Lukas Hofer: “Sparo 16.000 colpi e mi alleno 1.200 ore all’anno, così si diventa ghiaccio nel biathlon”

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Lukas Hofer, il re azzurro di sempre del biathlon, si è raccontato a Fanpage.it. Con oltre 1.200 ore di allenamento e 16.000 tiri all’anno, a 37 anni ha ritrovato il fuoco dentro dopo i pensieri di ritiro. E ora sogna l’oro nella staffetta maschile azzurra.

C'è un uomo che a 37 anni gareggia ancora con i suoi "nipotini di 18 anni" e lo fa con l’orgoglio di chi non ha smesso di avere fame. Si chiama Lukas Hofer, è il re azzurro di sempre del biathlon, la disciplina che unisce lo sci di fondo alla precisione glaciale del tiro a segno, e porta sulle spalle più medaglie olimpiche di qualsiasi altro italiano nella storia di questo sport. Un atleta che sparisce per mesi nelle montagne, accumula "fino a 1.200 ore di allenamento" e spara "16.000 colpi all’anno per riuscire a passare, in pochi secondi, da 180 battiti al minuto a una calma assoluta con la carabina in mano".

Un uomo che dopo gli infortuni del 2022 era arrivato a un passo dal ritiro, ma ha ascoltato "il fuoco che gli bruciava ancora dentro" e ha deciso di non mollare. Un campione che a Milano-Cortina ha vissuto "l’emozione più grande di una carriera ventennale", più forte delle prime vittorie da ragazzo, e che ora sogna di chiudere il cerchio con quella "medaglia a squadre maschile che manca da troppi anni".

Questa è la sua storia, che Lukas Hofer ha raccontato in esclusiva a Fanpage.it: non solo numeri e risultati, ma la tenacia di chi continua a inseguire i limiti, a inventare gesti tecnici che poi tutti copiano, e a divertirsi ancora come il primo giorno. Perché "non ci si deve fermare mai".

Lukas siamo oramai davvero a ridosso dell'inizio di una nuova stagione di biathlon. Come procede la preparazione? Che sensazioni hai?
La preparazione l’abbiamo iniziata già il primo maggio e adesso stiamo facendo una serie di test di valutazione, poi partiamo per il Nord, per sciare. Per me questi test comunque al momento non vanno presi troppo sul serio, sono momenti particolari, alla fine è solamente il campo che decide e fra una ventina di giorni vedremo.

Sì, ci siamo. Che aspettative hai per questo nuovo viaggio nel biathlon?
Vorrei continuare da dove ho finito la scorsa stagione, che aveva funzionato davvero bene: continuità sulla percentuale di tiro e rendimento sugli sci. Quando riesci a fare in gara quello che fai in allenamento, poi arriva anche il risultato. Il risultato è solo la conclusione: se fai tutto come sai fare, arriva anche quello buono.

A proposito di risultati, è freschissima l’ultima Olimpiade, giocata in casa a Milano-Cortina. Personalmente sei soddisfatto, sia per l’argento e sia per il record storico di presenze olimpiche per l’Italia?
Sicuramente era un obiettivo che ci eravamo posti come squadra, perché sapevamo di essere tra i primi. Alle Olimpiadi, e soprattutto in casa, è sempre più difficile: ognuno si aspetta qualcosa in più e anche noi atleti vogliamo sempre di più. Partire con il piede giusto, con una medaglia, era fondamentale. Poi certo, si vorrebbe fare ancora meglio… ma le Olimpiadi sono un libro che si scrive momento per momento.

Qual è l’emozione che ti porti dietro, la fotografia principale di questa Milano-Cortina?
È difficile, ci sono stati tanti momenti. Penso però al momento in cui eravamo lì ad aspettare Lisa che tagliava il traguardo, quando sapevamo di aver vinto l'argento… quello è stato il più bello. Mi sono tolto tantissimo peso, tanta pressione che mi ero messo da solo. Alla fine è stato un grande sollievo per tutto quello che ci avevamo messo durante l’anno.

A proposito di pressione: gareggiare davanti al proprio pubblico, in un’Olimpiade in Italia… era più la voglia e la carica che vi ha dato, oppure hai sentito maggiormente il peso, questa pressione che magari ti ha anche messo in difficoltà?
Sinceramente entrambi. La spinta del pubblico era enorme. Al prato della Ruhpolding, per fare un esempio, non credo di aver mai visto così tante bandiere italiane e così tanti tifosi come alle Olimpiadi. Era un momento da brividi, ti dava una gran bella spinta. Anche nello stadio c'erano bandiere dappertutto. Dovevi cercare di gestire la pressione, perché non mi ricordo una gara in cui fossi così agitato.

