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Claudio Pistolesi: ”Mi è successa la stessa cosa di Sinner. Come se mi avessero dato una martellata”

Claudio Pistolesi a Fanpage.it analizza il tennis italiano in vista di Wimbledon: il crollo di Sinner a Parigi, simile al suo drammatico US Open ’92, il legame profondo con Cobolli e il rischoi burnout per Paolini.
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Quando Claudio Pistolesi parla di tennis, non si limita a commentare un tabellone o a fare previsioni: ne estrae l'anima, i ricordi e le dinamiche più profonde. L'ex numero 70 del mondo, storico capitano azzurro in Coppa Davis e oggi coach e stimato opinionista televisivo, Pistolesi porta con sé un bagaglio di aneddoti che unisce la Golden Age del tennis italiano alle storie più intime del circuito moderno.

Ai microfoni di Fanpage, alla vigilia di un attesissimo Wimbledon, Pistolesi analizza a mente fredda i temi caldi del momento partendo dal crollo fisico di Jannik Sinner al Roland Garros. Un episodio che per il tecnico romano non ha nulla di misterioso, ma che rievoca un sentito e personale parallelo con la sua sfida del 1992 agli US Open contro Thierry Champion, quando il caldo asfissiante "spense la luce" a un passo dalla vittoria.

Ma questa chiacchierata è soprattutto un viaggio emotivo che profuma di terra battuta e romanità. Pistolesi si commuove nel raccontare con voce tremante il legame viscerale con Flavio Cobolli, visto crescere fin da bambino tra le racchette di Adriano Panatta e le storiche botteghe di tennis romane. Dalla difesa di Jasmine Paolini contro il rischio di burnout, fino alle riflessioni  sui Mondiali di calcio americani e sul concetto di "nazione" nell'era della globalizzazione, ecco il racconto senza filtri di un grande saggio del nostro sport.

Claudio Pistolesi sul campo durante un allenamento
Claudio Pistolesi sul campo durante un allenamento

Partiamo da Sinner, quanto sei rimasto colpito da quanto accaduto al Roland Garros?
"Trovarsi avanti in quel modo e Sinner crollare così sembra quasi fantascienza. Mi ha ricordato una cosa che è successa a me agli US Open. Una situazione molto simile, causata dal caldo. Credo che Jannik non abbia voluto cercare scuse o attribuire la colpa al caldo, perché è un signore, ma secondo me c'entrava eccome. Ricordo benissimo che nel 1992 ero avanti due set e un break contro Thierry Champion. Stavo giocando una delle migliori partite della mia vita sul cemento. Dominavo completamente. Anche lì c'erano oltre 40 gradi, con un'umidità mostruosa. È come se qualcuno ti desse una martellata in testa. Cominciai a barcollare. Pensai perfino di ritirarmi. Poi, per orgoglio e per non dare l'impressione di ritirarmi perché stavo perdendo, rimasi in campo e finii per perdere male i tre set successivi".

Quindi tu, meglio di chiunque altro, puoi spiegare cosa succede in quei momenti. Anche quando sei in pieno controllo della partita, improvvisamente si spegne la luce?
"Non riuscivo più a camminare, a respirare, a sudare in modo normale. Secondo me a Sinner è successa esattamente la stessa cosa. Ha avuto una sorta di colpo di calore. Non è un termine scientifico, ma rende l'idea. Le energie si sono spente all'improvviso. E non è una questione di preparazione fisica. Sinner è in una condizione straordinaria. Il problema è che, a certe temperature, il cervello viene sollecitato oltre il limite e smette di rispondere come dovrebbe. A quel punto puoi mettere il ghiaccio, bere, assumere sali minerali, farti assistere dal fisioterapista, ma spesso è troppo tardi. Bisognerebbe riuscire a prevenirlo prima. E anche facendolo, non sempre basta".

Incide anche lo stress mentale oltre a quello fisico non è vero?
"Bisogna considerare tutto il contesto: la tensione nervosa, il fatto di essere il numero uno del mondo, le aspettative, gli impegni continui dentro e fuori dal campo. Anche andare in giro comporta continue richieste, attenzioni, pressioni. Siamo comunque esseri umani. Tutto questo insieme, secondo me, ha presentato il conto. Va detto che anche Cerundolo ha sofferto il caldo. Si vedeva che non esultava in modo particolare quando si è reso conto delle difficoltà di Sinner. È stato corretto e onesto".

