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Perché continuiamo a mangiare anche se siamo pieni, uno studio mostra che è colpa del cervello

Uno studio dell’University of East Anglia ha dimostrato che dietro le “abbuffate” di cibo si nasconde un meccanismo cerebrale ben preciso, che non ci permette di sentire la sazietà.
A cura di Elisa Capitani
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Una recente ricerca condotta dalla University of East Anglia in collaborazione con la University of Plymouth e pubblicata sulla rivista scientifica Appetite ha provato a spiegare un comportamento che tutti conosciamo bene: perché continuiamo a mangiare anche quando siamo sazi. L’obbiettivo della ricerca è quello di dimostrare perché il cervello umano continui a rispondere agli stimoli alimentari anche dopo che abbiamo assunto una quantità di cibo sufficiente. In un contesto in cui l’obesità rappresenta uno dei principali fattori di rischio per malattie croniche come diabete di tipo 2, ipertensione e alcune forme tumorali, viviamo immersi in un ambiente che sollecita costantemente il consumo. Pubblicità, packaging accattivanti, snack facilmente accessibili nei supermercati e nei distributori automatici al lavoro o in metropolitana, costruiscono un panorama alimentare sempre attivo. In questo contesto, i segnali esterni sembrano avere sempre più peso rispetto ai meccanismi fisiologici che regolano la fame e la sazietà.

Le immagini che provocano fame

L’obiettivo dello studio era comprendere come il cervello reagisse ai segnali del cibo quando il corpo era già sazio. Per farlo, i ricercatori hanno monitorato l’attività cerebrale di 74 volontari attraverso elettroencefalogramma, mentre partecipavano a un compito di apprendimento basato sul meccanismo della ricompensa. Durante l’esperimento ricevevano alimenti come dolci, cioccolato, patatine e popcorn e il cibo veniva offerto ripetutamente fino a quando i partecipanti dichiaravano di non volerne più. Ai volontari è stato anche chiesto di valutare 11 alimenti diversi in termini di desiderabilità su una scala da 1 a 10, e con il passare del tempo, il desiderio dichiarato diminuiva in modo significativo. I partecipanti riferivano di sentirsi sazi e di non essere più interessati a mangiare come all’inizio, eppure l’attività cerebrale raccontava una storia diversa. Le aree associate al circuito della ricompensa continuavano a mostrare una risposta decisamente forte di fronte alle immagini dei cibi appetitosi. In altre parole, la condizione di sazietà non "spegne" la reazione del cervello agli stimoli alimentari gratificanti: l’immagine del cibo rimane potente, anche quando lo stomaco è pieno.

Cosa ha dimostrato lo studio

Il dato più rilevante emerso dalla ricerca è che la risposta agli stimoli alimentari potrebbe funzionare come un’abitudine automatica, consolidata nel tempo attraverso l’associazione tra determinati cibi e sensazioni di piacere o gratificazione. Non si tratta quindi solo di fame biologica, ma di apprendimento, mangiare in assenza di fame rappresenta un’alterazione dei meccanismi omeostatici che regolano il bilancio energetico. Secondo i ricercatori, questo comportamento sarebbe in larga parte appreso e modellato dall’ambiente in cui si vive, la continua esposizione a immagini di cibi ipercalorici, infatti, influenza direttamente le risposte elettrofisiologiche del cervello legate agli stimoli sensoriali e cognitivi. Questo vuol dire che anche quando il bisogno fisiologico è soddisfatto, il sistema della ricompensa resta attivo; ecco perché, davanti a uno snack pubblicizzato o a un dolce dopo cena, possiamo sentire un impulso a mangiare pur non avendo fame, oppure troviamo sempre "lo spazio per il dolce". Il cervello non sta rispondendo a un deficit energetico, ma a un segnale appreso che associa quel cibo a un’esperienza positiva.

Perché è un risultato importante

Lo studio offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere l’eccesso alimentare nelle società occidentali. Se la risposta cerebrale agli stimoli del cibo è in parte indipendente dalla sazietà, allora il semplice "ascolta il tuo corpo" potrebbe non essere sufficiente in un ambiente saturo di sollecitazioni. Questo non significa che il controllo sia impossibile, ma suggerisce che le strategie di prevenzione dell’obesità dovrebbero considerare non solo la dimensione nutrizionale, ma anche quella ambientale e psicologica. Ridurre l’esposizione agli stimoli alimentari, lavorare sull’educazione alimentare e sulla consapevolezza dei meccanismi di ricompensa potrebbe essere altrettanto importante quanto contare le calorie, se la fame è fisiologica, il desiderio è invece cognitivo.

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