Claudio Pistolesi: “Il caso di Cobolli è il male del tennis. Allenavo Bolelli e mi inviarono una lettera con una bara”

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Da Cobolli al caso Sinner, il grido d’allarme di Claudio Pistolesi a Fanpage.it: “Gli hater sono il male, io minacciato di morte. Jannik fa bene a non rischiare il ginocchio”.

Claudio Pistolesi da uomo di tennis e di sport a 360° non può accettare quanto accade oggi e i messaggi beceri inviati ai giocatori. L'ex tennista, coach, tecnico e opinionista ha analizzato per Fanpage.it in particolare il caso di Flavio Cobolli che dopo gli ultimi risultati negativi ha ricevuto insulti e minacce. Pistolesi, non si spiega come questo sia possibile e soprattutto come certi gesti restino impuniti: le sue parole sono il grido di allarme di chi si aggrappa ancora ai sani valori dello sport. Un'occasione per raccontare la sua esperienza personale da allenatore di Bolelli prima e Soderling poi, e anche per soffermarsi sulla situazione del tennis attuale e in particolare di Sinner alle prese con il lungo recupero dall'infortunio al ginocchio.

Claudio ho letto la tua indignazione per i beceri messaggi inviati a Flavio Cobolli dopo l'ultima sconfitta e denunciati dal papà. Siamo al punto di non ritorno?
"Spero che Flavio cancelli in fretta queste situazioni che sono criminali. Ha la sua bellissima vita, deve essere orgoglioso di quello che sta facendo e di quello che ha fatto, con tutti gli alti e bassi che sono normali. Lo vediamo anche con i giocatori che sono sopra di lui nel ranking, hanno alti e bassi. Si vince, si perde ma bisogna sempre cercare di fare meglio. Spero che queste situazioni non abbiano un impatto su di lui e su Stefano. E spero che la sua denuncia abbia un significato, perché questo non riguarda solo lui, ovviamente riguarda tutti i giocatori, anche a livello più basso. Nella mia scuola giocatori che sono 600-700 al mondo vengono bersagliati allo stesso modo".

Certo che è difficile però rimediare a queste situazioni non credi.
"È la tecnologia di oggi che dà accesso a comunicare direttamente con i giocatori. E quello che non si capisce è come si faccia a non riuscire a trovare e perseguire questa gente malata, questa gente che fa delle vite miserabili. Perché cerca la scorciatoia di guadagnare soldi attraverso le scommesse. Nei miei studi ho visto che nello sport, non solo nel tennis, ma anche nel calcio, c'è un'identificazione di tanta gente nei loro idoli o nelle loro squadre, con le loro bandiere. Tant'è vero che si parla addirittura di fede: ‘Sono di fede milanista, di fede romanista, di fede laziale, di fede juventina'. Quindi addirittura si scomoda una parola potentissima, la fede cieca. E questo secondo me è un'esagerazione, va ben al di là di quello che dovrebbe essere. Cioè è una cosa sportiva, una cosa in cui è prevista la sconfitta, è prevista la vittoria, in cui il valore di una persona non è determinato dal fatto che la sua squadra o un suo campione vinca o perda".

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Flavio Cobolli e suo papà Stefano

Siamo di fronte dunque ad una vera e propria piaga?
"È un problema sociale e mentale molto pesante, legato alla tecnologia che c'è oggi, legato alla difficoltà di vita, alla qualità di vita che c'è oggi, all'incremento della povertà, in cui diventa più facile cercare scorciatoie per uscire da queste difficoltà di vita che non c'erano prima. È la fotografia di questo momento attuale, e bisogna mettere un freno a queste persone sfruttando la tecnologia. Innanzitutto bisogna trovarle e poi perseguirle legalmente in modo pesante con leggi dure. E smettiamola anche con commenti ‘Eh, ma guadagnano tanti soldi'. Come se i soldi fossero più forti dei sentimenti, fossero più forti del dolore. Non importa quanti soldi hai, se soffri, se ti senti attaccato, ti senti perseguitato, non cambia niente, sei sempre un essere umano".

Hai vissuto situazioni simili in prima persona?
"Quando allenavo Simone Bolelli mi è arrivata una lettera a casa e meno male che l'ho aperta io, perché non stavo spesso a Roma. Spesso lasciavo mia madre, che aveva una certa età già allora. C'erano minacce di morte, c'era il disegnino della bara. Diceva: ‘Tu finirai qua dentro, fai schifo'. E l'ho portata ai carabinieri, sperando che potessero fare qualcosa. Denuncia contro ignoti, che però è andata nel vuoto. Questa, col francobollo, era una lettera spedita da Brescia, quindi non so chi potesse essere, non ne avevo idea. E poi se l'è presa con me che ero il coach, perché penso fosse legato al fatto che aveva perso. Se l'avesse aperta mia mamma, non voglio nemmeno pensarci. Anche Simone mi diceva che era perseguitato, e parliamo del 2008 ovvero quasi vent'anni fa. Da un certo punto di vista speravo di non sapere chi fosse perché se mi capitava tra le mani, in galera ci finivo io".