Che sensazioni hai adesso in vista di Wimbledon per il campione in carica?
"Adesso però riprendersi da una botta del genere richiede una grande forza mentale e una grande consapevolezza. Assolutamente. E parliamo comunque di uno che punta a vincere Wimbledon. Si parla già di un bis. Se riuscisse davvero a vincerlo di nuovo, entrerebbe in un gruppo ancora più esclusivo. Quanti sono quelli che hanno vinto Wimbledon per due anni consecutivi? Mi vengono in mente Borg, Sampras, Federer e lo stesso Alcaraz. È una sfida straordinaria, ma tutto ricomincia dal primo turno. Come sempre. Bisogna partire bene, trovare il ritmo, verificare il livello del gioco e del servizio. E comunque dovrà fare i conti ancora con il caldo, perché ho la sensazione che anche a Londra quest'anno le temperature saranno molto elevate".

Sinner sofferente al Roland Garros
Sinner sofferente al Roland Garros

Oggi il gioco si è un po' uniformato su tutte le superfici ma quali sono le peculiarità dell'erba? E Sinner potrebbe giovarne?
"In teoria rispetto alla terra battuta è un gioco più veloce: il punto finisce prima, c'è meno tempo per preparare i colpi e, almeno sulla carta, meno necessità di restare tante ore in campo. Però, all'atto pratico, abbiamo visto anche partite lunghissime sull'erba. La partita più lunga della storia del tennis si è giocata proprio a Wimbledon, tra Isner e Mahut, e io ero lì a vederla. L'erba di oggi non è minimamente paragonabile a quella dei miei tempi. Allora era quasi obbligatorio andare a rete, perché la palla rimbalzava pochissimo. Si giocava continuamente di volo".

Altri tempi, altri campioni. C'è sempre tempo di emozionarsi però a Londra.
"Forse, insieme ai 14 Roland Garros di Nadal, la più grande impresa della storia del tennis l'ha fatta Borg, vincendo cinque Wimbledon consecutivi. Lo ha fatto con il suo stile di gioco, con le sue impugnature, una sorta di miracolo tennistico. E poi arrivava dalla terra battuta. Mi viene in mente anche Jasmine Paolini, che ha raggiunto la finale al Roland Garros e subito dopo quella di Wimbledon. Farlo consecutivamente oggi è qualcosa di incredibile".

Il tennis è cambiato parecchio anche sull'erba dunque, non più veloce come un tempo?
"Il tennis sull'erba è cambiato. Le palline sono più lente rispetto al passato. Ai miei tempi c'erano le Slazenger, che erano velocissime. Credo si usino ancora, ma mi sembrano molto più controllabili rispetto a una volta. Mi hanno spiegato inoltre che i giardinieri hanno modificato il modo di tagliare l'erba, ottenendo un rimbalzo diverso. Lo si nota anche dal consumo del campo. Se guardi le immagini delle finali tra Becker ed Edberg per esempio, a fine torneo il campo era completamente consumato sia a fondo campo sia nella zona della rete, perché tutti attaccavano. Oggi, invece, il deterioramento si vede quasi esclusivamente da fondo campo. In mezzo il prato resta molto più verde, segno che si gioca molto meno a rete e molto più dalla linea di fondo. Poi conta molto anche il meteo: se ha piovuto, il grado di umidità dell'erba, il modo in cui la palla rimbalza e scivola via. C'è quello che viene chiamato coefficiente di restituzione".

Il passaggio dalla terra all'erba è così traumatico?
"Sulla terra battuta la palla perde gran parte della sua energia dopo il rimbalzo e quindi sei tu a dover generare velocità. Sull'erba, invece, sfrutti molto di più la velocità che la palla possiede già. Per questo il gioco è più basato sull'appoggiarsi al ritmo dell'avversario. Ma anche qui la differenza rispetto al passato è molto minore. Oggi vediamo Sinner colpire e martellare da fondo campo sull'erba quasi come fa sulla terra. Eppure, non molti anni fa, Matteo Berrettini, grazie a un servizio devastante e a una palla che sull'erba restava bassissima, è arrivato fino alla finale di Wimbledon. Insomma, il passaggio dalla terra all'erba resta probabilmente il cambiamento più delicato della stagione, ma è molto meno traumatico rispetto a quello che era una volta".

