quali accettano solo pagamenti digitali tramite bonifico bancario.
Il meccanismo dovrebbe essere semplice: i distributori di benzina incassano i contanti dai clienti e li versano nelle banche palestinesi; queste ultime trasferiscono fisicamente le banconote alle banche israeliane per ricaricare i propri conti digitali e poter così disporre i bonifici verso le compagnie petrolifere di Tel Aviv.
Ma è in questo passaggio che scatta la trappola dell’attuale governo israeliano.
Dal 7 ottobre il Ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha imposto sanzioni bancarie all'Autorità Palestinese, ordinando di fatto alle banche israeliane di non accettare più i contanti (shekel) in eccesso provenienti dalla Cisgiordania. Il risultato è un'asfissia artificiale del mercato. Le banche palestinesi e i distributori locali annegano in un mare di contanti, ma i loro conti elettronici sono a secco. Senza la possibilità di depositare i contanti in Israele, non ci sono i fondi digitali necessari per pagare nuovo carburante.
"Cosa fanno i benzinai con 250.000 shekel in contanti nella cassaforte?", sottolinea Muhanned, "non possono usarli per comprare carburante e non sanno dove metterli in sicurezza. Oggi ai distributori se usi la carta di credito ti fanno 200 shekel (circa 50 euro) di benzina, se paghi in contanti solo 50 (circa 14 euro). Tutto questo crea un'enorme crisi economica. Se non puoi comprare, uccidi il mercato".
All’origine della crisi c’è la guerra con l'Iran ma ancora prima gli Accordi di Oslo e il Protocollo di Parigi. Il settore energetico è, infatti, una delle manifestazioni più evidenti della dipendenza strutturale dell'economia palestinese a quella israeliana. Gli accordi economici stabiliti dal Protocollo di Parigi, l'accordo economico integrato nel quadro del processo degli Accordi di Oslo tra Israele e l'OLP, hanno di fatto impedito ai palestinesi di importare carburante direttamente dai paesi limitrofi come la Giordania o l'Egitto, lasciando i fornitori israeliani come unica fonte di approvvigionamento. In base al Protocollo, sebbene l'Autorità Palestinese abbia il diritto di determinare autonomamente il costo dei prodotti petroliferi, il prezzo finale della benzina per i consumatori palestinesi non può mai essere inferiore di più del 15% rispetto al prezzo ufficiale stabilito per i consumatori israeliani. Israele mantiene inoltre il controllo sulle quantità consegnate all'Autorità Palestinese. Ciò è diventato particolarmente evidente a marzo, quando, senza preavviso né coordinamento, Israele ha drasticamente ridotto le consegne di carburante.
Le forniture di benzina e gasolio sono state ridotte a circa 3,5 milioni di litri, rispetto ai 4,5 milioni di litri che normalmente costituivano la fornitura standard. Tutto questo senza una riserva strategica di carburante palestinese. Durante la crisi del 2015 si scoprì, infatti, che le scorte strategiche di carburante dell'Autorità Palestinese erano di fatto inesistenti, e le uniche riserve disponibili consistevano nel carburante già presente nelle stazioni di servizio. Anche nelle circostanze più favorevoli, queste scorte erano sufficienti per non più di cinque giorni dall'ultima consegna autorizzata da Israele.
In più c’è il trattenimento delle entrate fiscali palestinesi, raccolte da Israele per conto dell’Autorità Palestinese in conformità con gli stessi protocolli di Parigi, che sarebbe dovuta essere una misura temporanea in attesa della creazione di uno stato palestinese, ma che da più di un decennio è diventato strumento di controllo politico.
L'effetto a cascata sulla vita quotidiana della popolazione è devastante. Mentre l'economia arranca, il costo della vita in Cisgiordania è schizzato alle stelle, spinto dalle dinamiche di un mercato chiuso, dall'impossibilità di importare liberamente e da una tassazione interna altissima. I prezzi dei beni di prima necessità sono esorbitanti: un chilo di banane costa 10 shekel, le ciliegie 40 shekel. Un'automobile di fascia bassa arriva a costare fino a sei volte in più rispetto al mercato israeliano, a causa delle tasse imposte dall'Autorità Palestinese che sfiorano il 45%.
Tutto questo si scontra con salari stagnanti. "Se sei assunto dal governo prendi circa 3.500 shekel, che equivale allo stipendio base dopo 20 anni di lavoro", fa notare Muhanned, ricordando che in Israele il salario minimo supera i 7.000 shekel. Anche chi lavora nel settore privato ed è riuscito a costruire dei risparmi si ritrova bloccato dai limiti sui depositi bancari mensili, fissati ad appena 4.400 shekel.
Per i palestinesi, questo non è semplicemente un danno collaterale del conflitto con l'Iran, ma un'ingegneria economica mirata: il collasso forzato del mercato è percepito come uno strumento per rendere la vita dei palestinesi insostenibile.
A Masafer Yatta la benzina non arriva più da giorni, l’unico distributore si trova a chilometri di distanza, nella città di Yatta. “Tutte le persone stanno soffrendo la mancanza di carburante”, spiega Walid (nome di fantasia), dentro una grotta divenuta la sua casa da quando le ruspe israeliane hanno demolito quella in cui viveva. “Se devi portare qualcuno all’ospedale non puoi farlo, non possiamo andare a lavorare, coltivare i campi o portare l’acqua al bestiame”, continua l’allevatore.
Nel luglio 2026 Reuters ha riferito che Bank Hapoalim e Israel Discount Bank, due tra i più grandi istituti bancari israeliani, stanno preparando l'interruzione dei rapporti con le banche palestinesi, rispettivamente da ottobre e settembre. Questi rapporti gestiscono circa 51 miliardi di shekel di transazioni annuali per l'Autorità Palestinese.
"Loro cercano di far crollare l'economia per farci sentire che non possiamo più vivere qui e costringerci ad andarcene", conclude Muhanned, "c'è un sistema che cerca costantemente di spingerti al limite, mentre i normali cittadini combattono ogni giorno per sopravvivere a questa pressione economica e sociale costante".