Per quanto uno capisca che siano azioni di gente malata, comunque ti toccano e condizionano non è vero?
"Perché coinvolgono vigliaccamente anche i tuoi familiari. Quindi non tanto per te, visto che parlano di ammazzare i tuoi genitori. Anche questo era scritto su quella lettera. E quindi ti senti anche in colpa perché per una tua cosa viene coinvolta la tua famiglia. È tremendo, terribile, veramente un cancro dello sport di oggi e bisogna unire le forze a tutti i costi. Mi stupisco che questo non succeda e che tutte le istituzioni tennistiche non facciano fronte comune. Quello che dicono è di riportare, non rispondere e segnalare agli organi competenti ma poi non succede nulla. Sono incavolato perché questa impotenza non mi sembra verosimile. Se uno vuole andare a perseguirli, dovrebbe poterlo fare. È legato probabilmente anche a organizzazioni illegali di scommesse, eccetera, immagino, ma insomma, da quello che si legge si capisce che è verosimile questa storia".

Poi girando per i tornei minori si capisce subito che sugli spalti c'è il boom di scommettitori ai quali interessa poco dello sport.
"Ricordo quell'episodio di Brancaccio al Challenger di Napoli, in cui aveva tutti i tifosi che erano a favore dell'avversario straniero. Lui ebbe uno sfogo quella volta, inascoltato. Provai molta empatia per lui e guarda caso la sua carriera stava decollando, non è più decollata. Sarà per quello? Non lo so. Però di certo bene non gli ha fatto, insomma. Ha dovuto spendere energia anche per quello, come se non fosse già abbastanza spenderla per salire a questi livelli. È veramente un lato negativo che mi fa star male. Io vorrei ci fossero solo cose belle, ma questa cosa è una cosa aberrante".

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Pistolesi e John McEnroe

Tornando sugli aspetti sportivi, che ne pensi del momento di Flavio. Dopo i risultati eccezionali sta un po' risentendo del suo nuovo status di top 5?
"Partirei da dove è cominciato l'anno. Lui era a malapena nei primi venti e  quindi l'obiettivo probabilmente era stabilizzarsi e fare bene negli Slam, a Roma. Ed è stato ampiamente superato perché la finale di Parigi, i quarti a Wimbledon confermati rispetto all'anno scorso, la vittoria ad Acapulco, la finale a Monaco di Baviera, un altro 500…  e così via. Il contraccolpo secondo me è stato quello di ritrovarsi al numero 5 del mondo. Lui è già adesso uno dei più forti giocatori italiani di tutti i tempi se vado a memoria, da quando c'è la classifica ATP. Ci può stare. Adesso bisognerà capire per le Finals che sono molto aperte quest'anno anche da quando Sinner ha detto che non ci gioca più fino a fine anno".

Insomma c'è ansia di risultato e di essere ancor di più sotto i riflettori?
"Forse è una distrazione, nel senso buono, perché adesso nella sua testa c'è troppo risultato e poco gioco. Ma non è voluto, è un procedimento mentale che succede quando si sposta l'attenzione da quello che è il gioco vero e proprio, quindi il miglioramento, andare a rete, variazioni, servizio, migliorare le percentuali sui punti in risposta, tutte queste cose tennistiche. E il discorso si sposta su: ‘Quanti punti mi servono? Che stanno a fare gli altri?'". Così si  scende un po' di livello. Parliamo di cose minime che però a quei livelli fanno la differenza. Poi Flavio è diventato un target perché è motivo di prestigio batterlo".

Ma questo cambiare giudizi ed essere troppo severi a volte secondo te è una peculiarità soprattutto italiana?
"Io vivo negli Stati Uniti e l'interpretazione del grande pubblico americano nei confronti di Tiafoe, Shelton, Fritz, Tommy Paul, Learner Tien, Michelsen, che sono comunque fortissimi, una generazione eccezionale, è comunque quella di un fallimento. Perché in molti che giocano a tennis ancora hanno negli occhi Sampras, Agassi, Courier, Chang, McEnroe e quindi, se non c'è il vertice assoluto… Così come in Germania. Mi ricordo una volta, in una telecronaca, ero in Germania, si diceva: ‘Non abbiamo più nessuno dai tempi di Becker'. In quel momento c'era Tommy Haas che era numero 2 del mondo e hanno detto in televisione, gente che dovrebbe essere esperta, che non c'era nessuno. Quindi non è una cosa italiana. Lo stesso Sinner, appena perde una partita, viene criticato nonostante tutto quello che ha vinto. È una patologia sociale diseducativa per cui o vinci sempre tutto oppure sei passibile di critiche, di sfoghi".

