Cosa ci ha lasciato davvero Marco Simoncelli: accanto al dolore è cresciuto qualcos’altro

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Quindici anni dopo Sepang, il meccanico Sanzio Raffaeli, Kate Fretti e papà Paolo raccontano Marco Simoncelli: il dolore che resta e il bene nato nel suo nome.

Era il 23 ottobre del 2011. A quindici anni dalla morte di Marco Simoncelli, il ricordo di chi lo ha amato: il meccanico che ha creduto in lui, la ragazza che gli è stata accanto, il padre che lo ha amato, lo ha reso felice e che non ha mai smesso di essere arrabbiato.

Buio. Vuoto. Nodo in gola e lo stomaco che si stringe, si chiude, si contorce. Succede ogni anno, quando il calendario arriva al 23 ottobre. Per molti non è una data qualsiasi: è una ferita che si riapre sempre nello stesso punto. Sepang, Malesia, secondo giro del Gran Premio. Una curva, la Honda numero 58 che scivola, e poi il silenzio. Marco Simoncelli aveva 24 anni, una nuvola di riccioli che nessuno riusciva a domare e una risata che si sentiva nel box prima ancora che arrivasse lui.

Sono passati quindici anni. Il prossimo gennaio, Marco ne avrebbe compiuti quaranta. Viene da immaginarselo con qualche capello bianco tra i ricci, ma è difficile. Il tempo si è fermato su quel ragazzo alto e dinoccolato, che sembrava troppo grande per una moto e troppo pieno di vita per tutto il resto. Per raccontare questi quindici anni ho ascoltato tre persone che lo hanno conosciuto da vicino: il meccanico che lo ha visto crescere, la ragazza che lo ha amato e il padre che lo ha cresciuto. Ognuno guarda Marco da un punto diverso, ma alla fine tutti e tre dicono la stessa cosa.

Il ragazzo che voleva capire tutto

Prima di diventare un campione, Marco era un ragazzino che entrava in officina e faceva domande. Sanzio Raffaeli, che nel paddock tutti chiamano Malabrocca, lo ha conosciuto nel 2002. Il team Matteoni gli aveva chiesto di seguire la sua moto nell'Europeo, oltre al lavoro che già faceva nel Mondiale. All'inizio Sanzio pensava che sarebbe stato un peso in più. Invece quel ragazzo gli è entrato subito in simpatia: era affamato, curioso, simpatico. Voleva sapere come funzionavano il pistone, la biella, il disco rotante, ogni pezzo della moto. Prima la vittoria dell'Europeo, insieme. Poi il Mondiale con le prime difficoltà. Nel 2003 Marco faticava e la squadra aveva smesso di puntare su di lui. Sanzio no. Ci credeva, e per difenderlo si scontra con i vertici del team. Più avanti le loro strade si sono separate per questioni di mercato, ma la stima tra i due è rimasta indissolubile.

Marco era un ciclone. Rideva, scherzava, faceva battute in romagnolo in mezzo a spagnoli e giapponesi. Appena saliva in moto, però, cambiava completamente. Anche quando i team erano diventati grandi e chiusi, sapeva sempre distinguere chi c'era davvero per lui da chi c'era solo quando le cose andavano bene.

I tifosi, il pubblico, a casa o in circuito aveva capito che Marco era uno di loro, un ragazzo vero, genuino, spontaneo. Sanzio ha pensato di mollare tutto, di lasciare un mondo che gli aveva tolto così tanto, ma poi, alla fine ha capito che fermarsi avrebbe voluto dire tradire lo spirito di Marco, e ha continuato a lavorare con la stessa serietà che lui metteva in pista e oggi racconta chi era Marco Simoncelli al Museo di Coriano. Continua a portare avanti la cultura, la fame, le avventure e l'anima del Sic.

Il dolore degli altri

Kate Fretti oggi porta avanti la Fondazione Marco Simoncelli. Mi ha parlato con una sincerità che quasi fa male, senza nessuna retorica. Nel 2012, subito dopo la morte di Marco, ha cominciato a seguire i Gran Premi, e stava malissimo. A fine stagione ha detto a Paolo che non ce la faceva più, e lui le ha lasciato piena libertà. "Ho ripreso a frequentare le piste troppo presto. Dovevo ancora elaborare il lutto". Racconta anche una cosa che pochi avrebbero il coraggio di ammettere. Quando i tifosi le si avvicinavano piangendo, dentro di sé si chiedeva perché piangessero loro. Il suo dolore era troppo grande per lasciare spazio a quello degli altri. Oggi è diverso. Quando qualcuno si commuove ancora, quindici anni dopo, Kate capisce quanto sia stato grande quello che Marco ha lasciato, e cerca di restituire quell'affetto con l'empatia che allora le mancava. Marco ha lasciato un vuoto ingombrante nel cuore di tutti, anche di chi lo conosceva solo con il casco indossato e la visiera abbassata.

