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Opinioni

Chi dice che “Sinner non è italiano” prima fa ridere, poi pensare, ma dopo un po’ fa paura

Viaggio nelle assurde riflessioni sull’italianità di Jannik Sinner nei giorni in cui la stella del nostro tennis guiderà l’Italia in Coppa Davis a Malaga.
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A cura di Jvan Sica
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La settimana alle ATP Finals di Jannik Sinner ha mandato in confusione una parte di persone che hanno un pensiero (si ha solo un pensiero possibile oggi, niente dubbi, né pensieri complessi) su di lui, ovvero quello per cui non è italiano. A una prima analisi la cosa fa ridere, nemmeno incazzare.

Sinner è nato a San Candido, un posto ovviamente italianissimo, ha anche due frazioni come Versciaco di Sopra e Versciaco di Sotto, che fanno molto Peppone e Don Camillo, quindi strapaese allo stato assoluto. Va bene, magari è stato un momento di passaggio, una corsa al primo ospedale disponibile e guarda caso l’ospedale era in Italia. Jannik cresce a Sesto, il comune più orientale del Trentino-Alto-Adige, al confine con il Veneto. Quindi manco a dire che ha passato l’adolescenza in mezzo ai monti, quasi senza contatti umani, novello Candido, ma questa volta parliamo di Voltaire e non del paese.

Sì, ma la vera identità culturale te la dà l’ambiente, ovvero per restare in tema strapaesano, vale il proverbio: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Se proprio vogliamo allontanarlo da Sesto dove è cresciuto, Sinner si è spesso visto al rifugio Fondovalle in Val Fiscalina dove lavoravano i genitori. Un posto che è Italia, tipo che se va uno di Gaiano dove sono nato, lo capiscono quando parla. Insomma, geograficamente Sinner è italiano e anche se sembra strano che uno nato e cresciuto in Italia sia italiano, dobbiamo farcene una ragione.

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Sì ok tutti italiani, ma l’attaccamento per il Paese lo si vede quando fa il suo lavoro. Esordisce in Coppa Davis nel 2021 e vince il singolare contro Isner e ci fa superare gli USA, quello contro Galán e ci fa superare la Colombia e anche quello contro Marin Cilic, anche se perdiamo dalla Croazia perché il doppio formato da Nikola Mektić e Mate Pavić è il più forte al mondo.

In quella del 2022 batte l’argentino Francisco Cerúndolo e ci fa superare il turno e perde contro lo svedese Mikael Ymer, anche se la sconfitta è ininfluente perché passiamo il girone da primi. Nella parte finale a Malaga è fuori per infortunio e non può aiutarci a superare il Canada, poi vincitore dell’insalatiera.

Sembra a tutti un ottimo percorso azzurro e dopo la sconfitta contro Djokovic di domenica, Sinner ha tenuto pure a precisare che l’anno non sarebbe finito lì, perché a breve ci sarebbe stata la Coppa Davis 2023 a cui lui tiene molto. Anche per la “passione azzurra” quindi siamo a posto.

Forse la non italianità è che non ride abbastanza, non si sfoga contro le racchette, non mangia gli spaghetti invece della banana in panchina tra un game e l’altro, non fa “Uè Uè” con la mano quando fa un bel punto in volée, non ringrazia la mamma quando vince un set, non dice che è colpa degli arbitri o del Var quando perde, non dice “tremmone” al suo avversario. Dov’è la non italianità di Sinner?

Ridendo e scherzando però chi ne parla in questo modo crea un’idea, assurda come abbiamo capito, eppure che passa in qualche testa. Nel mondo globale dove già la nazionalità tossica è una cosa insopportabile, molti di noi cercano addirittura di costruire discorsi sulla nazionalità della nazionalità, sottolineando identità particolarissime che fanno scompisciare dalle risate se non fosse che qualcuno ci crede davvero.

Nel mondo in cui chi è nato a 10mila chilometri da noi deve essere nostro fratello, con lui dobbiamo scambiare e condividere per conoscere a migliorarci a vicenda, siamo ancora alla “vittoria del sud”, alla “rivincita dei dimenticati dell’isola”, ai “perseguitati dal centro”, all’italianità da conquistare sul campo e non semplicemente ovvia per territorio di nascita, cultura di appartenenza e così via italianeggiando.

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Chi dice “Sinner non è italiano” o ancora meglio “Sinner è finalmente diventato italiano”, sulle prime fa ridere, in un secondo momento fa pensare, dopo un po’ fa paura. L’essere diversi è un motivo per affratellarci e convivere, questi invece vogliono chiuderci in una bolla di indipendenza valoriale e quasi cosmica, per cui nessuno sono io, forse nemmeno io, direbbe Gaber se fosse ancora vivo.

Dopo la Sinnermania di questa settimana siamo tutti italiani come lui, ma domani, quando cadrà? Tornerà austriaco, ladino, tedesco, sudtirolese, asburgico. Lo penseremo e lo vorremo diverso da noi. Questo è l’oggi, bellezza, un tempo in cui essere contro l’altro rasserena l’animo più che essere per l’altro. E stiamo parlando di tennis, una pallina gialla che vola in aria. Dello schifo in cui siamo immersi non si sente nemmeno la puzza.

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