Preferire un animale a un figlio, la psicologa sul pet parenting: “Legame appagante ma rischioso per i rapporti umani”
Mentre diminuisce il numero di coppie che fa figli, aumenta il numero di persone che accoglie animali domestici in casa. Oggi si preferisce accudire cani e gatti, piuttosto che prendersi cura di un neonato. Vale soprattutto per Gen Z e Millennial, i più inclini al cosiddetto pet parenting, ossia a vivere il rapporto con l'amico a quattro zampe considerandolo un vero e proprio membro della famiglia. A dirlo è il report The State of Pets 2026, condotto da The Harris Poll su un campione rappresentativo di oltre duemila adulti americani. Il dato fa riflettere su quanto sia cambiata l'idea di famiglia in età contemporanea. È un cambiamento dovuto a fattori sociali, economici, psicologici. La vita moderna frenetica costringe a ritmi a cui è difficile stare dietro, i costi sono cresciuti e parallelamente si è diventati meno abili nella gestione della sfera affettiva (colleghi, amici, partner, semplici conoscenti). Il 45% degli intervistati ha detto di preferire un animale a un figlio perché non si sente pronto alla responsabilità totalizzante verso un figlio "umano". Per il 35% un animale è più facile da accudire rispetto a un bambino (35%) e per il 32% costa di meno. Altro dato interessante: per il 78% degli intervistati, un potenziale partner deve trattare gli animali come membri della famiglia, altrimenti si preferisce rompere la relazione. La dottoressa Lucia Montesi (psicologa e psicoterapeuta) ha analizzato questi dati per Fanpage.it per capire bene cosa c'è dietro il pet parenting.
Perché sviluppiamo legami emotivi così forti con i nostri animali?
Perché nel rapporto con loro si intrecciano fattori biologici e psicologici che rendono il legame particolarmente appagante e meno complesso rispetto ai legami umani. Quando interagiamo con i nostri pet si liberano sostanze come ossitocina e dopamina che gratificano e rinsaldano la relazione, sperimentiamo emozioni positive e una riduzione dello stress, ci sentiamo al sicuro ricevendo affetto senza giudizio.
Quali bisogni psicologici soddisfa il rapporto con un cane o un gatto?
Gli animali d'affezione rispondono ai nostri bisogni di supporto, accettazione, condivisione. Ci regalano emozioni positive, offrono vicinanza e conforto nei momenti di tristezza, sono compagni di giochi, sono una fonte di contatto fisico che produce effetti benefici su diversi parametri corporei, come pressione sanguigna e respirazione. Danno risposta alla solitudine e al bisogno di relazione, senza che dobbiamo temerne il rifiuto o il giudizio, offrono un'accettazione incondizionata che raramente otteniamo dagli umani.
Avere un animale domestico fa bene alla salute mentale?
Sappiamo soprattutto dalle ricerche sulle terapie assistite dagli animali che il rapporto con l'animale riduce ansia, depressione, confusione mentale, irritabilità e stress, tutti benefici che chiunque abbia un animale può confermare anche all'interno delle mura domestiche nella vita quotidiana, in un
contesto non strutturato come quello della pet therapy, anche se più difficile da valutare scientificamente. Gli animali trasmettono allegria, favoriscono l'espressione di emozioni positive e non a caso molti dichiarano di aver preso un animale proprio per essere più felici. I bambini che crescono con un animale hanno maggiori occasioni per sviluppare senso di responsabilità, rispetto ed empatia.
Ma il legame tra persone e animali è paragonabile a quello tra madre e figlio?
Il legame tra persone e animali da compagnia è considerato da molti studiosi una forma di attaccamento analoga a quella che si forma tra genitore e bambino e in particolare tra madre e neonato. Il sistema di attaccamento è un sistema biologico innato che permette al piccolo di sopravvivere, ricercando la vicinanza dell'adulto e ricevendo nutrimento e protezione. In questo legame reciproco, in cui le due posizioni sono fortemente asimmetriche, l'animale stimola
comportamenti di accudimento da parte del proprietario, che cerca di soddisfarne i bisogni come fa un genitore con il proprio figlio, considerando l'animale come un membro della famiglia. Anche Freud sosteneva che il sentimento che proviamo per i cani è lo stesso che proviamo per i bambini. D'altra parte, quando l'investimento emotivo dell'umano verso l'animale diventa così intenso da considerarlo a tutti gli effetti un figlio il rapporto diventa rischioso sia per l'uomo che per l'animale.
