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Fabio Della Vida: “Sinner potrebbe mandare tutti a quel paese. Su Djokovic una cosa mi fa arrabbiare”

Fabio Della Vida ai microfoni di Fanpage racconta le emozioni per i talenti azzurri e la grandezza di Djokovic, ma non risparmia stoccate sulla tecnologia e sullo strano approccio italiano alle vittorie di Sinner.
A cura di Marco Beltrami
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Fabio Della Vida ci fa vedere il mondo del tennis da un occhio privilegiato. Quello di chi ne ha viste tante durante una vita dedicata allo sport, e a cercare e far crescere talenti. Lo storico manager e talent scout, non è uno che fa giri di parole e va dritto al punto come quando ci racconta l'emozione del vedere dove sono arrivati Sinner e Musetti, oppure come quando smonta i miti della tecnologia e dei "super-team" che affollano i box dei giocatori. Un'occasione per fare il punto anche sugli Australian Open appena conclusi, dove Djokovic ha dato l'ennesima dimostrazione del suo valore e un Sinner forse non al cento per cento della forma ha sprecato qualche occasione di troppo. Quello che è certo comunque è che Jannik continua ad emozionare e tanto Fabio anche per il suo modo di essere ("dice sempre le parole giuste al posto giusto, quando poteva giustamente mandare a quel paese miliardi di persone… Questa è una dote enorme che apprezzo moltissimo: uno che si fa gli affari suoi e se li fa bene")

Ai microfoni di Fanpage, Della Vida regala dunque un'analisi a tutto tondo, dimostrando anche il suo stupore per la reazione "italiana" al trionfo a Wimbledon di Jannik della scorsa annata. Un parere che rientra nel suo scetticismo per la prosopopea che spesso e volentieri accompagna i giudizi sui big del tennis. Una chiacchierata lunga che è iniziata in modo particolare, dal mondo dei cavalli.

Fabio com'è andata la corsa del tuo cavallo?
"Il cavallo è arrivato quinto, ma gli hanno galoppato sopra. Non ci aspettavamo che vincesse, però insomma ha corso bene, al fantino è piaciuto, era la prima corsa, quindi vediamo. Adesso ha un bel taglietto sulla gamba, però va bene, è andata bene così. Speravamo nel terzo posto, invece è arrivato quinto, pazienza dai. Andrà meglio la prossima,  però è proprio divertente. È una bella passione, sicuramente migliore del tennis, guarda, perché i cavalli non parlano mentre i tennisti sì, quindi…".

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Questa è bellissima, ma è un riferimento al periodo tennistico attuale o no?
"No, ma riguarda tutto. Cioè, l’uomo parla. Noi avevamo Federico Tesio che è stato forse il più grande genio dell’ippica di tutti i tempi. E lui diceva questo: ‘A me piace perché il cavallo non parla e l’uomo invece parla, dice cazzate, trova scuse e tutto'. Lui correva, pensa, dietro al fantino appena finiva la corsa, perché doveva parlargli a caldo, non quando riprendeva fiato e poteva pensare alle scuse. Lui voleva sapere il primo commento perché lì ti diceva una cosa vera; sennò trovava le scuse. Ed è un po’ quello che fanno i giocatori di tennis, o di calcio o di qualsiasi sport: se li interroghi a botta calda ti dicono una verità. Se cominciano a pensare ‘perché ho sbagliato quella cosa, perché ho fatto questo, perché ho fatto quell’altro', magari trovano le loro scuse, le loro cose e non ti dicono proprio la vera verità. Ecco, la vera verità, che poi è quello che pensano".

Fabio che idea ti sei fatto del percorso di Sinner agli Australian Open?
"La sconfitta di Sinner, che ti devo dire? Innanzitutto ho visto poco il torneo, perché ero a Tarbes a seguire i ragazzini. Sul megaschermo facevano vedere sprazzi di partite. Non mi è mai sembrato il miglior Sinner, ma questo non vuol dire niente: può capitare in un torneo. Ed è stato comunque bravissimo, perché è arrivato in semifinale. La gente pensa sempre che sia facile, che Djokovic sia bollito, che quello fosse un match che non doveva perdere. In realtà lì ha perso tante occasioni, l’ha detto anche lui, molto giustamente. Jannik è molto severo con sé stesso e ha sprecato un po’ troppe chance, da quello che ho visto. Vorrei dire una cosa: nel tennis, come nella vita, nel calcio, dappertutto, ci sono momenti un po’ no. La cosa che mi fa arrabbiare molto è la prosopopea di certa gente che parla degli incontri".