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Se non te la ricordi in vent’anni di carriera vuol dire che è stato un momento unico, no?
Sì, ti giuro: è stata la gara in cui ero più teso di tutte quelle che ho fatto in carriera.

Anche più di quando eri giovane e iniziavi a cimentarti?
Molto di più. Allora l’agitazione c'era perché era la prima Coppa del Mondo. Qui invece sapevi: “Siamo in casa, alle Olimpiadi, sappiamo di poter fare la medaglia e la vuoi fare”. Quella è la differenza che alla fine però ti spinge.

Molti a questo punto avrebbero appeso sci e fucile al chiodo. Tu invece, alla “giovanissima” età di 37 anni appena compiuti, hai deciso di continuare. Cosa te lo fa fare?
Penso che sia un discorso legato anche agli ultimi tre anni, quando ho avuto tantissimi infortuni: entrambe le spalle, il ginocchio… Ho sofferto tanto per tornare. Sono sempre stato uno che ci prova fino alla fine, e penso che quello fosse anche l’obiettivo: continuare dopo le Olimpiadi, perché l’obiettivo più grande era stato raggiunto. Però quando ho ascoltato me stesso e ho sentito che c’era ancora motivazione, il fuoco dentro, mi sono detto: “Così non posso ancora mollare”. Due anni sicuramente sono fattibili… poi si vede di anno in anno.

Hai parlato di fuoco dentro, di motivazioni ancora vive. A quasi 40 anni c’è anche un pizzico di sano orgoglio nel far vedere ai ragazzini che ci sei ancora, e ad altissimi livelli?
Quello sicuramente. Ormai gareggio con ragazzi di 18 anni che sono i miei nipoti, e a casa scherziamo sempre: “Finché non mi superano posso ancora starci, vuol dire che sono ancora competitivo”. Essere ancora lì con tutti i giovani l’anno scorso è stata una conferma e mi ha dato sempre più motivazione, più spinta. È quello che serve per tenere acceso il fuoco e la fame.

Tu hai debuttato in nazionale nel 2006, siamo nel 2026 e andiamo verso il 2027. Come si fa a tenere questo fuoco vivo, Lukas, e ad altissimi livelli?
Dico sempre che essere testardi può essere un vantaggio e nello stesso tempo uno svantaggio. Quando vuoi troppo succedono anche tanti errori, sia in preparazione sia nel tiro sia nell’alimentazione. Però ti dà tanta spinta per fare qualcosa in più, per cercare i livelli massimi, per andare oltre, e ti aiuta a migliorare.

Il tuo sport è particolare: per chi non lo vive sembrano due discipline totalmente diverse. Come si spiega a chi lo guarda il passaggio da 180 battiti al minuto allo stare glaciali un secondo dopo, con la carabina in mano, a centrare un bersaglio minuscolo?
È tutto frutto delle ore di preparazione estiva. Alla fine ci alleniamo intorno alle 900 ore di fisico, più tutto il tempo al poligono: arriviamo a 1.000-1.200 ore. E sparando anche 16.000 colpi all’anno. È quello l’allenamento che ti aiuta a portarlo in gara. Poi ogni anno, quando ripartiamo, facciamo sempre la stessa fatica.

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A livello mentale che lavoro fate? Perché fisicamente si capisce, ma mentalmente dover staccare e ripartire tra gli sci e la carabina…
Penso ci sia tanto a livello personale, ognuno lo affronta a modo suo. All’inizio della stagione facciamo sempre il tiro da fermo, dove cerchi di migliorare movimenti e precisione. Poi, pian piano, porti il combinato. Allenando due discipline completamente diverse e separate all’inizio, poi ti aiuta a metterle insieme: capisci cosa ti serve, cosa devi pensare, e riesci a portarlo anche in allenamento.

A 37 anni c’è ancora qualcosa che secondo te devi migliorare, o hai un punto debole?
C’è sempre da migliorare. Non siamo mai evoluti del tutto. Con l’età che avanza la rapidità diminuisce, quindi bisogna allenare anche quella. Poi c’è sempre da portare avanti la precisione del tiro, ma allo stesso tempo il tiro sta cambiando: si spara molto più veloce e le percentuali restano alte. Negli ultimi 3-4 anni non ho mai avuto un momento in cui mi sono detto “non devo migliorare niente, devo solo restare qui”. La strada non è mai finita.

