Jannik Sinner si ferma, il medico: “Ha scelto di salvare la carriera. È una patologia cronica e ostica”
Jannik Sinner ha ufficializzato che la sua stagione è finita per le condizioni del ginocchio destro. In un'intervista a Fanpage.it, il Dottor Giovanni Di Giacomo, tra i più noti ortopedici e specialisti in medicina dello sport in Italia, per oltre trent'anni professionista di riferimento degli Internazionali BNL d'Italia e delle ATP Finals, ha spiegato perché la scelta del numero uno è corretta: "Ha ragionato a lungo termine. Ora bisogna lavorare su biomeccanica e postura, perché il colpevole non è dove senti il dolore". Quanto tempo ci vorrà prima di rivederlo in campo? "Non è una situazione grave, ma è una patologia scomoda. E guarire non vuol dire essere pronto".
Professore, Sinner si è fermato definitivamente. Dal punto di vista ortopedico cosa ci dice questa scelta?
"Che vuole salvare la carriera, non la stagione. Poteva forzare per le ATP Finals, per tenere il numero uno. Ha scelto i prossimi anni. Vista l'età, è la decisione corretta. Le patologie tendinee sono ostiche, devono guarire in profondità".
Di cosa parliamo esattamente?
"Di una patologia extra-articolare. Infiammazione della bendelletta ileotibiale. Una tendinopatia cronica, antipatica, ostica. La si cura con fisioterapia classica e rinforzo muscolare specifico. I tendini sono poco vascolarizzati, non a caso sono bianchi, e per sfiammarsi impiegano tempi particolarmente lunghi. Probabilmente, con ecografie e risonanze stanno vedendo che il riassorbimento dell'infiammazione non è completo. Vogliono guadagnare tempo".
E qui arriva il concetto chiave: guarito non significa pronto.
"Esatto, è la cosa più importante. Non è che passa il dolore e il problema è finito. Guarito e pronto non sono la stessa cosa. Passare il dolore al ginocchio è una cosa, essere pronto a giocare da numero uno al mondo è un'altra. Un conto è forzare progressivamente in allenamento, un conto è entrare in campo per vincere partite da numero uno".
Ha giocato sopra il problema senza accorgersene?
"Il dolore è il campanello d'allarme. Lui gioca, se non ha dolore non puoi prevederlo. Quando alza il carico, sente di nuovo dolore. È inevitabile".
Molti tennisti vanno in campo tanto quanto lui, perché è successo proprio a Sinner?
"Perché ogni fisico scarica in modo diverso. Alcuni sul polso, altri sulla spalla, lui sul ginocchio. Lo stress è uguale per tutti, ma il punto debole è soggettivo. Qui il dolore al ginocchio è solo l'effetto finale. La causa è da ricercare altrove. Può essere un assetto della schiena, un piccolo squilibrio del bacino, una sua caratteristica intrinseca. Per questo ora non stanno curando solo il ginocchio, stanno studiando postura e bio-meccanica: analisi del passo, catene cinetiche, per andare all'origine della sofferenza ma dove non fa male".
Ci spieghi meglio.
"Se si rompe il crociato in un trauma diretto, ripari il crociato. E il problema è solo il ginocchio. Ma quando ci sono patologie croniche indipendenti da un evento traumatico, espressioni di usura e sovraccarico, è come una macchina con equilibratura e convergenza che non funziona bene. Si consumano le gomme, ma noi sappiamo che il problema non è la ruota, è l'equilibratura e la convergenza. Per la macchina usi un computer e in mezz'ora correggi tutto. Il corpo umano, purtroppo, non è così. Gli specialisti che lo seguono stanno cercando di individuare proprio quella problematica di equilibratura e convergenza che può partire da distretti lontani dal ginocchio".
Perché non operarlo?
"Perché sarebbe come cambiare solo il copertone. Fai l'intervento chirurgico alla ruota, cambi cerchione e gomma, ma non correggi equilibratura e convergenza. Hai fatto la cosa sbagliata. Dopo 20 giorni il problema torna. È giustissimo quello che hanno fatto: sfiammiamo il ginocchio localmente, ma è più importante trovare la causa. E la causa non si opera. Si corregge con tecniche riabilitative specifiche, fatte da personale ad alta competenza".
Quanto conta il fatto che ha giocato troppo?
"Conta, ma non spiega tutto. Lo stress è stato pazzesco, sì. Ma ripeto: tanti giocano troppo. Bisogna trovare il colpevole. E il colpevole non è necessariamente dove senti il dolore".
Non è una situazione grave?
"No, no, non direi che è grave perché il termine grave induce cattivi pensieri. È una patologia scomoda che ha due fattori: uno, deve guarire completamente; due, bisogna fare uno sforzo d'équipe per capire quali sono stati i fattori che l'hanno indotta al di là del sovraccarico funzionale. Individuarli non è facile e per agire su uno squilibrio posturale non bastano 15-20 giorni, bisogna fare un riequilibrio delle catene cinetiche".
Per questo non si può dare una data di rientro precisa?
"No, non la può dare nessuno. L'importante è che si curi, c'è ancora tempo. Ci sono due o tre mesi pieni per curarsi, quindi penso che ripartirà in Australia. Tutti ci auguriamo che per gennaio sia in sesto".