La delusione di Sinner agli Australian Open
La delusione di Sinner agli Australian Open

A cosa ti riferisci in particolare?
"Per esempio, guarda come è cambiato il giudizio su Djokovic nelle ultime due partite. Dopo la gara con Musetti, nessuno diceva che potesse battere Sinner o cose del genere. Lo davano tutti per un giocatore finito, che aveva avuto la fortuna di non giocare il turno precedente per il walkover dell’avversario. Dopo aver battuto Jannik Sinner, improvvisamente Djokovic è tornato a essere un fenomeno: ‘non si arrende mai', ‘è incredibile', tutto vero, per carità di Dio. Però gli stessi che il giorno prima scrivevano che era bollito, il giorno dopo dicevano che era il migliore di tutti i tempi. Questo, da un lato, è brutto, perché dimostra che molta gente capisce davvero poco. Dall’altro lato, è anche bello, perché sembrano le discussioni da bar come nel calcio, dove si dicono enormi ‘cazzate'. E ormai succede anche nel tennis di oggi".

Non hai mai nascosto la tua stima infinita per Novak Djokovic, anche in passato.
"Djokovic è sicuramente uno dei giocatori più forti di sempre. Dire se sia il più forte in assoluto, però, è impossibile.  È come chiedersi chi fosse più forte tra Ayrton Senna e Juan Manuel Fangio: macchine diverse, epoche diverse, tutto diverso. Non si può fare un paragone diretto. Però sì, Djokovic è sicuramente uno dei più grandi di tutti i tempi. Quello che forse gli è mancato è un po’ di carisma e di simpatia che avevano Roger Federer e Rafael Nadal. E penso che questo lo abbia fatto un po’ soffrire. È una cosa simile a quello che è successo a Ivan Lendl: non aveva il carisma di John McEnroe o Björn Borg, ma è stato un campione immenso, con il neo di non essere mai riuscito a vincere Wimbledon".

Tornando su Sinner non mi sembri affatto preoccupato.
"Capita un torneo in cui non giochi al massimo. Speriamo che si riprenda presto. Non è facile, con tutti che ti vogliono battere e con qualche problema fisico che probabilmente ha, perché spesso soffre di crampi e non è sempre al cento per cento. Però ha una forza interiore enorme e speriamo che riesca a rimettersi in carreggiata. Consentimi anche due parole su Lorenzo Musetti".

Djokovic in grande spolvero agli Australian Open
Djokovic in grande spolvero agli Australian Open

Certamente, è stato uno shock per tutti il suo ritiro. Credi che potesse arrivare fino in fondo?
"Lorenzo è stato davvero sfortunato. Poteva vincere questo torneo. È diverso da tutti gli altri, ti fa giocare male, ti porta fuori ritmo. A me fa molto piacere per lui, perché è un giocatore che adoro tecnicamente da quando l’ho conosciuto da piccolino. Mi piace tantissimo. Spero solo che non sia vera questa fragilità fisica che a volte mostra. Adesso ha due figli, è diventato più responsabile, sta giocando davvero bene. Gli auguro ogni bene, perché è un grandissimo talento e spero che raccolga tutto quello che il suo talento merita".

Tu che lo conosci bene pensi che in questa edizione del torneo Nole abbia vissuto emozioni uniche o ci è abituato?
"Non credo. Dopo tutti questi anni, forse qualcuno pensa che sia ormai  finito. In realtà no, perché lui ha un’immensa fiducia in sé stesso. L’ha sempre avuta. Forse una volta sola, nel 2017, è andato in crisi quando scelse di affidarsi a un preparatore mentale e a una certa filosofia. Gli diedero una dieta sbagliata, si circondò di questi ‘guru' che oggi si vedono in giro, e che secondo me sono molto pericolosi, non solo nel tennis ma anche nella vita. A parte quell’annata, però, Djokovic ha sempre avuto una fiducia bestiale in sé stesso. Ti racconto una cosa: quando volevo prenderlo da ragazzino, perché mi piaceva da morire, non ci sono riuscito. Dovevo parlare con suo padre, che non parlava benissimo inglese, e io figurati come lo parlo in serbo. Eravamo agli Europei a Genova, cercavamo un interprete, e lui disse: ‘No, faccio io'. Gli dissi: ‘Ma dai, no, hai quindici anni, lascia stare…'. E lui mi rispose: ‘Guarda che la carriera è mia, mica tua, non rompere le scatole: faccio io”. E fece l’interprete. Questo per dirti che tipo di persona era".