Ci sono rischi da un punto di vista psicologico/affettivo nel trattare un animale domestico come se fosse un figlio, umanizzandolo?
Per l'umano c’è il rischio di sviluppare una dipendenza dal pet, un attaccamento morboso in cui proietta sull'animale il proprio bisogno di amore, una difficoltà a separarsi dall'animale che non fanno che rendere ancora più problematiche le relazioni con gli esseri umani. Il rischio per l'animale è che, venendo umanizzato, non sia riconosciuto e rispettato nei suoi bisogni. Umanizzare l'animale significa attribuirgli stati d'animo umani che possono essere molto lontani dai suoi reali bisogni. Un cane, ad esempio, ha bisogno di guida e leadership, di percepire una gerarchia e se l'umano è troppo dolce e accondiscendente perché "poverino, altrimenti soffre" non gli è di aiuto, anzi lo renderà un cane in difficoltà con i suoi simili e indisciplinato con gli umani. Un gatto ha bisogno di tranquillità e silenzio e se l'umano se lo porta dietro ovunque perché "poverino, sarà triste se lo lascio solo a casa", lo sottopone a uno stress dannoso. Umanizzare l'animale porta quindi a trattarlo in un modo distorto e disfunzionale provocando disturbi dell'identità, del comportamento e della socializzazione. Risulta dannoso per l'animale che diventa un surrogato di altre forme di affetto, non visto e non rispettato nei suoi bisogni etologici, costretto ad adeguarsi ai bisogni dell'umano.
Preferiamo il legame affettivo con un animale perché più semplice e di più facile gestione rispetto a quello con un essere umano?
Certamente questo aspetto ha un ruolo importante. Il rapporto che si crea con l'animale ha caratteristiche diverse da quelle che costituiscono le relazioni tra umani. L'animale non giudica, non rifiuta, non emargina, non manda messaggi ambigui, è autentico e privo di malizia. Con gli animali non ci sentiamo in competizione, non ne temiamo il tradimento; possono proteggerci, non ci fanno sentire soli, sono più docili e accondiscendenti. Non dobbiamo preoccuparci di cosa pensano di noi, della loro opinione, come ci accade con le altre persone; ci sentiamo accettati come siamo. Non c'è ipocrisia, non c'è finzione, non c'è manipolazione. Con loro ci sentiamo più liberi di esprimere le emozioni senza vergognarci. Mentre gli esseri umani protestano e reclamano se qualcosa li disturba, con gli animali è più facile ignorare eventuali segnali di disagio, con il rischio di avere poco rispetto per le loro necessità e di dare la precedenza al nostro egoismo. Gli animali ci amano anche se li trattiamo male, mentre gli esseri umani richiedono rispetto, coerenza: così con gli animali non sperimentiamo le conseguenze delle nostre azioni.
Al di là delle ragioni economiche, perché si sta sviluppando questo rifiuto alla genitorialità?
Oltre all’incertezza economica e lavorativa, per cui per molti crescere un figlio è un'opzione economicamente insostenibile, pesano anche l'incertezza sul futuro dovuta sia alla situazione politica che ai cambiamenti climatici e la difficoltà a conciliare vita lavorativa e familiare a causa della mancanza di una rete di supporto adeguata. Da un punto di vista sociale, essere genitori è diventato sempre di più una scelta personale, uno dei possibili percorsi di vita e non il destino naturale della coppia come fino a qualche decennio fa. La stigmatizzazione verso chi non ha figli si è ridotta, legittimando la scelta di non diventare genitori. Non essendo più la genitorialità un percorso obbligato, molte persone preferiscono concentrarsi e trovare realizzazione su altro.