Sanzio Raffaeli, meccanico di Simoncelli: “Lo avevano accantonato, io lottai per lui. A Roma fu un colpo durissimo”
C'è chi il motorsport lo vive dai box con il cronometro in mano e chi, come Sanzio Raffaeli – per tutti semplicemente ironicamente, "Malabrocca" -, lo ha attraversato da protagonista silenzioso ma fondamentale, plasmando piloti e stringendo legami che vanno ben oltre la semplice partnership professionale. Nato nel 1956, Raffaeli incarna la Romagna verace dei motori: quella cresciuta a pane, miscela e passione viscerale. Dalle prime corse nel motocross – che gli valsero il celebre soprannome ispirato alla storica "maglia nera" del ciclismo – fino ai trionfi mondiali al fianco di leggende come Emilio Alzamora e alla profonda intesa umana e professionale con l'indimenticabile Marco Simoncelli.
Sanzio, partiamo dalle origini e da quel soprannome, "Malabrocca", che ti porti dietro da quando avevi 15 anni. Come è nato?
È nato per colpa della mia prima gara di motocross. Arrivai praticamente straultimo e il meccanico del moto club mi battezzò così, ricordando Luigi Malabrocca, il famoso gregario di Coppi che arrivava sempre ultimo con la maglia nera al Giro d'Italia. Me lo sono portato dietro per tutta la vita, persino nei box del Mondiale. All'inizio poteva sembrare un'etichetta negativa, ma l'ho sempre preso con filosofia e autoironia. Anche perché arrivai davvero ultimissimo, me lo meritai quel soprannome.
Dalla passione per il cross alla velocità su pista: come è avvenuto il grande salto verso il ruolo di meccanico?
Inizialmente correvo, ma i costi erano alti così ho iniziato a metterci le mani da solo, diventando meccanico di me stesso. Poi ho iniziato ad assistere un ragazzo del mio paese, Marcaccini, che voleva correre in velocità. Da lì ho fatto gavetta, sono entrato in contatto con il team Aldrovandi e nel 1990 ho fatto il grande salto nel Motomondiale.
Nel corso della tua carriera hai lavorato con moltissimi piloti. Qual è la vittoria che ti è rimasta più nel cuore?
Senza dubbio il titolo mondiale in 125cc vinto nel 1999 con lo spagnolo Emilio Alzamora. Ero il suo meccanico prescelto, voleva che la moto la toccassi solo io. Quella è stata una soddisfazione immensa. È stato molto bello, sia perché avevano stima del lavoro che facevo, sia per i risultati, ovviamente.
E poi c'è stato l'incontro con Marco Simoncelli. Che ricordo hai dei vostri inizi insieme nel 2002?
Marco è stata una storia a parte. Il team Matteoni mi chiese di seguire la sua moto nell'Europeo oltre al mio lavoro nel Mondiale. Pensavo fosse troppo, ma ho accettato subito perché quando ho conosciuto Marco mi è da subito piaciuto come ragazzo. Inizialmente pensavo potesse essere un peso, ma poi è diventato un piacere immenso lavorare con lui: era simpatico, generoso e, a differenza di altri piloti, aveva una curiosità maniacale per la meccanica. Veniva in officina a chiedermi come funzionavano il pistone, la biella, il disco rotante. Voleva capire ogni singolo dettaglio del mezzo. Alla fine, quell'anno abbiamo vinto l'Europeo insieme. Pensa se non avessi accettato…
Il vostro rapporto è andato ben oltre il box, trasformandosi in un'amicizia solida e leale, soprattutto nei momenti difficili del suo esordio nel Mondiale.
Proprio così. Nel 2003, all'inizio del Mondiale, faceva fatica e la squadra lo aveva un po' accantonato. Io ho creduto fermamente in lui e nelle sue potenzialità. Era un ragazzo eccezionale, e mi sono speso in prima persona per aiutarlo, scontrandomi persino con i vertici del team. Anche quando le nostre strade professionali si sono divise per dinamiche di mercato, la nostra stima reciproca non è mai venuta meno. Vederlo correre e vincere è stato il premio più bello.
Il paddock ha rappresentato la tua seconda casa per decenni. C'è un momento, nella tua carriera, in cui hai sentito che il motociclismo stava cambiando pelle in modo definitivo?