Sinner campione in carica a Wimbledon
Sinner campione in carica a Wimbledon

Ti ho visto commosso in un video in cui parlavi della bella cavalcata di Flavio Cobolli al Roland Garros, dove nascono queste emozioni?
"Ho detto che ci è andato vicino a vincere. Ma Flavio è una persona molto speciale per me, per una serie di motivi. Prima di tutto perché me lo ricordo quando era davvero un bambino, avrà avuto tre o quattro anni. Giocavo e frequentavo i tornei con suo padre Stefano, io ci andavo da coach e spesso stavamo insieme. Poi c'è Roma. Siamo andati allo stesso circolo, il Parioli. Io sono stato al Parioli e adesso siamo entrambi nella Hall of Fame del circolo. C'è anche lui. E poi c'è il discorso della romanità. Può sembrare una sciocchezza, ma lui rappresenta Roma per noi romani. È tifoso della Roma, abbiamo tante cose in comune. Come dice Venditti: ‘Dimmi cos'è che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo'. Noi, tra l'altro, ci conosciamo pure, quindi siamo davvero molto amici".

Possiamo dunque immaginare cosa tu abbia vissuto durante la premiazione di Parigi.
"Se avesse vinto, avrebbe ricevuto il trofeo da Adriano Panatta. E Adriano per me è un punto di riferimento assoluto. È stato il mio capitano di Coppa Davis per sei anni, è stato il mio idolo. Io sono del 1967 e negli anni Settanta ho iniziato a giocare a tennis proprio grazie a Panatta. Quindi non era soltanto una questione sportiva. Sarebbe stato un romano che veniva premiato da un altro romano a Parigi. Non a Roma, a Parigi. Davanti ai francesi. Sarebbe stato qualcosa di irripetibile. Quando Adriano è stato chiamato a premiare il vincitore, nel cinquantesimo anniversario del suo trionfo, per me è stato emozionante. Ricordo perfettamente la sua vittoria del 1976. Avevo nove anni e giocavo già tutti i giorni. Incontravo Panatta da Bartoni, che all'epoca era probabilmente il negozio di tennis più importante d'Europa. Lì trovavi Borg, trovavi Panatta che passava a prendere le racchette. I miei nonni avevano la macelleria proprio di fronte".

Bellissimo ricordo, possiamo dire che è stato un cerchio che si è chiuso?
"Per me era un mondo magico. Ricordo le racchette esposte, le palline ancora nelle scatole di cartone. Era un universo affascinante per un ragazzino. E vedevo il mio idolo, che poi anni dopo sarebbe diventato il mio capitano in Coppa Davis. Adesso, quasi cinquant'anni dopo, vedo questo ragazzo che ho visto nascere e crescere. E poi c'è un altro aspetto. Dal punto di vista tecnico, lui è quello che io avrei voluto essere. Giocava a due mani, aveva caratteristiche che sentivo vicine alle mie. Io sono stato numero 70 del mondo, ho battuto il numero uno del mondo, ho sconfitto tanti top 10 e grandi campioni, ma non sono mai entrato stabilmente tra i primi dieci. Lui invece adesso è lì. E quindi, nella mia testa, c'è anche una componente emotiva. Credo che lui sappia quanto gli voglio bene. A Roma mi ha abbracciato, sa quanto faccio il tifo per lui. Ho parlato anche con sua madre, che mi ha detto quanto abbia apprezzato i commenti che faccio sui social. Io lo sostengo sempre, in tutto e per tutto".

Flavio Cobolli poi è uno dei personaggi più apprezzati del circuito, sembra godere della stima di tutti.
"Quelle movenze feline in campo, quel diritto devastante, quell'esplosività incredibile… come struttura fisica ci assomigliamo anche un po'. Quando passavo dalla terra all'erba mi muovevo in maniera simile. Ovviamente cambia il livello. E di molto. Ma dentro di me c'è anche un piccolo sogno riflesso in lui. Vedo in Flavio quello che avrei voluto essere e che non sono riuscito completamente a diventare. Però c'è un'altra cosa che mi colpisce: è un ragazzo estremamente generoso. È stato vicino a Bove quando è stato male in campo. Dopo la tragedia che ha colpito un ragazzo del Parioli, ha dedicato la vittoria alla sua memoria. È sempre attentissimo agli amici, al suo circolo, alle persone che gli vogliono bene".

