Dolomiti prese d’assalto dai turisti per i krapfen, il presidente Uncem: “La montagna non è un parco giochi”

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Le immagini delle code per i krapfen al rifugio Friedrich August hanno riacceso il dibattito sul turismo nelle Dolomiti. Per Marco Bussone, presidente Uncem, episodi come questo devono spingere a riflettere sulla gestione dei flussi e sulla tutela dei territori e delle comunità.

Turisti che rovinano la montagna, paesaggi che cambiano sotto il peso dell'overtourism, il sovraffollamento di mete montane dove solitamente si poteva godere di pace, silenzio e tranquillità: raccontaci la tua testimonianza cliccando qui.

In Italia i paesaggi montani non mancano di certo, ma negli ultimi anni alcuni dei luoghi più suggestivi sono diventati sempre più presenti sui social e, di conseguenza, sempre più frequentati. Il rischio è che la ricerca dello scatto perfetto trasformi alcuni angoli delle Dolomiti in vere e proprie attrazioni, con code, traffico e sovraffollamento concentrati in determinati periodi e località. L’ultimo caso che ha fatto discutere è quello del rifugio Friedrich August, ai piedi del Sassolungo, diventato virale per le lunghe code di persone in attesa di acquistare e fotografare i suoi celebri krapfen. Immagini che hanno riacceso il dibattito sull’overtourism in montagna e sulla necessità di tutelare territori sempre più esposti alla pressione turistica. Ma è davvero corretto parlare di overtourism sulle Dolomiti? Secondo Marco Bussone, presidente nazionale di Uncem, l’Unione dei Comuni, delle Comunità e degli Enti montani, il fenomeno va letto in maniera più ampia. Quello del krapfen, spiega, è un episodio singolare ma non rappresentativo del turismo montano nel suo complesso. Il vero tema sono piuttosto i picchi di presenze che si concentrano in alcuni luoghi e in determinati periodi dell’anno, e la necessità di gestirli senza dimenticare che la montagna non è un parco giochi, ma un territorio abitato tutto l’anno.

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Coda alle Dolomiti

Le immagini delle code chilometriche sulle Dolomiti per acquistare e fotografare un krapfen diventato virale sui social, hanno fatto molto discutere. Che fotografia danno del turismo in montagna oggi?

Credo che le immagini delle code al rifugio Friedrich August non debbano essere generalizzate. Da almeno 60 anni ci sono episodi di questo tipo, che fanno più costume e folklore che altro. Il turismo sui territori montani non è assolutamente questo. Se qualcuno decide di mettersi in fila per acquistare un prodotto o per fare una determinata esperienza, è certamente singolare che accada a 1.400-1.500 metri di quota, in un rifugio, ma non è una novità e probabilmente non sarà neppure l’ultima volta. Sono casi singoli che possono far sorridere, indignare e attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, ma non rappresentano il turismo nei territori montani.

Quindi sulle Dolomiti non esiste un vero problema di overtourism?

Io dico sempre che più che di overtourism bisogna parlare di picchi. In alcuni territori ci sono dei picchi di presenze che devono essere regolati. Sono concentrati in determinati luoghi e in determinati periodi dell’anno, e riguardano contesti molto limitati. Ci sono già situazioni in cui sono stati introdotti limiti e sistemi di regolazione: penso al Lago di Braies o alle Tre Cime di Lavaredo. Il problema non riguarda quindi la montagna italiana nel suo complesso. Il territorio montano rappresenta quasi il 50% del nostro Paese e non possiamo generalizzare partendo da alcuni casi.

Questi picchi possono però avere conseguenze sull’ambiente?

Certamente, dove ci sono questi picchi bisogna impostare sistemi di controllo e di gestione. Per quanto riguarda l’impatto ambientale, però, servono dati e numeri per poter valutare concretamente le conseguenze. Potrebbero esserci problemi legati alle emissioni, al disturbo della fauna e forse anche agli equilibri degli ecosistemi e della flora. È chiaro che in alcuni piccoli contesti e in determinati periodi dell’anno questi flussi vadano controllati. Il problema è che non è sempre semplice spostare questi visitatori altrove. Chi vuole andare a vedere le Tre Cime di Lavaredo difficilmente lo si convince a visitare un altro luogo. C’è poi un problema legato alla distribuzione delle vacanze. Il sistema scolastico italiano concentra le chiusure soprattutto a Natale, Pasqua e in estate, con pochi altri momenti durante l’anno. In altri Paesi la distribuzione delle vacanze scolastiche è più articolata e consente di distribuire maggiormente i flussi.

