Ricky Cardani: “Mi amputai la mano per fare snowboard. A Cortina sono crollato in un buco nero”

Ha spaccato il casco. Ha subito un doppio trauma cranico. Al terzo tentativo i medici gli hanno detto "basta", senza dargli l'ok per tornare a gettarsi a capofitto tra le nevi di Cortina con il suo snowboard. Queste sono state le Paralimpiadi invernali di Riccardo "Ricky" Cardani, che ci ha provato e riprovato fino in fondo, perché per lui il verbo mollare non esiste. Campione paralimpico di snowboard, ha voluto raccontare a Fanpage.it la sua ultima (dis)avventura sportiva, con il solito sorriso sulle labbra e un ottimismo contagioso con il quale ha continuato a ripetere: "Comunque sia e malgrado tutto, ho dato tutto a me stesso".
"Sono contento e soddisfatto del mio percorso" ha poi sottolineato, sapendo perfettamente che questo è uno sport duro, di contatto, dove se sbagli ti fai male, davvero. E Ricky lo sa meglio di chiunque altro. Eppure, tra le lacrime nel buco nero quando gli hanno detto "non avrai l’ok medico per la seconda gara", tra l’amarezza di vedere i compagni sul podio e il sogno sfumato, gli è rimasta una certezza che già conosceva da sempre: altre botte lo hanno forgiato ancora di più. Perché senza quegli "schiaffi" che riceve e ridà ad un destino con cui è in costante competizione, non sarebbe arrivato fin qui. E se c’è una cosa che grida a pieni polmoni, tra un tatuaggio in arrivo (un ariete, testa dura, come sempre) e la voglia di ripartire in prima possibile, è un messaggio di pura resilienza, semplice e brutale da consegnare nel cuore dei più giovani: "Lanciatevi. Buttatevi. Non state a pensare troppo. Chiedete aiuto se serve. Mollate i telefoni. Fate sport. La vita vera è fuori".
Questa è la storia di Riccardo Cardani, un uomo, prima che atleta, che è riuscito a prendere la vita letteralmente a testate e ha continuato a percorrerla a tutta velocità. Perché resistere non è solo uno slogan, è il suo modo di esistere e di vivere.
Riccardo, innanzitutto come stai?
Bene ma non benissimo, ecco [sorride, ndr]. Gli schiaffi si sono sentiti e quindi ora ne sto pagando le conseguenze, ora sta venendo fuori un po' tutto: il collo un po' bloccato per via dei dei colpi di frusta e il ginocchio non non sta benissimo, avendo lesionato il menisco, e il piatto tibiale si è un po' scheggiato. Quindi è gonfio, devo stare a riposo, non posso fare niente. Mi vietano qualsiasi cosa.
Ovviamente chi ha seguito le Paralimpiadi sa di cosa stiamo parlando, però c'è anche chi si domanda chi sia Riccardo Cardani: vuoi raccontare cosa ti è successo?
Praticamente era il giorno di training dopo quello che c'è stato di prova, di test in un punto della pista [a Cortina d'Ampezzo, ndr] molto molto difficile. Già un ragazzo aveva subito lo stesso incidente, arrivando corto e cadde un po' più avanti, subendo un trauma cranico. Però nessuno ha detto niente, e quindi l'indomani nel corso del training parto tutto convinto e arrivo giù come un treno: sbaglio comunque il movimento invece di assorbire, andando sopra e saltare quel quel doppio. Mi sono fatto scaricare dalla salita e sono atterrato sulla gobba successiva e sono ricaduto proprio a testa in giù sul sull'altra discesa.
Dalle immagini è stata una botta violentissima, ma tu ti sei accorto di cosa stava accadendo?
Sinceramente no: ho spaccato il casco, ho rimediato un bel trauma cranico e sono mi sono svegliato molto dopo. Praticamente ho preso conoscenza dopo un quarto d'ora, 20 minuti dalla botta. Tutti mi han detto che mi ero ripreso, che stavo parlando, però io quei momenti non me li ricordo. Mi ricordo solo di aver preso conoscenza solamente quando mi stavano portando in ospedale.