Cobolli e Panatta insieme a Roma
Cobolli e Panatta insieme a Roma

Ha dato l'impressione di essere sempre attento alle sue origini.
"Ha raggiunto una semifinale Slam a Parigi e il giorno dopo era già al Parioli. Ha vinto la Coppa Davis restando sempre se stesso. E questo vale ancora di più del risultato sportivo. Due romani a Parigi, con un romano che consegna il trofeo a un altro romano: sarebbe stata una delle immagini più belle della storia dello sport italiano. Perché Flavio, prima ancora che un grande tennista, è davvero un ragazzo speciale".

Dalle tue parole si percepisce non solo l'affetto che provi per questo ragazzo, ma anche la stima.
"Spesso, poi, basta guardarlo in campo. Il modo in cui lotta, le emozioni che trasmette, il fatto che sorrida spesso. È uno di quei giocatori che hai proprio voglia di vedere giocare. C'è un enorme bisogno di personaggi così nel tennis. Poi apprezzo moltissimo l'intelligenza di suo padre Stefano. È stato un ottimo giocatore e sappiamo tutti quanto sia difficile essere contemporaneamente padre e allenatore. Loro questa situazione l'hanno sempre gestita benissimo. Stefano ha sempre avuto accanto un altro coach, un assistant coach che fungesse un po' da tramite e da punto di equilibrio, perché entrambi hanno un carattere forte. Lo hanno raccontato loro stessi e poi si vede, visto che li conosco. Quindi davvero grande intelligenza da parte di Stefano, sia come padre sia come allenatore. Poi ci divertiamo anche molto".

Vi sentite molto spesso con Flavio e Stefano?
"Ci scambiamo messaggi. Stefano mi scrive magari dieci secondi dopo una vittoria ad Amburgo o ad Acapulco. Io realizzo spesso dei video per loro, sempre con questo sottofondo di romanità che capiscono perfettamente. Uso analogie, iperboli, battute che li fanno ridere. Uno dei complimenti più belli che mi abbia fatto Flavio è stato raccontarmi che, dopo aver vinto la finale di Amburgo contro Tiafoe, riguardava un mio video prima di andare a dormire e si addormentava con quello per caricarsi e acquisire fiducia. Per me è stata una cosa bellissima. Si è creato un rapporto davvero speciale. Mi hanno fatto anche il grande onore di avermi con loro nel box agli US Open. Ero seduto accanto alla famiglia quando giocò contro Musetti, nella partita in cui purtroppo dovette ritirarsi per il problema al polso. Insomma, è un rapporto di amicizia autentica. Io sono semplicemente un tifoso. Magari un tifoso un po' particolare, perché ho vissuto quel mondo in prima persona e sono stato anch'io un professionista, ma sempre un tifoso. Io credo che tutto il mondo del tennis dovrebbe applaudire un giocatore come Flavio. Anche chi non è romano e non è italiano, quando lo vede in campo assiste a uno spettacolo".

Che Wimbledon dobbiamo aspettarci?
"Dipende da tante cose. È un torneo molto particolare, molto variabile e ci sono tutta una serie di fattori che entrano in gioco. Io a Wimbledon ci andavo quasi per il piacere di poter dire di aver giocato a Wimbledon, anche perché i campi erano completamente diversi rispetto a oggi. Flavio per esempio ha già fatto quarti di finale e probabilmente prima non aveva giocato tantissimo sull'erba, se non magari a calcio. E qui c'è un'altra cosa incredibile: Flavio era davvero un calciatore. Giocava a calcio sul serio. Qualche mese fa si scherzava sul fatto che Gasperini avrebbe quasi potuto provarlo. È amico di Calafiori, è amico di tanti giocatori. A Roma l'ho visto parlare con Malen come uno di loro. Lui si sente davvero un giocatore della Roma. Questa è un'altra caratteristica che lo rende unico. È un caso speciale per qualità umane, qualità sportive e anche per la sua versatilità. Non stiamo parlando soltanto di un tennista".