Si percepisce il tuo affetto per lui.
"Io a Nole voglio davvero bene. È stato un giocatore e una persona fortissima. Non credo che si sia mai emozionato al punto da perdere fiducia: lui ha sempre creduto di poter vincere. E lo crede anche oggi. Crede di poter vincere uno Slam, di poter battere Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. E questa volta ci è andato vicino. Anche la finale l’ho vista poco, perché sono tornato tardi. Però, se vinceva il quarto set, non so come andava a finire. Davvero. Da giocatore di tennis, Djokovic forse è stato persino meglio di Roger Federer e Rafael Nadal. Te lo dico francamente. Ma è un’opinione personale. È come dire se ti piace di più il cioccolato o la crema: non esiste una risposta giusta. Però se mi chiedono, io dico Djokovic, sempre".

Dove può arrivare Nole ora?
"Perché non dovrebbe continuare? Perché non dovrebbe provarci ancora? Quello che ha fatto non è nemmeno unico. Ken Rosewall arrivò in finale a Wimbledon quando aveva quasi quarant’anni. Djokovic non li ha ancora compiuti, anche se ci è vicino. Ma non è quello il punto. Il punto è che certe cose possono succedere solo ai grandissimi campioni. E lui lo è. La gente si è già scordata che l’anno scorso Novak Djokovic ha battuto anche Carlos Alcaraz in finale alle Giochi Olimpici di Parigi 2024. Perché poi funziona sempre così: quando batte Jannik Sinner, allora Sinner è finito e Djokovic è un fenomeno".

Djokovic e Alcaraz dopo la finale degli Australian Open
Djokovic e Alcaraz dopo la finale degli Australian Open

Tu ci parlasti del rumore dei colpi di Sinner le prime volte che l'hai visto, ti emoziona ancora vederlo giocare e ripensi a volte "Ma guarda te quel ragazzo quanta strada ha fatto"?
"Beh, mi emoziono perché io, senza emozione, non potrei fare questo lavoro: ti emozioni per qualsiasi cosa. Sono suo tifoso, lo sono sempre stato, e devo dirti che non mi aspettavo che diventasse così forte. Cioè, io di solito non pongo mai un limite, ma è diventato così bravo, si gestisce così bene, dice sempre le parole giuste al posto giusto, quando poteva giustamente mandare a quel paese miliardi di persone… Questa è una dote enorme che apprezzo moltissimo: uno che si fa gli affari suoi e se li fa bene. E certo che mi emoziona. Mi emozionavo con Ivanisevic quando l’ho avuto, mi emozionavo con McEnroe. Insomma, il tennis, lo sport, è bello proprio perché dà emozioni. Sennò, se non ti emozioni, fai un altro mestiere, veramente".

Quando punti su un giovane talento hai una visione a lungo termine, cioè che magari possa arrivare tra i primi del mondo, oppure no?
"Vedere un orizzonte: ovvero che questo giocatore arrivi tra i primi del mondo, perché sennò è inutile che vai in giro a cercare. Ovviamente so benissimo che per un Sinner che prendo ne ho 20 che non riescono almeno a mantenersi da soli. E per me, guarda, il segreto è non guardare il campo da tennis. Certo, se uno è negato, ovviamente te lo continuo a far vedere il campo da tennis, ma contano moltissimo tutte le persone che lo circondano, l’ambiente dove sta, la voglia che lui ha: devi indovinare questo. Devi indovinare insomma tante cose che il campo non ti dice. Come si allenano, come sono organizzati, la voglia che hanno, se sono persone perbene. Devi vedere tante, tante cose che tante volte non indovini".

