Qual è l'altra faccia della medaglia della battaglia sportiva tra Alcaraz e Shelton? Perché questa sfida epica conclusasi con il successo dell'americano in 5 set è anche uno spettacolo vergognoso, fotografia perfetta dell'incoerenza che regna nel tennis attuale? Partiamo dalla fine, e dall'immagine di un Carlos Alcaraz che nonostante la sconfitta esce dal campo sorridente e quasi "sollevato" e sereno per il fatto di stare bene, nonostante tutto. Difficile fare di più per un tennista reduce da 4 mesi di stop e costretto come il suo avversario a scendere in campo dopo le 23 locali, rimanendovi per 4 ore e mezza con il ritorno negli spogliatoi alle 3.33 del mattino. Una follia assoluta, certificata anche dal modo in cui i due giocatori sono stati messi nelle condizioni di affrontare l'atteso confronto.
Momenti di malessere, necessità di vomitare e passaggi a vuoto in una sfida che forse anche per questo ha avuto un copione difficile da definire. Ma allora come si può solo pensare di far disputare quello che era senza dubbio il match più atteso del programma in queste condizioni, conclusosi con il record di fine più tarda nella storia degli US Open (superato il precedente tra Alcaraz e Sinner del 2022). Certo, non si poteva prevedere che le partite precedenti, ovvero Tiafoe-Michelsen e Pegula-Navarro fossero tanto lunghe dal causare un ritardo così corposo per Alcaraz-Shelton, ma il fatto di non aver preso in considerazione l'ipotesi di usare un altro campo o di uno spostamento al giorno successivo è quantomeno discutibile.
Non è un caso che in questo momento storico ci si ritrovi spesso e volentieri a fare i conti con malori e problemi vari per i tennisti in campo. Sicuramente si può fare riferimento alla fatalità, oppure a traumi indipendenti dalle condizioni di gioco, ma la lista è molto lunga ed è impossibile non pensare che ci sia una linea comune. Rune, Draper, Alcaraz, Sinner, Djokovic, Atmane, Musetti e così via, ad alimentare il dibattito sul caldo, sull'umidità e sullo stress mentale e fisico che i ritmi attuali impongono. Il discorso è duplice: se non si vuole cercare un tratto comune in infortuni o problemi fisici anche diversi, se ne deve tenere conto anche per il futuro prendendosi cura di chi rappresenta il fulcro del tennis. Oggettivamente così si rischia di andare incontro a una gara ad eliminazione dove, esagerando un po' con il sarcasmo, si potrebbe anche citare il famoso "ne resterà solo uno".
Una cosa è certa: giocare una partita come quella tra Shelton e Alcaraz non aiuta. Un orario rivelatosi poi a cose fatte ridicolo sia per il pubblico americano della East Coast e ancor più per quello europeo, complicato anche per gli spettatori che hanno dovuto abbandonare lo stadio dopo la mezzanotte. Ma la cosa ancor più grave è l'aver messo i protagonisti in condizioni di gioco molto complicate e anche pericolose: una partita così fisica (prevedibilissimo alla vigilia), giocata in un orario non consono, con uno stress notevole e con le capacità di recupero compromesse. Tutti fattori che ci spingono ad applaudire ulteriormente il vincitore e lo sconfitto che, dopo un lungo stop, si è ritrovato ad affrontare una maratona del genere.
Ma perché allora giocare a quell'ora? Le sessioni notturne sono pensate proprio per la TV americana, alla luce di un contratto record con ESPN, per cercare di mettere i match più importanti in prima serata negli USA. Iniziare prima il programma ridurrebbe sulla carta l'appeal televisivo, come ammesso chiaramente dai direttori del torneo. Una situazione che tra l'altro non accade solo oltreoceano. C'è anche un discorso legato ai biglietti, visto che quelli della sessione notturna sono più costosi, e poi bisogna considerare anche il fatto che si vuole cercare di vendere ancor più tagliandi. Le analisi sullo stile di vita dei newyorkesi evidenziano che con un inizio anticipato dei match si rischierebbe di perdere la maggior parte delle persone che lavorano e che finiscono tardi. In questo modo però si crea il paradosso di mettere in secondo piano i veri protagonisti dello spettacolo, cioè i tennisti.
E come se non bastasse ecco che poi gli stessi organizzatori si indignano quando Sinner decide di rinunciare per due anni di fila allo stesso torneo, oppure quando Alcaraz dopo una stagione complicata come questa preannuncia che in futuro si prenderà delle pause più o meno lunghe nel calendario e non giocherà tutti i tornei, ma solo quelli più importanti. Si vuole che i big siano sempre in campo ma si finisce per spremere gli stessi fino in fondo, così come gli altri. In questo scenario la programmazione della stagione e l'eventuale scelta di fermarsi valgono quanto una preparazione fisica ottimale. E anche gli stop, checché se ne dica, non sono mai a cuor leggero perché poi bisogna fare i conti con i punti persi, le sanzioni economiche e così via, oltre che con la voglia di competere sempre ad altissimi livelli, il vero motore della vita di un tennista. Inoltre c'è anche un aspetto che è cambiato rispetto al passato e che spegne un po' le voci di chi dice che anche in passato i ritmi erano importanti. Oggi i giocatori sono sottoposti a uno stress maggiore anche fuori dal campo con iniziative, social, impegni più fitti e stagioni molto più lunghe.
E allora perché partecipare a tornei non ufficiali come il Six Kings Slam dirà "l'amico del giaguaro"? Altro motivo di polemica per chi prova a smontare l'argomento del calendario folle nel tennis. Un conto è giocare un evento che non porta niente in termini di punti e classifica, senza stress e con la prospettiva di incassare anche un discreto tesoretto, un altro è quello di scendere in campo con la necessità di dover fare il massimo per vincere. Più di un tennista che ho intervistato ha sottolineato un aspetto importante, ovvero quello legato alla condizione fisica: oggi come oggi quasi mai si affronta un torneo stando al 100% della condizione, proprio in virtù di ritmi, cambi di continente e così via. Però se si continua così la percentuale rischia di scendere ancora molto. E l'aspetto più beffardo è che ad essere penalizzati oltre ai tennisti alla fine è anche chi vive nelle stanze dei bottoni: tirare troppo la corda non è mai una buona idea.