Che idea ti sei fatto invece del periodo no di Jasmine Paolini?
"Sinceramente penso che Jasmine abbia già mostrato tutto il quadro della sua grandezza. Me la ricordo quattro o cinque anni fa a Miami. Era allenata da Renzo Furlan, credo fosse intorno alla settantesima posizione mondiale. L'ho conosciuta lì. Renzo me l'ha presentata. Era sempre sorridente, disponibile, gentilissima. Ma non avresti mai immaginato che nel giro di pochi anni sarebbe arrivata fino al numero 4 del mondo. Anche se decidesse di smettere oggi, resterebbe comunque una delle più grandi tenniste italiane di sempre. Credo che insieme a Pennetta e Schiavone sia tra le migliori per classifica raggiunta. Non ricordo esattamente i numeri, ma siamo lì. Non ha vinto uno Slam, è vero, ma ha disputato due finali Slam. E soprattutto il punto fondamentale è questo: stiamo parlando di una campionessa assoluta. Ha dato un prestigio enorme al tennis italiano. Ho conosciuto anche i suoi genitori a Malaga, durante la Coppa Davis e la Billie Jean King Cup. Erano lì a seguirla e si percepiva quanto fosse speciale tutto il percorso fatto".

Cosa le sta mancando adesso, come mai si è un po' smarrita?
"Adesso la speranza è che riesca a ritrovare un po' di serenità.Ho letto un'intervista di Chris Evert che parlava di una possibile situazione di burnout, della difficoltà nel sostenere la routine quotidiana e tutte le aspettative che inevitabilmente arrivano quando raggiungi quei livelli. E le aspettative sono un peso enorme. Secondo me deve continuare a sorridere e a fare quello che può. Qualunque risultato arrivi da oggi in avanti è già un bonus. Se fossi in lei penserei: ho già scritto una pagina di storia del tennis italiano e non solo italiano. Quante giocatrici hanno raggiunto la finale del Roland Garros e quella di Wimbledon nello stesso anno? Probabilmente pochissime".

Sembra davvero turbata e non solo per una condizione fisica magari ballerina.
"Per questo motivo dovrebbe giocare con la maggior leggerezza possibile. Continuare a fare il massimo, magari fare un passo indietro rispetto alla pressione, cercare di ritrovare il proprio equilibrio e la propria serenità. Poi non la conosco così a fondo da sapere esattamente chi le stia vicino in questo momento. So che Sara Errani è stata una presenza importante, un po' come succede spesso tra compagne di doppio. Non conosco però tutti i dettagli del suo entourage attuale. Spero semplicemente che abbia accanto le persone giuste per accompagnarla in questa fase della carriera".

Jasmine Paolini sta vivendo un momento difficile
Jasmine Paolini sta vivendo un momento difficile

Tu stai vivendo con Intense Tennis un'esperienza quasi calcistica visto che segui un gruppo di calciatori. A tal proposito che aria si respira negli USA per i Mondiali di calcio?
"Sì, innanzitutto mi piace questo discorso sui commissari tecnici perché capisco benissimo la differenza tra fare il coach e fare il selezionatore. Per questo capisco allenatori come Ancelotti o Montella. Loro non hanno i giocatori tutto l'anno a disposizione. Non possono allenarli quotidianamente come avviene in un club. Devono selezionarli, metterli insieme e costruire una squadra in pochissimo tempo. Io magari lavoro con otto giocatori, loro ne hanno venti o venticinque. È un compito durissimo. Per questo ho grande rispetto per chi allena una nazionale. Guardo questo Mondiale anche dal punto di vista professionale, da allenatore, e mi interessa molto osservare come vengono gestiti i gruppi. Negli Stati Uniti il calcio è molto seguito, anche perché la nazionale americana è diventata forte".