Insomma puntare sempre al massimo, in termini di ambizioni.
"Per esempio, ho una giocatrice che è Linda Noskova. Per me è molto più forte dell'attuale numero 13 del mondo (il suo ranking, ndr). Quindi che le vuoi dire: bravissima, per carità di Dio, ma per me lei è una che dovrebbe essere numero due o tre del mondo, se non numero uno. Ci sono dei limiti che magari all’inizio non vedi e che però devi intuire. Cioè, io ti prometto che firmerei perché uno che non si impegna mi arrivi a 12-13 del mondo, perché vuol dire che sei veramente bravo. Però ecco, Sinner è uno di quelli che dà veramente sempre il 100%, come Alcaraz, e come tutti i grandi. C’è gente che invece un pochino si tira indietro, si accontenta. E con le classifiche di oggi, è facile: fai due tornei fatti bene e una volta che stai lì nei primi 30 o 20 non ti toglie più nessuno. Ti accontenti, guadagni bene e ti fai la tua vita. È una scelta di vita anche quella. Magari ti alleni meno, ti diverti di più, guadagni meno: è la tua scelta. Però guardi sempre, sempre, sempre a quello che può giocare a tennis a un certo livello".

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Chi ti intrigherebbe vedere in futuro al posto di Cahill al fianco di Sinner?
"La prendo un po’ alla larga, permettimelo. Il tennis è molto mal venduto perché tutti parlano. Ti faccio un esempio: Sinner quest’anno ha mandato via Marco Panichi, che è tuttora uno dei più bravi tecnici e preparatori atletici che ci sono. E la gente diceva: ‘Come farà ora?'. Voglio dire: se Marco Panichi allena me, mi manda al top, però non è che io vinco Wimbledon. Cioè non faccio le cose che fa Sinner perché non sono capace. Ti porta sì al tuo massimo, ma quello che conta veramente è il giocatore. Lo stesso Panichi, se lo senti parlare, dice: ‘Sì, io ho fatto il mio lavoro con Sinner, ma quanto valgo? Valgo l’1%, il 2% di quello che fa lui'. Il 98, il 99% ce lo mette il giocatore. Poi, se quell’1-2% ti fa vincere Wimbledon, ti cambia la vita".

Chiaro, insomma bisogna trovare l'alchimia giusta e lavorare sui dettagli?
"Sai, per esempio ho conosciuto uno degli allenatori di Jacobs, che ha vinto le Olimpiadi. E lui mi ha detto: ‘Pensa che hanno lavorato per tutto l’anno prima che vincesse le Olimpiadi per migliorare il primo passo, che fosse tre millimetri più avanti'. E quello gli ha fatto vincere le Olimpiadi. Ma se non avesse avuto le sue qualità e i suoi tempi, lo potevi insegnare a tutti e non avrebbero vinto. Voglio dire che il 99% lo fa l'atleta".

Mi sembra di capire che quindi sei fiducioso sulla scelta di Sinner, perché lui è lui a prescindere.
"Quando io sento parlare ‘coach questo, coach quello'… Ti faccio un esempio: quest’anno a Wimbledon ha battuto Shelton, no? A un certo punto hanno inquadrato il box di Sinner e c’erano tre persone: Vagnozzi, Cahill e Vittur. Poi hanno inquadrato quello di Shelton, che aveva 20 persone: preparatore fisico, preparatore qua, preparatore là, preparatore su, preparatore giù. Risultato: 3-0 per Sinner. Ti fa pensare, no? A cosa servono questi? Voglio dire, certo, se sei Sinner o Djokovic ti porti appresso chi vuoi, ma quelli che non hanno tutti questi soldi e poi si lamentano che il prize money è basso? Ma dai! Se ti porti appresso cinque persone, certo che il prize money è basso. A me e a te piacerebbe avere una Ferrari, ma se non hai i soldi per comprarla ti compri un’altra macchina che è alla tua portata".

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D'altronde lo stesso Federer veniva accusato di "allenarsi poco" solo perché c'erano cose che non si vedevano.
"Sai chi è stato il miglior preparatore atletico che ho mai incontrato? Pierre Paganini. È stato il preparatore atletico di Federer e di Ana Ivanovic. Tu l’hai mai visto a un torneo di tennis? Io mai. Una volta sola perché gliel’ha chiesto Federer. Paganini, molto amico di Roger, magari il lunedì di Wimbledon andava prima, lo allenava e poi se ne andava. Perché non serviva a niente stare lì. Non voglio essere frainteso sulla loro importanza".