Questo l'incidente un giorno prima delle Paralimpiadi. Tu dall'ospedale scrivi via social "tutto bene, andiamo avanti". E dopo un paio di giorni ti si ritrova in pista. Dopo un incidente del genere, un trauma cranico e un ricovero in ospedale. Tutto corretto?
Esatto [si interrompe e torna a sorridere ripesando all'accaduto, ndr]. Praticamente il giorno dopo riesco a fare le qualifiche, prendo parte alle qualifiche perché mi ripetevo "no, non posso mollare, un'Olimpiade a casa mia… non esiste". E quindi ho fatto di tutto, anche se avevo la testa gonfia che pulsava sotto al casco, mi faceva male. Poi, il ginocchio: non era a posto ma ho detto "Ci provo lo stesso".
E com'è finita?
Ho portato a casa comunque un buon tempo di qualifica, mi sentivo bene, ero veloce, ero settimo nel ranking e così tutto contento, vado a dormire perché l'indomani c'era la gara. Si fanno le batterie, partono i quarti di finale e purtroppo parto non benissimo: mi ritrovo in ultima posizione e quindi mi tocca recuperare. Recupero, recupero, ne supero uno in curva tre. Vado avanti, rettilineo: ti assicuro, ero giù a cannone come un missile. Tra l'altro le tavole erano velocissime, devo ringraziare il lavoro degli skiman italiani che hanno fatto un lavoro eccezionale. Quindi arrivo all'ultimo salto che praticamente avevo quasi 2 secondi dal primo: recupero un sacco di velocità, ultima curva. Vedo lo spazio, cerco la linea interna ma purtroppo quando ho visto che era leggermente salito e io mi son detto: "Sto qui, a sinistra, cerco l'interno", lui alla fine m'ha chiuso. Mi sono ritrovato la sua tavola sopra la mia e lì mi sono cappottato un'altra volta.
Conseguenze?
[Ritorna a ridere, ndr] Un altro trauma cranico in gara, ecco, un altro ricovero in ospedale.
Davanti a tutto ciò, Riccardo la domanda è spontanea: come sono state le tue Paralimpiadi?
È stata una testata unica, è stato più un un resistere alle botte e al dolore più che alle gare. Ma sono abituato e l'ho sempre fatto, ho sempre preso schiaffi. E' uno sport molto molto duro, molto di contatto, dove ci si fa spesso male e quindi bisogna metterlo sempre in gioco. Bisogna metterlo in conto perché è uno sport difficile: se sbagli ti fai male e non puoi farci nulla..
Hai parlato di resistenza, di resilienza e tu nel mondo paralimpico, sei uno dei punti di riferimento su questo tema. Lo dice la tua storia, corretto?
Esatto, perché non è mai stato semplice, bravissimo. E poi bisogna stare ad altissimi livelli in modo costante: alla fine le Paralimpiadi sono un percorso che dura una vita. Queste stagioni sono state complicate perché io mi sono ritrovato in situazioni diverse: solamente nel 2023 ho deciso di amputarmi la mano, perché io non ero così.
Per continuare ad alti livelli?
Sì, per migliorare, ma mi sono ritrovato in una nuova situazione mai vissuta prima, con un nuovo recupero, una nuova sfida. Il mio snowboard, il mio riding è cambiato ed è cambiato un po' tutto: quest'anno poi ho deciso di usare anche una protesi, per tirarmi dal cancelletto, quindi sono cambiate tante cose e ho sempre resistito. Mi sono infortunato anche alla spalla sana… sono state stagioni in cui arrivare interi fino in fondo era l'obiettivo. Così sono arrivato alle Paralimpiadi, dove avrei dovuto rimettere in gioco tutto: vincere, provare ad arrivare a medaglia. Poi son caduto, ma ho resistito ancora. Ho provato a dare il massimo a prescindere.
E com'è andata in vista delle Paralimpiadi, come hai gestito queste situazioni?