Tecnica, capacità individuale, genetica, forza di volontà… In vent’anni quanto è cambiata e quanto ha aiutato questo sport anche la tecnologia?
Lo sport in sé è cambiato tantissimo, dal giorno alla notte. Quando sono entrato il tiro era ancora abbastanza neutrale, con tanti errori, e contava soprattutto la parte sugli sci e la velocità. Negli anni tutti sono diventati più precisi, più veloci sul tiro e allo stesso tempo più veloci sugli sci. Si è sempre evoluto tutto. C’è anche una cosa che ho inventato io.

Quale?
E' il modo di mettere su il fucile, che alla fine ha ricevuto anche un nome dalla Federazione, l' “Hofer Swing”. L’avevo introdotto con il mio allenatore già nel 2009 e adesso sono tantissimi a copiarlo. Da un lato fa piacere, dall’altro si capisce che non bisogna mai stare fermi in questo sport: bisogna sempre evolversi.

Hai mai avuto difficoltà davanti all’innovazione tecnologica? Qualcosa per cui hai dovuto adattare le tue capacità?
Sulla tecnologia sono sempre molto interessato. Poi chiaramente portarla subito sul campo, anche in allenamento, ci vuole qualche settimana o qualche mese per memorizzarla e farla diventare un movimento normale, fluido, senza pensarci. Come quest’anno: abbiamo dovuto cambiare il modo di tirare giù il fucile perché è entrata in vigore una nuova regola di sicurezza.

Qualcosa di nuovo? Di cosa si tratta?
Esatto, una novità. Dopo un paio di episodi sul poligono degli anni scorsi hanno inserito una regola: il fucile può toccare il tappeto solo quando entrambi gli sci lo toccano. È abbastanza nuova, l’hanno introdotta due-tre mesi fa e sarà già in vigore per questa Coppa del Mondo.

Tu ti senti già pronto?
Sì, ormai l’abbiamo imparata dall’inizio della stagione. Ci avevano avvisato che sarebbe arrivata questa regola, anche se non sapevano ancora i dettagli precisi. L’abbiamo capita e l’abbiamo introdotta subito in allenamento.

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Ritornando ai periodi più difficili, tra il 2022 e il 2023 soprattutto. Poi sei ritornato alla grande e ti sei preso tante soddisfazioni. In quei momenti, cosa passa nella testa? Come si scaccia il pensiero "vabbè, finiamola qui"?
Queste parole me le sono dette spesso. Credo di essere stato molto vicino a smettere dopo i Mondiali di Oberhof nel 2022. Avevo passato due operazioni alle spalle, una al ginocchio, e continuavano le infiammazioni ai tendini. Non vedevo la luce in fondo al tunnel. Sono arrivato al punto di dirmi: “O stacco e riesco a tornare normale, senza dolori e senza bisogno continuo del dottore, oppure ho raggiunto tanto e devo guardare anche alla salute per il futuro”.

Poi a gennaio 2026 è arrivato quel podio in Coppa del Mondo che è stato un po’ un rilancio, no?
Sì. Proprio quando siamo ripartiti e ha funzionato tutto, ho capito che bisognava ancora continuare a guardare avanti. Là ho saputo che non era ancora ora di smettere.

C’è più orgoglio o più peso sulle spalle nel sapere di essere comunque un punto di riferimento del biathlon italiano, il più medagliato di sempre alle Olimpiadi?
Ormai è quasi più orgoglio. La responsabilità penso che ora ce l’abbiano tanti giovani che hanno preso in mano il movimento italiano. A me rende molto orgoglioso essere ancora su questa barca, andare ancora avanti insieme, cercare di dare ancora qualcosa a questa “famiglia” in cui sto da più di vent’anni.

A proposito di medaglie, te n’è arrivata anche una in maniera particolare, 15 anni dopo, relativa al 2011… Quando è successo, cos’hai pensato? Uno scherzo?
Ero fortunato che ero già terzo a quei Mondiali, quindi ho vissuto la premiazione con le medaglie. Se fossi stato quarto sarebbe cambiata la storia: ricevere la medaglia 15 anni dopo senza averla vissuta sul momento è un po’ strano. Così invece ero contento. L’antidoping ha continuato a cercare la verità e ha trovato la soluzione. Vuol dire che stiamo provando a fare uno sport bello e pulito. Quella è la cosa fondamentale.