Si possono ottenere ottimi risultati con uno staff selezionato bene e puntando sulla qualità.
"Prima i preparatori atletici, fino a 10-15 anni fa, ti facevano la preparazione a casa, poi ti davano un foglio di quello che dovevi fare prima delle partite e tu partivi per il torneo col tuo coach. E non c’era la tecnologia di oggi. Oggi invece quasi non ti serve neanche il coach, è un paradosso ovviamente, perché può vedere la partita in televisione, registrare tutto, poi ci parli e ti dice: ‘Guarda, dovevi fare così, dovevi fare cosà', eccetera eccetera. E invece ci sono tennisti che continuano ad andare in giro con 20 persone appresso. Ma che se ne fanno? Poi si lamentano che costa troppo. Vogliono portarsi il fisioterapista, ma con tutto il rispetto: vai a Wimbledon e ci sono i migliori fisioterapisti della Gran Bretagna, gratis. Ma che cacchio te ne frega? Posso capire un infortunio particolare, ma sempre in giro con questi…".

Il cerchio si chiude, e tutto torna a quanto dicevi prima ovvero che se uno è un giocatore forte alla fine esce.
"Vincono perché sono bravi giocatori. E c’è questa idea: ‘Ah, ha licenziato quello, ha licenziato quell’altro'. Ma contano pochissimo. Sono bravissimi, per carità, i migliori che ci sono, ma alla fine è il giocatore che fa tutto. Se non sei un giocatore vero, ti possono insegnare qualsiasi cosa, ma dove vai? Se non hai dentro certe cose, quel momento in cui devi osare, in cui non puoi perdere, in cui tiri fuori attributi che altri non hanno, chi te li può insegnare? Chi te li può dare? Ce li hai dentro. Non si insegnano. Sennò sarebbero tutti numeri uno del mondo".

A proposito di tecnologia, oggi anche nel calcio si parla di algoritmi per scovare giocatori ecc. Quanto è importante invece l'occhio umano, il saper riconoscere il talento?
"Più va avanti la tecnologia, meglio è, però la tecnologia la devi dominare tu. Cioè sei tu che la usi ed è lei che è tua schiava, non il contrario, come purtroppo spesso succede oggi in tutti i campi del mondo. Perché ‘lo dice questo, lo dice l’altro'. Io per esempio l’altro giorno ho fatto un discorso con un maestro che stimo molto, che mi diceva giustamente: ‘Guarda, tutti dicono adesso: guarda il servizio come lo fanno, vanno lì e fanno questo e quello'. Però… tu fai questi raduni della Federazione e ti dicono: ‘Vedi, la tecnologia ti spezza il movimento, ti fa vedere questo, ti fa vedere l’altro'. Se tu prendi il servizio di Borg, il servizio di Sinner, vedi che sì, lo fanno in maniera un po’ differente, ma finiscono tutti nella stessa maniera. Tutti. Il dritto: se la palla è lontana da te devi andare un po’ in open stance e spingere, sennò devi essere più vicino e spingere. Questo lo sapevano anche 40 anni fa".

Al netto del cambio della velocità, dei materiali dunque alla fine la tecnica non cambia nonostante tutto.
"Certo, c'erano altri materiali, quindi non cambia niente nella tecnica; cambia molto meno di quello che ti dicono e che ti vendono. È tutto per vendere. Oggi il mondo va avanti solo se vendi qualcosa, è diventata un’ossessione praticamente. E ti devono vendere anche delle cose che secondo me sono delle enormi cavolate, e tu ci caschi e magari vai a seguire quello. Quindi la tecnologia ben venga, ti aiuta tantissimo in tante cose, ci mancherebbe, in tutto. Però la devi usare bene. Se la usi e ti fai dominare da quello che ti dicono, da quello che ti insegnano, è un problema".

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I "vecchi metodi" sono sempre i più efficaci allora, anche a livello formativo?
"Io mi ricordo quando parlavano dell’occhio dominante, che è un’altra scemenza, sempre. Ma sai come la vendevano la storia dell’occhio dominante? Ti dicevano: ‘Ah guarda, devi andare a fare un esame per vedere qual è l’occhio dominante, perché è molto importante'. Sicuramente è importante, per carità di Dio, però ti volevano far spendere 100 euro, 200 euro, quello che costava, con una visita, quando bastava che lo portassi davanti a una porta e dicevi: ‘Guarda, qual è l’occhio che usi?'. Guardavi nella buca e capivi qual era l’occhio dominante. Questo a me fa incavolare. Sono tutte cose importanti, ma vanno usate bene e senza buttare i soldi dalla finestra, almeno. Io la vedo così, poi magari sbaglio, eh, per carità".