Ho tenuto botta per tutti questi 4 anni e ho portato a casa anche dei buoni risultati: sette medaglie, sette podi, tra cui però una sola vittoria in Canada, mentre in tutti gli altri sono arrivato terzo. Non sono stato molto continuo a livello di medaglie e lì è da migliorare, ecco… Un altro obiettivo da aggiungere all'elenco sarà di darmi un po' più di continuità e rimanere nei top.
Però, Riccardo, al di là del tuo ottimismo e pensare positivo… Fallire così le Paralimpiadi ti ha lasciato un po' di amarezza?
Ti dirò… [per un attimo scompare il sorriso e lo sguardo si perde lontano, ndr] l'amaro… l'amaro c'è. Soprattutto perché vedi i tuoi compagni che sono riusciti nell'obiettivo e quindi ti ritrovi molto triste… quel sogno che si ha in comune lo vedi, poi l'emozione dei Giochi è qualcosa di unico… si ha una tensione e un percezione delle cose amplificata. Ti passa nella testa tutto il percorso che hai fatto, come sei arrivato fino a lì e malgrado tutto devi ancora dare il massimo.
E poi erano le Paralimpiadi in Italia, altra pressione addosso, giusto?
Oltre ad essere davanti a tutto il mondo sì, eravamo in Italia. Io ero davanti al pubblico di casa, avevo i miei genitori, avevo i miei amici. Su quel lato lì l'ho vissuta benissimo, sono emozioni che mi rimarranno a vita, però mi rimarrà anche l'emozione della tristezza e del non aver potuto gareggiare la seconda volta.
Perché?
Alla fine mi è stato vietato… non mi è stato dato l'ok medico per fare la gara. Me lo ricordo perfettamente…mi ricordo l'allenatore che mi fa: "No, Ricky. Guarda ora tu non hai l'ok, non puoi gareggiare". Lì sono crollato in un buco nero di lacrime… ma così è. Bisogna accettarlo, no?
Proprio sotto questo aspetto, quanto conta l'approccio e la forza mentale?
Tantissimo, io ne sono uscito ripetendomi che comunque avevo dato il massimo a prescindere e dovevo essere fiero di me stesso.
Che insegnamento t'ha dato questa disavventura?
Come dici tu, un insegnamento molto difficile da apprendere, perché in quel momento sei arrabbiato, sei frustrato e non vuoi parlare con nessuno. Io mi ripetevo che alla fine avevo dato tutto me stesso, ho provato a fare il massimo. Rimpianti? Anche. Rimpiango l'errore che ho commesso nel giorno di allenamento, dove avrei dovuto essere un po' più controllato e non andare così giù senza pensarci. Magari aspettare che qualcun altro scendesse prima di me, vedere un po' più le velocità, e prenderla magari in un approccio diverso. Però io alla fine sono quello che sono e sono arrivato lì grazie al mio carattere e a come ho resistito alle botte tutti questi anni. Se non fossi così non sarei arrivato dove sono arrivato fino a ora. Sono sono contento e soddisfatto nel mio percorso. Questo me lo ripeto sempre.
Riccardo, tu però non nasci come snowboarder. Come perché e quando hai deciso questa svolta radicale?
Praticamente la mia carriera sportiva è iniziata dal nuoto perché dopo l'incidente che ho avuto a 17 anni l'unico sport che riuscivo a fare in quel momento era andare in acqua. Qualsiasi altra cosa avevo dolori, non riuscivo, facevo molta fatica, invece nell'acqua trovai un punto di aiuto, di appoggio. Piano piano diventò anche un primo sport a livello paralimpico perché mollai il lavoro dopo l'incidente. Restai tipo per 3-4 anni come impiegato amministrativo ma un giorno mi dissi "Basta, io sono stufo di questo lavoro, io davanti al computer non ci voglio stare. E ho cambiato totalmente vita". Ho avuto l'opportunità di conoscere i ragazzi del nuoto paralimpico, c'era Federico Morlacchi, c'era un Simone Barlam giovanissimo… Così rimango tre, quattro anni a livello agonistico diventando atleta professionista.