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Jannik Sinner in fase di recupero, tornerà nel 2027

Hai parlato di Sinner sei preoccupato da questa assenza prolungata?
"Più che preoccupato, sono dispiaciuto perché, per la parte medica, sono certo che stiano facendo le migliori cose possibili. Quello che comanda qui è il ginocchio di Sinner ed è Jannik che sente il dolore. È lui che giustamente si dice: ‘O sto perfettamente bene e non ci penso più a questo ginocchio, o sennò non rientro'. Non è difficile da capire. Questo è l'unico ragionamento possibile che può fare uno di quel livello. Uno che fa il professionista, che fa dello sport il suo lavoro: se la macchina è rotta non ci va in pista. Quindi, come nella Formula 1, essendo delle macchine perfette, devono essere recuperate al massimo. Non c'è l'opzione ‘provo a giocare, mi prendo l'antinfiammatorio'".

In carriera hai avuto qualche esperienza del genere?
"Qualcuno l'ha fatto. Ad esempio, io ho avuto un'esperienza con Robin Soderling: contro il mio consiglio ha voluto giocare nonostante dei dolori, per cui antinfiammatori e medicine. Alla fine il corpo ha pagato il conto, insomma, e ha dovuto smettere di giocare. Quindi è stato un grande dolore, perché allenavo uno che in un anno è salito dal numero 5 al numero 4. Ha dovuto smettere a 26 anni per questo errore qui. Certo poi dopo me l'ha riconosciuto e mi ha dato grande credito ma il dopo non m'interessa anche se siamo grandi amici. Ha capito l'errore fatto".

Certo Sinner con la sua mentalità non mi sembra proprio il tipo da correre rischi.
"Sinner non vuole fare lo stesso errore, così come Alcaraz. Adesso mi sembra che non si parli più del polso di Alcaraz, no? Quindi lui in campo vince o perde, ma adesso non ha problemi di polso. Questa è la grande vittoria di Alcaraz adesso. Cioè, ha vinto un torneo su sette, negli ultimi, ma chi se ne frega. Conta di essere rientrato in campo a livello competitivo, ha vinto Tokyo, che è un gran bel torneo, e si è rimesso in pista. Adesso ricrescerà. Ci vuole un po' di tempo. Secondo me Sinner deve prendere esempio da Alcaraz: è il ginocchio che conta. Quando vedrà che non ci pensa più, che si concentra su servizio, risposta, tattica, allenamenti, e va in palestra senza pensare al ginocchio, allora sarà il momento di tornare. Sono dispiaciuto perché non vedremo Sinner per un certo numero di mesi, ma spero che, come ha detto, il 2027 sia più che sufficiente".

Ci vorrà tanto poi secondo te per rivederlo a pieni giri?
"È talmente forte che ci vorrà un po' di tempo di adattamento, ma ritornerà al vertice e continuerà a macinare gioco. Lui con Alcaraz e a questo punto ci metto pure Zverev. Adesso abbiamo i fantastici tre, che hanno preso il posto degli altri tre campioni che purtroppo non ci sono più, tranne Djokovic, per il quale sono finite le parole ormai".

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Zverev chiuderà la stagione da numero 1

Chiudiamo la stagione con Zverev numero uno del mondo, pensi che sia meritato o che abbia giovato eccessivamente dell'assenza prolungata di Alcaraz prima e di Sinner poi?
"Grande ammirazione per Zverev. Uno che alla fine della carriera dirà: ‘Sono stato numero uno del mondo. Ho vinto due Slam: non me ne frega niente di quando li ho vinti, come li ho vinti, quante partite ho perso. Non mi rompete le scatole, state tutti zitti perché io sono un vincitore Slam, sono numero uno del mondo e quindi non provate nemmeno a criticare la mia carriera'".  Questo dimostra anche che si può arrivare al vertice in tempi diversi, passando attraverso vicissitudini. È strameritato questo numero uno, perché il suo team ha il merito di averlo tenuto sano per tutto questo tempo, di non aver mai mollato. È passato attraverso un infortunio molto grave anche lui, non dimentichiamo: un legamento della caviglia saltato davanti a tutti, è poi è tornato dopo quella volta lì".

Per te dunque Sascha è un grande esempio.
"Io lo conosco bene perché il fratello Mischa si allenava sempre con Bolelli. Parlavo con lui, che ovviamente fa parte del team, e mi diceva: ‘Sì, già per noi stare alle ATP Finals l'anno dopo l'infortunio è un successo incredibile'. Non ha mai mollato e paga. Quindi un grande esempio. Poi ha il diabete, è passato attraverso vicissitudini difficili anche fuori dal campo, senza entrare nel merito, torto o ragione. Insomma, una grandissima ammirazione. Merita il posto accanto, non più sotto, ad Alcaraz e Sinner all'inizio del 2027, secondo me".