Rivedendo quello che è successo nel 2011 e scoperto dopo, ti rimane un po’ di amarezza per non aver festeggiato subito quell’argento, oppure ti ha lasciato più un senso di giustizia?
Sicuramente la vittoria dello sport sano è stata la più bella in quel momento. L’unico rammarico è che mi ricordo ancora benissimo come si era evoluta quella gara. Secondo me, se non ci fosse stato quel russo che poi è risultato dopato, l’ultimo giro sarebbe stato un po’ diverso. Sono uscito insieme al secondo, che alla fine ha vinto e ha passato il russo. Magari la gara si sarebbe sviluppata diversamente e avrei avuto più possibilità di stare con quello che è arrivato primo. Però sono tutti “se”. Per me rimane comunque una gara molto importante: è stata la partenza della mia carriera.

Hai parlato di giovani e del movimento azzurro. Come lo vedi al momento? Hai già individuato un tuo erede?
Penso che l’erede l’abbiamo già trovato in Tommaso Giacomel. Molto probabilmente vincerà ancora tante gare: negli ultimi anni ha fatto vedere come è cresciuto, è riuscito anche a vincerne tre di fila. Ci farà godere ancora tanto nei prossimi anni.

Ti ritrovi con i più giovani a dare qualche insegnamento, qualche consiglio da “vecchia volpe” del biathlon?
La cosa fondamentale è divertirsi. La strada è lunghissima, per arrivare ai massimi livelli ci vuole tantissimo tempo e ti trovi tanti sassi sulla strada da dover scavalcare. Quindi divertirsi dal primo giorno fino all’ultimo e non rincorrere solo il risultato: quello arriva da solo quando stai bene, quando fai quello che sai fare e quando ti diverti.

Guardandoti alle spalle, con tutta la carriera che hai fatto e gli anni che ancora verranno, cosa diresti al piccolo Lukas che iniziava la sua avventura nel biathlon?
Gli direi di essere testardo, ma nei limiti giusti. C’erano un paio di momenti in cui ho esagerato anch’io e si pagava con certi allenamenti troppo duri. Quindi: cerca di essere un po’ meno testardo e divertiti ancora di più.

Forse qualcuno non lo sa, ma anche lontano dal biathlon ti diverti a vivere con l’adrenalina al 100%. Nel 2018 hai stabilito un record del mondo, giusto?
Esatto, e vorrei ristabilirlo l’anno prossimo.

Ce la racconti un attimo questa passione?
È nata da piccolo. Avevo iniziato a costruire aerei modellistici, poi pian piano le videocamere sono diventate più piccole, le abbiamo montate sugli aerei e riguardavamo le immagini. A un certo punto mi sono detto: “No, lo voglio vivere io”. Con un amico ho fatto un volo in biposto con il parapendio e il giorno dopo mi ero già iscritto alla scuola di volo e ho preso il brevetto. Da lì è partita la passione per il volo libero. Spesso l’ho combinata con gli allenamenti: mi portavo la vela, saliva e tornavo, così risparmiavo un po’ le ginocchia senza dover scendere a piedi. Negli anni sono arrivati diversi record di questo genere: era sempre qualcosa che mi spingeva a raggiungere i limiti e a superarli.

Hai ancora in mente di ristabilire un nuovo record?
Sì, perché ormai è stato battuto due-tre volte. Al momento lo tiene Aaron Durogati, anche lui altoatesino, campione del mondo di Hike&Fly, con circa 19.000 metri. Io ho in programma di fare 20.000 l’anno prossimo. Vedremo.

Non ti fermi mai?
Quello credo sia impossibile.

Il tuo obiettivo per il prossimo biennio, al di là ovviamente di medaglie e vittorie: cosa lascerebbe soddisfatto Lukas Hofer nei prossimi due anni?
Una medaglia di squadra maschile, sicuramente. Manca da non so quanti anni e abbiamo una squadra molto competitiva, siamo vicini. Dobbiamo solo mettere insieme i pezzi del puzzle. Quello è un obiettivo alto. Ma al di là delle medaglie, se riesco a fare quello che ho fatto vedere quest’anno – allenarmi e divertirmi – io come atleta mi trovo contento.

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