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Il caso Tony Effe e la convinzione tossica che magro significhi giusto: ma non è la taglia a dire chi siamo

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Una taglia esibita come un trofeo, la magrezza che diventa uno status di invincibilità, di successo, il modello a cui aspirare per essere giusti. Il messaggio di Tony Effe, che è seguito da un pubblico estremamente giovane, è pericoloso, perché ci riporta all’antica equazione di cui fatichiamo a liberarci: magrezza=bellezza.

Un semplice "fit check" da influencer avrebbe avuto più senso e apparentemente, sembrava si trattasse di quello: Tony Effe diretto alla sfilata di Diesel che mostra il look scelto per l'occasione mentre è in macchina. E invece, il rapper nelle Instagram Story, si è lanciato in un video diventato in breve tempo virale, in cui non si limita a far vedere i jeans che indossa: ne rivela la taglia, la rivendica con orgoglio e lancia un messaggio pericoloso, che non è passato inascoltato. Rivelando con fierezza di indossare "una taglia 26 da donna", Tony Effe apostrofa chi è dall'altra parte come "schiavo degli zuccheri, schiavo dei carboidrati, schiavo del cibo". Quest'ultima frase, in particolare, suona come un giudizio negativo vero e proprio nei confronti di chi, "colpevole" di mangiare un piatto di pasta e una fetta di torta, non può entrare in negozio a chiedere una taglia 38 di pantaloni, come lui. Il rapper si è scusato, ma il messaggio resta e ci fa capire quanto certe idee siano radicate.

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È esattamente il tipo di messaggio da cui da anni cerchiamo di svincolarci, ma che è piuttosto duro a morire, perché estremamente radicato culturalmente nella nostra società e amplificato dai social. Non riusciamo ad abbandonare l'idea del "se sei magro sei bello, sei giusto" e per arrivare a questa condizione, l'unica strada è avere un controllo sul cibo fatto di rinunce, eliminando ciò che ostacola il raggiungimento della tanto agognata taglia S. Così ci è stato insegnato, nella diet culture. Eppure, oggi sappiamo bene quanto siano una piaga i disturbi alimentari, disturbi che messaggi come quello, veicolati da un personaggio così in vista, possono fare danni.

Si è espressa a tal proposito la psicologa Michela Artuzzi, che a Fanpage.it ha commentato: "I disturbi alimentari sono una delle patologie più diffuse tra gli adolescenti. Se una persona ascolta questo tipo di messaggi, inevitabilmente il suo cervello andrà sulla propria taglia, riducendo la persona a un numero. Si inizia a pensare che indossare una certa taglia non vada bene, comincia la comparazione con l'altro. Il fatto è che il corpo porta con sé un vissuto: è un concetto diverso dal fisico, che è il solo aspetto estetico. Il corpo è l'oggetto attraverso cui io mi presento agli altri. Il modo in cui gli altri mi vedono determina l'essere accettato socialmente o l'essere messo da parte, il non piacere, l'essere di poco valore. Nel disturbo alimentare, tutto questo si riversa sul cibo, che però non è realmente il problema: è il modo cui io ti faccio vedere che sto male, mi serve per mostrarti la mia sofferenza". La psicologa, infatti, ha marcato quanto sia sbagliata la demonizzazione di zuccheri e carboidrati: "Essere schiavi del cibo, come dice lui, è un'idea forte: significa dipendere da qualcosa, vuol dire che qualcos'altro decide per me, che lo subisco".

Storicamente, i più demonizzati sono sempre stati carboidrati e zuccheri, quelli menzionati anche dal rapper. Il suo accento fortemente critico, contribuisce a creare un alone negativo attorno a qualcosa che non andrebbe vissuto con senso di colpa. Perché il problema non è nemmeno la taglia 26 in sé, indossata da tanti: è come ci si arriva, perché ci si arriva, in che condizione di salute e a quale costo psicofisico.

Oltre a essere una provocazione che va contro i principi di un'alimentazione sana, le parole di Tony Effe strizzano l'occhio alla cultura tossica della magrezza a tutti i costi, come se fosse quello a decretare il valore della persona. La taglia diventa la base su cui poggiare il giudizio: passa tutto da quel dato numerico. Se aderisci allo standard allora sei meritevole, se non aderisci al modello significa che sei sbagliato. Entrare in questa ottica di pensiero, porta ad attuare un controllo ossessivo di sé e quindi del cibo, visto come il nemico da gestire, da combattere o peggio da eliminare.

Intervistata da Fanpage.it a proposito di un regime alimentare sano, la nutrizionista Giulia Biondi ha chiarito: "Sembra più facile eliminare, ma il gioco dura poco, ce lo dice la letteratura scientifica: perché siamo esseri umani. Zuccheri e carboidrati, come tutto il resto, vanno gestiti in modo giusto ed equilibrato. Il messaggio peggiore, però, è il trionfo del numero, è sentirsi schiavi di una taglia, meritevoli in base a quello. Non c'è niente di sbagliato nel portare una 26, ma è un numero fine a se stesso che non dice nulla. Non siamo schiavi di un cornetto se a colazione un giorno ci va di mangiarlo. Semplicemente, sono una persona equilibrata che sa mangiare un cornetto senza essere schiavo della diet culture. Se davanti a un cornetto mi fermo per via di tutto quello che viene millantato, non sono schiavo del cornetto ma sono schiavo del controllo. È quel sistema a essere sbagliato, non il cornetto in sé".

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Giornalista dal 2018, laureata in Lettere ed Editoria e Scrittura, consegue al termine degli studi universitari il master in Critica giornalistica presso l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio d'Amico di Roma. Qui, oltre a portare avanti la formazione accademica e a fare esperienze di redazione, coltiva la passione per la radiofonia, collaborando con emittenti web e seguendo corsi di dizione e conduzione. Attualmente a Milano scrive per Fanpage.it, nell'area Stile e Trend, occupandosi prevalentemente di storie e interviste, questioni di genere, storie di donne.
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