Alla luce della tua esperienza: cosa hai pensato di getto quando hai visto, quando hai saputo della separazione tra Alcaraz e Ferrero?
"Ma era un po’ nell’aria, eh. Quando li vedevi… è come un matrimonio che, delle volte, finisce e non sai perché. Ma anche qua è un po’ quello che ti dicevo prima. Voglio dire: Ferrero, per carità di Dio, chi non vorrebbe essere allenato da lui? È stato un gran giocatore, una cosa enorme. Però se Ferrero avesse preso un altro e questo non avesse fatto quello che ha fatto Alcaraz, c’era poco da fare, perché Alcaraz è un fenomeno vero e proprio. E quindi sono cose che fanno parte della storia. Agassi ha lasciato Bollettieri, Sinner ha lasciato Piatti, e queste cose nello sport finiscono. Non mi ha stupito tanto. Alcaraz rimarrà quello che è, e Ferrero sicuramente, quando avrà un altro giocatore, gli tirerà fuori il 100%, perché è quello che fa un grande allenatore: ti tira fuori il 100%. Non come dicono tanti giornalisti: ‘Quello è bravo perché ha allenato il numero 8 del mondo'. Perché se tu alleni uno che può diventare numero 50 del mondo e non può diventare 49, tu sei il più bravo allenatore del mondo perché gli hai tirato fuori tutto quello che aveva. E questa è un’altra delle cose che molti non considerano".

Cosa pensi di chi ha il coraggio di criticare Lorenzo Musetti per le troppe finali perse?
"Se dovessi dire loro quello che penso, mi querelerebbero, quindi è meglio che non te lo dica, diciamo. Perché quando tu discuti uno come Musetti, io posso capire che uno abbia le sue opinioni, cioè secondo me dovrebbe fare questo, dovrebbe fare quello, fa parte del gioco, diciamo. Però quando lo dicono in questa maniera così astiosa, così supponente, a me personalmente dà fastidio. E Musetti che deve fare? È un bravissimo ragazzo, uno che dà il 100%, secondo me ha ancora parecchi margini da migliorare. Sicuramente, secondo me, non ha forse quel qualcosa dentro che Sinner ha, perché come tennis sono diversi. Però Musetti gioca bene e Sinner lo diceva fin da quando erano piccoli. Al contrario di Sinner, li ha giocati tutti, è stato numero uno del mondo juniores. È fatto a modo suo, si impegna, però è un grande. Gli auguro tutto il bene possibile. Poi le finali si vincono e si perdono, intanto ci arrivi, e poi vedrai che qualcuna la vinci".

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Fabio, tu hai detto poco fa di vivere ovviamente di emozioni, altrimenti non potresti fare quello che fai. Qual è stata l’emozione più grande, quella che ti ha segnato di più?
"È una domanda facile. Ne ho avute tante. Io ho cominciato con Ivanisevic, e Ivanisevic ha avuto delle sfortune incredibili tennisticamente parlando. Quando Goran ha vinto Wimbledon è stata per me l’emozione più grande. Poi ce ne sono state altre. Un’altra cosa che mi ha emozionato, pur essendo andata male, è stata una partita a Wimbledon, anzi scusa, agli Australian Open. Lavoravo con Camporese e fece quella partita con Becker che secondo me è stata una delle più belle partite che ho visto in vita mia. Lì abbiamo perso, però quando ti rendi conto di aver visto una partita leggendaria, sono le emozioni che ti restano dentro".

Insomma due cavalcate diverse, ma trionfali.
"Però quella di Goran è stata incredibile, più ancora di Sinner che ha vinto Wimbledon. E anche questa è una cosa che non riesco a capire negli italiani, né nei tifosi né in generale. La vittoria di Sinner a Wimbledon è stata vissuta quasi come secondaria rispetto al fatto che lui sia numero uno del mondo. Ma vincere Wimbledon è molto, molto più importante che essere numero uno. Non c’è paragone. Il primo italiano che vince Wimbledon. E non c’è stata quell’enfasi che pensavo ci fosse, era dato quasi per scontato".