E come è andata in vasca?
Direi che qualcosina, qualche soddisfazione me l'ero tolta a livello italiano. Andai a fare anche un Europeo, ma arrivai 14°, 15°. Però ero agli inizi, ci stava ci stava benissimo. Poi un giorno dissi a Giulia Ghiretti [campionessa italiana paralimpica, ndr]: "Giulia, io non ce la faccio. Per me nuotare non basta… mi manca qualcosa". Tutti sapevano che comunque amavo gli sport estremi, snowboard, motocross. E così gliela buttai lì: "Mi piacerebbe fare snowboard…" e da lì cambiò tutto.
Di che periodo si parla?
È stato nel 2000, stiamo parlando degli inizi 2019. Lei mi disse che conosceva un ragazzo che era in Nazionale di snowboard, così provai: gli mandai dei video, lui riuscì a mettermi in contatto con l'allenatore della nazionale e da lì è partito il mio exploit nello snowboard.
Da quel momento, o anche prima, ad oggi a tuo avviso è cambiata la percezione da parte del pubblico nei vostri confronti di paratleti da parte del pubblico e dell'opinione pubblica?
Mah, sicuramente è migliorato… dal mio incidente sto parlando di 15 anni, anzi anche di più, 17 quasi. Non c'era tutta questa attenzione sul mondo paralimpico, non se ne sentiva neanche parlare. Giornali zero, televisione a fatica… forse si riusciva a vedere le Paralimpiadi per grazia di Dio. Poi con gli anni ho visto questo cambiamento, questo interesse nel nostro mondo.
Anche perché il messaggio che arriva da voi è potente, giusto?
Cavolo… può aiutare tante persone anche non per forza disabili. Diamo forza a qualcuno che è in difficoltà, ma magari solamente si sente un po' giù e vede questi ragazzi e ragazze che che si buttano giù a 80 all'ora senza gambe, senza braccia". E allora una dice: "Minchia, ma questi che forza hanno?" Diamo un bel messaggio di resilienza, di forza, di caparbietà e spero che aiuti sempre di più.
A proposito, queste Paralimpiadi hanno fato registrare non a caso dati di pubblico e di seguito impressionanti… Ma la percepite questa attenzione crescente?
Sì, l'ho visto e toccato con mano perché gli spalti c'erano erano pieni, c'era un sacco di gente, tante persone. E tante persone ci ringraziano anche pur non facendo risultati o medaglie, semplicemente vedendo il nostro esempio. Sono stato ringraziato tante volte dai volontari, da persone che incontravo per strada. E' molto bello, fa molto piacere, anzi, è la cosa più piacevole che puoi sentirti dire.
Dal tuo punto di vista, che cos'è che si potrebbe fare anche a livello federale, a livello di sensibilizzazione ulteriore?
Sicuramente fare più iniziative, stanziare più soldi creando eventi o strutture dove i ragazzi possono iniziare. Lo sai benissimo: gli sport sono costosi, le attrezzature, soprattutto quelle degli sport invernali costano, non sono per tutti, non sono gratis e purtroppo nessuno te le regala.
Se c'è, che cos'è che ti dà ancora fastidio?
In generale, quando sento ancor oggi qualcuno che dice: "Vabbè, ma sono solo delle Paralimpiadi, tutto facile". Si dà per scontato che sia semplice arrivare, ma non si capisce cosa c'è dietro, quel combattimento, i sacrifici, la preparazione. La gente deve capire che siamo atleti di pari livello: la nostra fatica è tanto quanta quella di una persona normodotata. Il livello di competizione è identico, le emozioni sulle stesse. Certo, abbiamo delle difficoltà, ma allora dovresti capire che facciamo ancora più fatica di una persona normale. In allenamento devi sopportare i dolori tuoi fisici, dolori mentali… le persone dovrebbero imparare a non giudicare, ecco. Alla fine è il giudizio quello che mi dà fastidio più di tutto.