All'ultimo Gran Premio di Misano, con le livree che il Team Gresini ha dedicato al Sic, tutto le è tornato addosso. Per la prima volta in quindici anni anche suo padre è tornato nel paddock. Qualche giorno dopo le ha scritto che lì era tutto bellissimo, con un po' di nostalgia. Per Kate è stato come riaprire un mondo. Il motociclismo poteva diventare per tutti loro un argomento da evitare, un posto in cui non tornare più, un tema tabù. Invece intorno al ricordo di Marco sono riusciti a costruire qualcosa. Un sogno, un viaggio, un lavoro, un progetto.

Le ho chiesto se cambierebbe qualcosa di lui pur di riaverlo. Non so esattamente che risposta mi aspettassi, ma quella che mi ha dato mi ha sorpreso: "Marco era allegro e solare, e aveva una leggerezza che rendeva tutto più semplice. L'unico difetto era che arrivava sempre in ritardo: mi faceva arrabbiare, e un attimo dopo eravamo già tornati a sorridere. Rivivrei tutto cento volte", poi si corregge: "Forse cento no, si soffre troppo. Tre o quattro sì, anche sapendo come è finita.  È stata una storia bellissima".

La rabbia di un padre

Paolo Simoncelli è sempre lo stesso: burbero, diretto, senza filtri. Dal 2013, con la SIC58 Squadra Corse, fa crescere ragazzini che sognano il Mondiale. Quando però il discorso arriva a Marco, il tono cambia. Dice di essere sempre arrabbiato. E fa bene, ma sono riuscito a farlo sorridere e sono sicuro che Marco è felice, ovunque sia, si vedere un papà che ogni tanto prova a respirare e non a tenere tutto dentro, pronto a scoppiare.

Gli ho chiesto come si fa a restare in un ambiente che ti ha portato via un figlio. Mi ha risposto che la cosa più facile sarebbe stata andarsene, ed è quello che fanno quasi tutti. Lui e sua moglie Rossella hanno avuto due cose a cui aggrapparsi. La prima è Martina, la sorella di Marco. La seconda è la certezza di aver fatto tutto il possibile per renderlo felice, compreso andare a cercare soldi ovunque pur di farlo correre. Marco è morto facendo la cosa che amava di più. Per questo Paolo dice di non avere rimpianti. Ed è potente e ammirevole.

La prima volta che è tornato a Sepang è stata dura. Sono tornati i fantasmi che hanno portato via il suo Marco, ma questo sport lo ha salvato, ma lo ha cambiato. "Sono sempre incazzato". Con la fede non ha fatto pace. Racconta di aver detto al Papa, con il crocifisso in mano, di essere arrabbiato con Dio, e di essersi sentito rispondere che aveva ragione. Come dargli torto. Però, Paolo è una persona profonda che non parla con giri di parola, ma va dritto al punto e quando racconta di come la morte non sia la cosa peggiore: "Ho conosciuto ragazzi che soffrono ogni giorno e genitori che li assistono senza sosta. Davanti a loro ho capito tante cose. Quei genitori sono forti, non io". Un uomo tutto d'un pezzo, che non fa sconti a nessuno, che mi ha toccato profondamente nella sua semplicità.

Il miracolo di Marco

Quindici anni dopo, cosa resta? Resta una Fondazione che ha costruito – tra le altre cose – un centro diurno a Santa Maria del Piano, con una piscina riabilitativa in cui una cinquantina di ragazzi fanno terapia. Resta Casa San Marcos, in Repubblica Dominicana, che accoglie ragazzi disabili che prima non avevano un posto dove stare. Restano gli ecografi, gli archi radiologici e i respiratori donati agli ospedali di Rimini e Riccione e non solo. Resta un team che continua a prendere giovani piloti per farli crescere e maturare, resta l'amore. Sempre.

Paolo lo chiama il grande miracolo di Marco. Le persone possono litigare su tutto, dallo sport alla politica, ma quando si parla di lui sono tutte d'accordo: "Marco continua ad aprire porte, anche adesso". Paolo lo dice con le parole ruvide e affettuose che usa un padre romagnolo: "Anche da morto, Marco riesce a fregarli tutti, è un gran figlio di puttana".

Forse il senso di questi quindici anni è proprio questo. Il dolore non è passato: Sanzio dice che è ancora lì, radicato, e Paolo dice che continuerà a essere arrabbiato. Ma vicino al dolore è cresciuto qualcos'altro. Ci sono i tifosi che si fermano allo stand e si commuovono ancora, ci sono gli amici che si ritrovano a Misano come ai tempi dell'oratorio. E c'è l'idea, che Sanzio ripete a modo suo, che ricordarlo per com'era sia l'unico modo per farlo correre ancora insieme a noi.

Buio, vuoto, il nodo in gola. Ogni 23 ottobre è così. Ma intanto, da qualche parte, un ragazzo fa terapia in una piscina riscaldata, un ospedale ha un macchinario in più per curare i pazienti, un tifoso sorride con gli occhi lucidi davanti a un 58. Marco ha lasciato un vuoto enorme, è vero. Ma l’amore, il ricordo e il lavoro di chi gli ha voluto bene gli hanno dato un’altra forma e un altro senso. Oggi è un vuoto pieno di tante cose, diverse e bellissime.

Ciao Sic.

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