Chi è Brandon McNulty, il gregario diventato campione del mondo che nessuno aveva preso sul serio
Brandon McNulty, campione del mondo di ciclismo. Questo il verdetto della gara di Montreal in una delle più belle ed entusiasmanti prove iridate degli ultimi anni. E anche tra le più sorprendenti perché tra le decine di campioni alla ricerca del successo approfittando dell'assenza di Pogacar, ha avuto la meglio proprio colui che nessuno si aspettava potesse farcela: il 28enne americano che proprio di Tadej è gregario e fido scudiero e che proprio di Tadej sarà ancora al fianco nella UAE Emirates, ma questa volta indossando lui la maglia più bella che ogni corridore sogna di vestire almeno una volta in carriera.
Brandon McNulty è l'uomo che nessuno poteva immaginare riuscisse in solitaria a conquistare il titolo 2026: "Sapevo che sarebbe dovuto accadere un miracolo", ha detto dopo la conquista della medaglia d'oro, tra le lacrime di gioia. E il "miracolo" sportivo è avvenuto puntuale figlio di incroci del destino ma soprattutto prodotto esclusivo nato da una intuizione, il classico attimo fuggente, che ha beffato tutti i migliori, lasciandoli a guardarsi sui pedali. Mentre a 32 chilometri dal sogno, McNulty si è alzato dalla sella, ha spinto e ha preso il largo.
Nessuno pensava potesse farcela. Nella nazionale statunitense erano ben altri i corridori da tenere sott'occhio: in primis Quinn Simmons, che era stato protagonista inserendosi in tutte le fughe giuste, non ultima quella in cui van der Poel ha dato spettacolo scappando trascinando con sé van Aert per poi lasciarlo per strada. Poi Mateo Jorgenson, altro gigante made in USA sempre presente nei momenti caldi della corsa, con il preciso ruolo di tamponare eventuali attacchi avversari, lasciando proprio McNulty libero di colpire.
Diventando l'espressione perfetta di una nazionale americana capace di studiare la tattica e strategia giuste, lasciando sfogare la Francia che ha prosciugato le energie di Seixas, osservando le difficoltà di un Belgio con Evenepoel in eterna difficoltà malgrado i bigliettini sulle borracce, gestendo i tentativi della Gran Bretagna e della nostra Italia con Giulio Ciccone tra gli ultimi a desistere.
Quando McNulty è scappato via, in pochi davanti alla TV hanno creduto potesse farcela e nessuno in corsa. 28 anni, cresciuto senza bruciare tappe di una carriera in crescendo dove, dieci anni prima, nel 2016, aveva mostrato già tutte le proprie caratteristiche vincendo un Mondiale, a cronometro, categoria juniores. Il classico trampolino di lancio per un corridore che andava fortissimo nelle prove contro il tempo e si distingueva anche in salito fino all'approdo alla UAE Emirates, con il ruolo di leader.
Non tutti ricordano McNulty capitano anche del primo giovane Pogacar, di cui poi è diventato fido gregario. McNulty è stato il punto di riferimento del Team WorlTour emiratino, poi i tanti piazzamenti, le poche vittorie e un pizzico di sfortuna lo hanno portato a rivedere e correggere il proprio ruolo.
Con l'ascesa di Pogacar, McNulty è divento prima la seconda scelta in salita, poi un gregario di lusso, uno degli uomini sempre presenti nelle gare principali in cui la UAE sfoggiava il proprio campione e capitano. Con Pogacar non a caso è unito da un legame che va oltre la semplice professionalità. Come Pogacar, anche McNulty ha trovato sulle due ruote l'amore, Summer Moak, sua moglie dal 2023 e con un passato nel ciclismo professionistico femminile.
Lo stesso Pogacar che proprio un anno prima, sempre sulle strade canadesi, omaggiò nel modo migliore le tante fatiche del suo gregario, nel settembre 2025 al Grand Prix Cycliste de Montréal: in fuga solitaria, frenò per attendere McNulty che a sua volta si era sganciato dal gruppo, per poi concedergli l'onore del successo, tagliando il traguardo mano nella mano. Non è un caso se proprio Pogacar è stato tra i primi ad omaggiarlo via social, un istante dopo il successo di Montreal.
Non credere a McNulty era più che legittimo. In questo 2026 non era mai riuscito ancora a conquistare nemmeno un successo, eterno piazzato o dedicato totalmente alla causa della sua squadra e del suo capitano. Eppure, "segnali" di qualità li aveva dati eccome: nella crono iridata che ha consacrato Remco Evenepoel per la quarta volta consecutiva campione del Mondo contro il tempo, proprio Brandon McNuklty aveva sfiorato il podio, arrivano a soli 12 secondi dal terzo al traguardo, Paul Seixas.
La classica "medaglia di legno", ripetendo lo stesso piazzamento ai Mondiali 2023 a Glasgow e migliorando il 5° posto a Parigi 2024, che passa inosservata. Come ha fatto lui, a 32 chilometri dal "miracolo" che ha saputo trasformare in realtà.