Sicuramente l'arrivo massiccio dell'elettronica e dei dati ha stravolto il nostro lavoro. Prima si andava molto "a orecchio", guardando la candela, ascoltando il motore che scoppiettava in staccata o tastando la gomma. Era un lavoro artigianale, quasi da orologiaio. Poi sono arrivati i computer, le telemetrie esasperate e i tecnici laureati in ingegneria aerospaziale. Non dico che sia un male, perché il progresso è questo, ma si è persa un po' quella romantica improvvisazione che ti costringeva a inventarti la soluzione al volo dentro al box.
E con Marco, in quegli anni in cui lui saliva di categoria fino alla MotoGP, com'è cambiato il vostro rapporto quotidiano? La pressione a quei livelli è feroce.
La pressione era enorme, sì, ma Marco aveva una dote rara: sapeva isolarsi da tutto quando era fuori dalla tuta. Nel box era un ciclone, rideva, scherzava, faceva battute romagnole in mezzo a spagnoli e giapponesi. Però, quando si trattava di salire in sella, diventava un animale da gara. E la cosa bella è che, nonostante i team fossero diventati grandi e blindati, lui manteneva quel legame umano con le persone di cui si fidava. Sapeva chi c'era veramente per lui e chi invece era lì solo perché le cose andavano bene.
Purtroppo, il destino ha scritto una pagina tragica che ha segnato per sempre la storia di questo sport e di chi lo amava. Come si fa ad andare avanti nel paddock dopo una perdita come quella di Sepang 2011?
Non è facile. Anzi, a un certo punto ti chiedi proprio che senso abbia continuare a girare il mondo per inseguire le corse. Il dolore per la perdita di Marco è qualcosa che non se ne va mai del tutto, resta lì, radicato. Però pensi a lui, a quanta energia ci metteva, a quanto amava questo mondo, e capisci che fermarsi sarebbe stato come tradire quello spirito. Il modo migliore per onorarlo è stato continuare a fare questo mestiere con la stessa serietà, la stessa passione e lo stesso rispetto per la moto che lui ci metteva ogni volta che scendeva in pista.
Tu e altri eravate andati a prenderlo a Roma.
Sì, è stato uno dei momenti più tosti è stato quando siamo andati a Roma io e altri amici di Marco. Quello è stato uno dei momenti più pesanti e surreali della mia vita. Quando l'aereo è atterrato a Fiumicino con il feretro di Marco, c'eravamo anche noi. Andare lì a riceverlo, vedere quel carro funebre che partiva per riportarlo finalmente a casa, a Coriano, è stato un colpo durissimo al cuore. Fino a quel momento, tra la confusione e la lontananza dalla Malesia, sembrava quasi un incubo da cui ti dovevi svegliare. Ma quando lo riporti nella sua terra, circondato dalla sua gente e da noi che lo abbiamo vissuto ogni giorno nei box, realizzi davvero la realtà delle cose. Un dolore immenso, che poi si è trasformato nell'abbraccio collettivo di decine di migliaia di persone.
È anche questo quello che vi ha mandato avanti…
Sicuramente, l'affetto incredibile della gente a Coriano è stato l'unica cosa che ha dato un minimo di luce in mezzo a una tragedia così assurda. Marco era uno di noi, un ragazzo vero, e la gente lo aveva capito perfettamente. Portarselo nel cuore, ricordandolo per quello che era, è l'unico modo che abbiamo per farlo correre ancora insieme a noi.
Facciamo un passo avanti, guardando le nuove generazioni di piloti e di meccanici, ritrovi un po' di quello spirito romagnolo e verace con cui sei cresciuto tu a Rimini?
Guarda, i ragazzi di oggi sono molto diversi, crescono in un ambiente iper-professionale fin da bambini, con i simulatori, i social, i manager. Però la passione vera, quella che ti fa sporcare le mani di grasso e ti fa fare le 3 di notte in officina per cambiare un pistone, quella non cambia mai. Se ce l'hai dentro, la riconosci subito, sia che tu sia nato nel '56 sia che tu sia un ventenne di oggi. E finché ci sarà quella scintilla, le corse continueranno a vivere.