Qual è stato il momento che ti ha colpito di più, invece, alle Olimpiadi che vi hanno preceduto?
Ho visto la forza delle donne. Le donne che hanno dato una lezione a tutto il mondo. E anche a quello dello sport maschile… perché una forza così è stata incredibile. La resilienza, il coraggio. Il messaggio che hanno dato di forza Federica Brignone o Michela Moioli è stato qualcosa di unico. La Michi come me si era spaccata la faccia in allenamento e sembrava che non la facessero gareggiare, poi alla fine ha tirato fuori gli artigli ed è arrivata terza, capito? Con una faccia tumefatta, con un trauma cranico pure lei. Quindi messaggio incredibile. Federica? Nessuno credeva in lei, la davano per persa con un un ginocchio andato per tutta la stagione. Non si è fatta vedere ed è arrivata ai giochi e ha fatto l'oro. Io per primo io ho detto "No, non ci credo". Cioè, è qualcosa di di incredibile, mi sono emozionato parecchio.
Senza dimenticare le 14 medaglie di Arianna Fontana, Lollobrigida che ha vinto l'oro e fatto il record all'ultima gara in carriera, da mamma…
Sì, i messaggi che sono riuscite a dare quelle donne è la cosa più importante per tutti. C'è talmente tanta superficialità aumentata da questi social maledetti che si sta perdendo la cultura per lo sport, la cultura del sacrificio, della resilienza, della fatica. I messaggi quelli belli, quelli giusti sono questi, non la figa di turno con le labbra a canotto e ha miliardi di commenti o miliardi di visualizzazioni. La gente deve capire che bisogna cambiare direzione, ecco, e prendere come esempio loro come donne da seguire. Sono loro gli esempi secondo me, o come noi a livello paralimpico. Anche noi nel circuito abbiamo delle donne fortissime.
Se non avessi fatto lo sportivo, cosa avresti fatto?
Bella domanda, molto difficile perché non lo so cosa farei senza lo sport… Per fortuna ho tante passioni che ho portato avanti negli anni, tra cui una su tutte è la musica. Quindi credo che avrei fatto il musicista, oppure l'artista, mi piace disegnare. Una cosa tra tutte mi sarebbe sempre piaciuto studiare cinema, regia, perché sono molto appassionato.
Però proprio la tua storia potrebbe essere un po' un film, no?
Ah, sì [ride, ndr] sì, sì, hai voglia. È vero.
Ma ti tatuerai qualcosa di nuovo?
Guarda, mi hai beccato al momento giusto perché lo stavo disegnando e siccome tante persone mi hanno detto che sono diventato un ariete, a suon di prendere testate… quindi sì, sto pensando di fare un bel tatuaggio anche perché è il continuo di quello di Pechino. Ovviamente ho anche una passione enorme per i tatuaggi, ogni tatuaggio ha un significato e una data importante per me. Mi ricorda il momento in cui l'ho fatto, a cosa credevo, a cosa mi piaceva, mi appassionava.
E cos ti tatuerai?
Ho un bel progetto in ballo. Non lo sveliamo… lo vedremo sui social, sicuramente. Però ti dico l'ariete ne fa parte.
Riccardo, un messaggio che magari ti senti di rivolgere, soprattutto ai ragazzi?
Il messaggio è quello di lanciarsi, buttarsi, non stare a pensare troppo a paranoie: a stare fermi non succede nulla, quindi l'importante è muoversi. E soprattutto se non si sa cosa fare è fondamentale chiedere. Chiedere aiuto perché adesso c'è qualsiasi cosa tu di disposizione. Una volta era molto più difficile, quindi ora basta che chiedi e ti danno una risposta, ti possono trovare i numeri di telefono o persone. E fate sport: ti porta fuori e ti distoglie da tutti i tuoi problemi che hai… fisici, dolori, mentali, paranoie. Lo sport è qualcosa che ti salva veramente la vita. E io lo posso dire davvero.