C'è qualcosa che ti ha colpito.
"E c'è un dato che mi ha colpito molto: se non ricordo male, una grande percentuale dei giocatori non è nata nel Paese che rappresenta. Pensiamo al Marocco. Tantissimi giocatori sono cresciuti all'estero (10 su 11 contro il Brasile ndr). Oppure a Curacao, che ha una storia legata all'Olanda. Questa cosa porta a riflettere sul concetto stesso di nazionale. La parola "nazione" deriva dal latino e richiama l'idea di nascita, del luogo in cui sei nato. Oggi però il mondo è cambiato. Ci sono giocatori con genitori di Paesi diversi, ragazzi nati in uno Stato e cresciuti in un altro. Molti hanno due o tre passaporti e scelgono la nazionale che sentono più vicina oppure quella che offre loro maggiori opportunità. Anche noi in Italia abbiamo avuto esempi del genere. Penso a Retegui, nato in Argentina, oppure a Camoranesi, che vinse il Mondiale con l'Italia. La Francia ne è piena, la Germania anche. È uno dei simboli della globalizzazione. Per questo il concetto romantico della maglia nazionale esiste ancora, ma è cambiato profondamente rispetto al passato".

Certo che se ci guardiamo indietro, c'è da essere nostalgici in Italia?
"Detto questo, il Mondiale resta una festa straordinaria. Poi c'è tutta l'organizzazione moderna, con tre Paesi ospitanti, Stati Uniti, Canada e Messico. Anche questo è molto diverso dai Mondiali che ricordavo da ragazzo. Io ho vissuto intensamente il Mondiale del 1982. Avevo quindici anni e quello resta il mio riferimento emotivo. Le cose però cambiano e continuano a cambiare. Speriamo che anche il calcio italiano riesca a rimettere insieme i pezzi. Quando penso alla Nazionale del 2002 mi emoziono ancora: Totti, Vieri, Maldini, Del Piero, Nesta, Cannavaro… Spero che si possa tornare a quei livelli".

E chi l'avrebbe mai detto che proprio il tennis avrebbe potuto diventare un traino per tutto lo sport italiano?
"Forse sta addirittura raggiungendo o superando il calcio per numero di praticanti. È un successo straordinario. Ci vorrebbe quasi un arco di trionfo per celebrare quello che il tennis italiano è riuscito a costruire, sia dal punto di vista sportivo sia da quello organizzativo. Penso alle ATP Finals, agli Internazionali d'Italia che continuano a crescere, all'espansione dell'area del Foro Italico, ai Challenger, alla Coppa Davis. Chi avrebbe immaginato di vedere un campo da tennis allestito dentro lo Stadio dei Marmi? Stiamo vivendo qualcosa di speciale, quasi un sogno a occhi aperti".

Pistolesi e John McEnroe
Pistolesi e John McEnroe

Ma alla luce di tutto questo ti piacerebbe tornare in Italia in pianta stabile?
"In un certo senso sono già tornato. Non a tempo pieno, perché la mia famiglia e mia moglie vivono negli Stati Uniti, ma sento il bisogno di trascorrere periodi sempre più frequenti in Italia. E infatti lo sto già facendo. Oggi collaboro con la Federazione come docente della Scuola Maestri e tengo corsi di formazione per allenatori. È un'attività che mi piace moltissimo. Quindi, da un certo punto di vista, sono già rientrato. Non in modo permanente, ma in maniera continua sì. Torno spesso, lavoro in Italia, condivido la mia esperienza e le mie competenze. Ho amici in tutta la penisola, amo tutte le regioni italiane. Dalla Sicilia alla Calabria, passando per il resto del Paese. Ho allenato in tanti luoghi diversi e continuo a sentirmi profondamente legato all'Italia. Per questo non potrei mai allontanarmene davvero".

Magari ti rivedremo anche nelle vesti di commentatore tv nuovamente?
"Dal 2004 al 2007 ho commentato il torneo del Foro Italico per Mediaset, su Italia 1, insieme a Lucia Blini e Gianpaolo Gherarducci. Per questo mi ha fatto particolarmente piacere vedere che quest'anno Mediaset è tornata a investire nel tennis e ha acquisito nuovamente dei diritti importanti, compresi quelli delle ATP Finals. Mi fa piacere a prescindere, perché si tratta di un'azienda fondamentale nel panorama televisivo italiano e il suo ritorno nel tennis è una bellissima notizia. Io ho vissuto quell'esperienza in maniera molto intensa per quattro anni. Ho raccontato semifinali maschili e femminili degli Internazionali d'Italia e conservo ricordi splendidi. Questa è un'altra conferma del momento straordinario che sta vivendo il tennis italiano. Forse è anche per questo che continuo a fare questi video. Perché condividere le emozioni è una delle cose più belle".

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