Può piacere o no, ma gli sportivi sono un modello. Più sono famosi e competitivi, più è ampio il pubblico a cui si rivolgono, più forte è il messaggio che comunicano. Ed è in virtù di questo meccanismo che Novak Djokovic ha fatto esattamente quello che un grande campione non dovrebbe fare: ha dato l'esempio sbagliato.

Djokovic è positivo al Coronavirus e a lui vanno i migliori auguri di rapida guarigione. L'ha contratto, con buona probabilità, durante l'Adria Tour, insieme ai colleghi Dimitrov, Coric, Troicki e altri presenti. Un evento organizzato dallo stesso Nole nel rispetto delle normative vigenti nei paesi ospitanti ma con spregio delle regole di buonsenso da seguire pressoché ovunque in tempi di pandemia: tra feste ed eventi affollati, senza la giusta attenzione al distanziamento sociale e ad ogni minima forma di precauzione anti-contagio. Esponendo al rischio di un contagio chissà quante persone.

Ma Djokovic aveva fatto persino peggio, nei mesi precedenti. Ad esempio respingendo pubblicamente l'idea di affidarsi ad un vaccino per sfuggire al contagio. Lasciando persino intendere la possibilità di valutare scelte drastiche qualora fosse diventato obbligatorio per gareggiare nel circuito ATP. Oppure blaterando di fantomatiche potenzialità curative dell'acqua, dipendenti dallo stato emotivo di ognuno di noi. Cose così.

Djokovic è chiaramente libero di avere opinioni personali, ma nel ruolo di numero uno del tennis mondiale ha uno status da rispettare e un'influenza, più o meno marcata, su milioni di fan e appassionati. Che fanno il tifo per lui in campo, ne ammirano il gioco sublime, lo applaudono per le iniziative benefiche – come la donazione (silenziosa) all'ospedale di Bergamo in piena pandemia. E magari pendono dalle sue labbra o ne imitano le azioni. Anche quando dà l'esempio sbagliato, quello che un grande campione non si può permettere.