Quindi la montagna ha soprattutto un problema culturale?

Io credo che oggi la montagna non abbia un problema generalizzato di sovraffollamento, ma piuttosto un problema culturale. Noi abbiamo semplificato, forse anche troppo, il concetto dicendo: “Compra in valle, il paese vivrà, la montagna vivrà”. Ma cosa significa? Chi arriva in questi territori deve rendersi conto che la montagna non è un parco giochi, non è un luna park dove si fa tutto quello che si vuole. È un luogo dove esiste una comunità che vive tutto l’anno e che, oggi, in tantissimi contesti, soffre per la mancanza di alcuni diritti di cittadinanza: scuole, medici di base, pediatri, trasporti. Dobbiamo quindi essere bravi noi a dire: qui esiste una comunità con determinati diritti e anche acquistare qualcosa in un bar o in un negozio della valle contribuisce a mantenere quella comunità.

In che modo turismo e comunità possono convivere?

Il turismo è una delle componenti dell’economia dei territori, ma non è l’unica e non deve diventare il fine. Non dimentichiamo che la prima e più importante componente dell’economia rimane quella che riguarda le attività che costruiscono e mantengono il territorio. Non c’è turismo senza agricoltura, senza allevamento, senza una cultura del territorio e del paesaggio. Il paesaggio è stato plasmato dagli agricoltori e da chi gestisce le foreste. Per questo il turismo deve essere una componente dell’economia e non può sostituire tutto il resto. La montagna non è una destinazione dove arrivare per assistere a uno spettacolo: c’è una comunità che vive tutto l’anno, con regole e caratteristiche diverse rispetto alle aree urbane, e dobbiamo costruire un’alleanza tra città e montagna, anche attraverso il turismo. I flussi tra sistemi urbani, metropolitani e montani fanno parte dello stesso Paese. Il vero obiettivo dovrebbe essere costruire interazioni culturali, prima ancora che politiche, tra questi territori.

Quali sono invece le misure necessarie per garantire la sicurezza?

C’è un tema importante legato alla responsabilità dei sindaci. Quando ci sono situazioni di pericolo, la responsabilità sui territori, piaccia o no, è anche loro: da una parte hanno la responsabilità sulla salute pubblica dei propri cittadini, dall’altra quella di esercitare la funzione di Protezione civile. Sono due responsabilità enormi che oggi i sindaci esercitano spesso senza avere strumenti e risorse economiche sufficienti. Eppure tutti sono impegnati a garantire la sicurezza sia di chi vive nei territori sia di chi arriva. Quando viene adottata un’ordinanza restrittiva, quando un sentiero viene chiuso, un’area interdetta o viene limitato il numero di persone che possono accedere, non lo si fa perché si vuole chiudere la montagna. Lo si fa perché ci sono rischi di frane, crolli o altri pericoli che sono stati verificati insieme a tecnici e professionisti. Per questo i sindaci devono poter esercitare pienamente le loro responsabilità. E anche le prefetture devono aiutare i sindaci e non voltarsi dall’altra parte di fronte a queste decisioni.

Come si possono gestire concretamente i flussi? Anche i ticket possono essere una soluzione?

Ci sono contesti in cui è stato necessario introdurre ticket, parcheggi a pagamento e strisce blu anche in alta quota. Io dico che, dove non si riescono a trovare soluzioni come navette o altri sistemi per alleggerire i flussi di automobili, è giusto individuare dei ticket. Come pago tre euro per parcheggiare in piazza San Babila, in piazza San Carlo o in piazza Navona, posso pagare un ticket anche in montagna. E se c’è una restrizione legata al numero di persone che possono accedere a un’area, può essere necessario anche introdurre servizi a pagamento. Non deve essere visto come un modo per speculare sui turisti. Gestire e mantenere determinate aree ha dei costi. A volte, senza un contributo, l’alternativa sarebbe addirittura chiuderle perché non sono economicamente sostenibili. Tutte queste misure, dalla gestione dei flussi alla tutela della sicurezza, non possono però essere affrontate dai singoli Comuni. Non si può fare tutto nel municipalismo e nel campanilismo. Una valle attraversata da un flusso turistico è un territorio completo, che può comprendere cinque, dieci o quindici Comuni. Bisogna quindi lavorare insieme, attraverso le Unioni montane e gli altri organismi territoriali, per organizzare l’offerta, gestire i flussi e far incontrare domanda e offerta.

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