E Musetti? Un'annata disgraziata e condizionata dagli infortuni, qual è il suo vero livello?
"L'ostacolo lì è la salute. La famosa domanda, in sintesi, a cui devono rispondere i giocatori è: ‘Volete più soldi o volete più salute?'. Averle entrambe mi sembra difficile, quasi impossibile. L'ATP è formata al 50% dai giocatori e al 50% dai tornei, quindi bisogna sentire tutte e due le campane. I tornei sono quelli che devono trovare i soldi e a cui i manager si rivolgono; ma spesso i manager stessi (come ad esempio IMG) sono anche organizzatori di tornei, quindi di fatto danno i soldi a se stessi per poi distribuirli ai giocatori. I giocatori, secondo me, chiedono giustamente una percentuale di introiti più alta; i tornei, altrettanto giustamente, rispondono: ‘Se volete più soldi, dovete giocare di più'. Ma se si gioca di più, ci si fa male. Non è stato ancora trovato un vero equilibrio".

E tu se non erro avevi delle proposte in serbo per migliorare le cose?
"La mia proposta riprende quella di Rafa Nadal di quando ero con lui nel Player Council dell'ATP nel 2010 (io ero il rappresentante dei coach, il presidente era Federer e il vicepresidente era proprio Nadal). Mi ricordo che Nadal disse: ‘Perché non facciamo una stagione tennistica che rifletta quella degli altri sport, in cui c'è una season che dura 12 mesi dove poi ognuno è libero quali eventi giocare?'. Se si gioca sempre, 12 mesi l'anno, il giocatore deve avere la possibilità di scegliere quali tornei fare senza troppi obblighi o forzature. Bisogna valorizzare anche i tornei che non hanno necessariamente bisogno della presenza costante dei top player, perché non bisogna scordare che la classifica dura 12 mesi".

In chiusura Claudio sei stupito dalla separazione del tuo ex tennista Bolelli e Vavassori?
"Conosco benissimo anche Andrea Vavassori, lo seguo da quando giocava i Challenger. Sono molto legato a entrambi e voglio loro bene. Sono rammaricato per la loro separazione, anche se non stupito, ma bisogna apprezzare i grandi risultati ottenuti negli anni in cui hanno giocato insieme. Hanno raggiunto due finali Slam, hanno dato un grande esempio in Coppa Davis e hanno vinto un match fondamentale a Bologna portando l'Italia a Malaga. Anche se poi non sono scesi in campo alle Finals, hanno sicuramente dato il loro prezioso contributo. Sono molto felice per Simone, che ha trovato nel doppio una realizzazione eccezionale per una carriera che, in singolare, è stata purtroppo mozzata dagli infortuni, ma questa è storia vecchia. Il problema è che la durata media delle coppie di doppio è sempre più breve".

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Vavassori e Bolelli al passo d'addio

Hai delle idee per rivitalizzare il doppio?
"Questa specialità attraversa una grande crisi: si parla addirittura di ridimensionarla per dare più spazio al singolare, un'ipotesi recentemente confermata dai vertici ATP. E capisco anche che questa pressione arrivi dai tornei: per gli organizzatori, i costi per mantenere i tabelloni di doppio sono diventati troppo alti rispetto al ritorno in termini di interesse da parte del pubblico. Eppure il doppio resta importantissimo, anche perché gran parte dei singolaristi, andando avanti con l'età, si dedica a questa disciplina, allungando la propria carriera. Avere doppisti di alto livello è un bene per il tennis. Lancio un'idea: guardando all'entusiasmo generato da Bolelli e Vavassori, ad esempio a Roma, bisognerebbe far giocare nei tornei ATP solo coppie della stessa nazione per creare maggiore identità. Oggi i giocatori continuano a scambiarsi partner e il pubblico perde interesse. Magari in un torneo giocano in quattro, e nel torneo successivo ritrovi gli stessi quattro ma rimescolati in coppie diverse".

Certo è che in questo modo si andrebbe forse a solleticare anche il campanilismo.
"Questa eccessiva fluidità confonde e toglie identità, i giocatori sembrano quasi delle maschere e si fa fatica perfino a ricordarne i nomi, pur vedendoli in campo tranquillamente fino a 45 anni. Fissare l'obbligo di formare coppie della stessa nazionalità restituirebbe un'identità molto più forte. In fondo, i doppi più importanti sono quelli di Coppa Davis e delle Olimpiadi, dove ci si gioca la medaglia ed è obbligatorio schierare giocatori del proprio Paese. Io suggerirei di applicare questa regola ovunque. Sulla separazione Bolelli-Vavassori, inizialmente sospettavo che Andrea avrebbe iniziato a giocare con Sonego: sono entrambi di Torino, sono cresciuti insieme…".

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