Se pensiamo poi a come è arrivata, dopo il Roland Garros.
"Guarda, quella partita del Roland Garros mi ha ricordato McEnroe-Lendl. Se Sinner la rigioca 30 volte, la rivince. A me è dispiaciuto molto, ovviamente, ma poi ringrazio perché a Wimbledon è successo quello che è successo. È anche vero che fortuna e sfortuna si equilibrano: Sinner con Dimitrov è stato fortunato, due set. Io non penso che poi avrebbe perso, ma è giusto dire che è stato sfortunatissimo a Parigi e fortunato a Wimbledon. E per me Wimbledon è dieci volte più importante di tutti gli altri tornei del mondo. È quello che ti rende immortale. Ci sono misteri: come quello di Lendl e Connors che non hanno mai vinto Wimbledon. Chissà perché".

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Fabio ci sono ragazzi promettenti che potrebbero arrivare a breve?
"Penso che si giochi a tennis molto male. Vedo praticamente gli junior come se giocassero per essere numero uno del mondo juniores, che secondo me è uno sbaglio enorme. Però sì, ne ho visti due o tre che hanno delle caratteristiche e per me il mio lavoro è diventato molto più facile, perché oggi il tennis, per colpa della federazione internazionale e di chi lo dirige – tra l’altro il problema del tennis è che non c’è nessuno che lo dirige, perché chi è il capo del tennis? Boh – non è l’ATP, non è l’ITF, non è la WTA, è un misto, e quindi non si fanno le regole. Non hanno mai controllato le superfici, non hanno mai controllato le racchette, non hanno mai controllato la pressione della palla e oggi si può giocare a tennis solo nella maniera in cui si gioca oggi. Per cui le partite sono francamente, in genere, molto più noiose di quelle che erano vent’anni fa, quando c’erano scambi di stile".

A parte i primi due battistrada pensi che il resto sia abbastanza piatto?
"Oggi tu vai a Roland Garros, due settimane dopo – tre adesso, prima erano due – vai a Wimbledon: erano due tornei completamente differenti. Adesso su due tornei si gioca tutti allo stesso modo. Anzi, paradossalmente Roland Garros è più veloce di Wimbledon come superficie, e questo ti dice tutto. Per me il mio lavoro è molto più facile perché quando vedo uno che veramente vuole diventare forte, lo vedi subito. Magari preferisce perdere una partita ma migliorare a livello juniores, piuttosto che vincere rubandola, portandola via con la grinta, soffrendo, alzando pallonetti e cose così. Quelli non mi convincono molto. Oggi il tennis è diventato strano, perché ti ricordi che 30-40 anni fa quanti tornei di seconda categoria, di terza categoria c’erano in Italia? Oggi il tennis è diventato globale, quindi questi tornei di seconda categoria sono diventati globali. Vent’anni fa c’erano due Futures a settimana, al massimo due Challenger. Oggi ce ne sono trenta".

Forse non viene valorizzato il messaggio vero che danno Sinner e Alcaraz, non credi?
"Prendi il calendario di oggi, guarda le partite juniores che ci sono. È come se questa seconda e terza categoria si fosse sparsa per il mondo. Il mondo è diventato come l’Italia o la Francia di vent’anni fa. E oggi, siccome spendi un sacco di soldi per andare in giro per il mondo, questi ragazzi vogliono rientrare, giustamente, e anche i genitori vogliono rientrare. Che fanno? Fanno di tutto per diventare forti a 17-18 anni, avere una classifica e andare a giocare questi Futures che, bene o male, ti danno dei soldi. Futures, Challenger: guarda quanti quarantenni, quasi cinquantenni, giocano i doppi nei Futures e nei Challenger, perché ci vivi tranquillamente. Certo, non ti devi portare dietro il preparatore atletico e tutto quello di cui parlavamo prima. Al circolo dove sto io c’è un Challenger, il Garden a Roma Nord. Il vincitore, bene o male, prende 12.000 euro. Se perdi al primo turno prendi 300-400 euro, ne fai due o tre, e ci vivi. Certo, non sei milionario. Però la differenza fra Sinner, Alcaraz e tutti gli altri la vedi. Quelli hanno giocato per migliorare. Gli altri forse no".

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