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Ivan Zamorano a Fanpage: “Contro la Juve fu un furto. La mia ‘Pazza Inter’ era una famiglia”

Ivan Zamorano resta uno dei calciatori più amati dai tifosi dell’Inter per la classe a la generosità messe in mostra nelle sue cinque stagioni in nerazzurro. Nel corso di una lunga chiacchierata in esclusiva per Fanpage.it, l’ex bomber cileno si è soffermato anche sull’ultimo derby d’Italia: “Un trampolino emozionale”.
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A cura di Antonio Moschella
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Sebbene siano passati ormai vent'anni dal suo addio all'Inter, Ivan Zamorano continua a essere molto legato al club nerazzurro. Attualmente impegnato come commentatore tecnico per varie testate sportive latinoamericane, l'ex attaccante cileno risiede a Miami, città dalla quale continua a seguire il calcio a 360 gradi. In questa chiacchierata senza filtri con Fanpage.it l'ex nerazzurro parla dell'amore che lo ha legato alla tifoseria di un'Inter mai così pazza come alla sua epoca e dice la sua sui suoi compatrioti Sanchez e Vidal, attualmente nel club.

Vent'anni dopo la sua partenza da Milano, cosa ricorda dell'Inter?
"Che eravamo una famiglia. E non lo dico solo per i tanti sudamericani come me, Cordoba, Zanetti, Ronaldo, Recoba e il Cholo Simeone. In quegli anni duri si sviluppò un sentimento unico di compattezza. Umanamente era un gruppo fantastico, e Massimo Moratti era il nostro padre".

Tra lei e Cordoba facevano a gara a chi saltava più in alto?
"Eravamo sempre il primo e il secondo nelle prove di salto. A volte vincevo io, a volte vinceva lui, ma Ivan era impressionante perché nonostante fosse piuttosto bassino compensava con la capacità di restare in aria per tanto tempo".

Lei arrivò nell'estate del 1996 dal Real Madrid dopo anni di tanti gol in Liga, ma all'Inter non spiccò da bomber…
"È vero, ma mi resi conto che per aiutare la squadra non dovevo solo segnare ma correre e dare intensità. Quando uno cresce si adatta e comprende cosa è meglio fare per il gruppo".

Ancora oggi è molto amato dal pubblico interista.
"Vedi, in quel periodo di sofferenze per un'Inter che si avvicinò varie volte allo Scudetto, riuscii ad avere un'enorme connessione con i suoi tifosi. Il tifoso nerazzurro è passionale e guerriero, proprio come me, e quel periodo da ‘Pazza Inter' in cui vincemmo solo una Coppa UEFA mi permise di sentire a fior di pelle l'enorme affetto che i tifosi avevano per me. Perché io ho dovuto sempre combattere, fin da piccolo, per guadagnarmi il pane".

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Come quando si allenava a casa saltando per raggiungere di testa il lampadario?
"È un buon esempio. Quando tornavo da scuola, alle elementari, mia madre mi faceva trovare un fiore di plastica appeso al lampadario, e io cercavo di staccare più in alto possibile per poterlo colpire. All'inizio non me ne resi conto, ma ogni giorno mia madre lo metteva sempre più in alto, alzando l'asticella per farmi migliorare, e questa lezione mi è servita per tutta la vita, perché ho dovuto cercare di superare i miei limiti fin da subito".

Nelle sue quattro stagioni complete all'Inter lei trovò sempre spazio, nonostante per un periodo dovette confrontarsi con gente come Ronaldo, Roberto Baggio e Vieri.
"La perseveranza è stata sempre la mia dote principale. Basta pensare allo scenario d'origine: provenivo da un Real Madrid nel quale  Jorge Valdano non mi vedeva più nonostante nella stagione 1994-95 fossi stato il capocannoniere. Appena arrivato all'Inter sapevo che dovevo seguire la lezione che mi aveva dato mia madre fin da bambino. Dovevo lottare per trovare un posto da titolare. Ed è per questo che i tifosi interisti mi amano, perché non mi sono mai arreso, anche nei periodi più complicati. E loro vedevano riflesso in me il loro sforzo di tifosi sofferenti. Ci identificavamo a vicenda".

Del resto, la sua carriera iniziò con un rifiuto da parte del Colo Colo, storico club cileno.
"Avevo 13 anni e mi dissero di cercare un'opportunità altrove. In quello stesso momento venne a mancare mio padre e fui costretto a cercare dentro di me la forza per non crollare di schianto. Mi rimisi in gioco e partendo dal Cobresal riuscii pian piano a trovare la mia strada.  Ho avuto anche la fortuna di nascere in una famiglia piena di valori umani. Prima di lasciarmi mio padre mi aveva inculcato una convinzione fondamentale, ossia che nel calcio non sempre trionfano i migliori bensì coloro che si sforzano di più. Ho preso questo consiglio alla lettera e l'ho dimostrato sul campo".

Qual è il suo momento più felice con la maglia dell'Inter?
"Sicuramente la finale di Coppa UEFA vinta a Parigi contro la Lazio. Quella sera eravamo nella città delle luci e una ci ha illuminato in modo straordinario. Segnai il primo gol della partita, trionfammo e divenni il primo cileno di sempre a vincere un trofeo continentale europeo. Fu una notte magica e non ti nascondo che quando posso mi riguardo per intero la partita, perché realizzai una grande performance. In quelle immagini vedo un calciatore esperto che diede il suo contributo a una vittoria molto attesa e riuscì a viverla con dei tifosi straordinari che avevano fatto tanti km per vederci trionfare".

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Dopo quella serata a Parigi ci fu l'opportunità di difendere la maglia del suo Cile proprio in Francia ai mondiali. E il primo match fu contro l'Italia…
"Dopo quel trionfo sentii un'enorme iniezione di fiducia, e il nostro mondiale fu positivo. Contro l'Italia fu una partita speciale, che stavamo per vincere. Ricordo che quando Baggio si presentò sul dischetto per calciare il rigore del 2-2 indicai a Nelson Tapia, il nostro portiere, che avrebbe tirato alla sua destra. Lui seguì il mio consiglio e toccò la palla, ma non riuscì a evitare il gol…".

Con Baggio avrebbe sviluppato una bella amicizia all'Inter.
"Lui, Moriero, Colonnese  e Vieri erano i più simpatici tra gli italiani di quell'Inter, e legarono moltissimo con noi sudamericani, arrivando anche a imparare varie parole in spagnolo".

Prima di quel mondiale, però, c'era stata la delusione per quello Scudetto mancato di poco…
"Il calcio purtroppo è così. Un episodio decide tutto. Quando vidi Iuliano stendere Ronaldo in area ero a due metri e non capii perché non fu fischiato il rigore. In quel momento ci rendemmo conto che si trattava di un furto, tutti avevamo visto cosa era appena successo. E per giunta nell'azione susseguente diedero un rigore alla Juve".

Appena arrivato all'Inter lei prese la maglia numero 9. Poi arrivò Ronaldo, al quale lei cedette la 9 solo nella seconda stagione.
"Il primo anno Ronnie giocò con la 10. Ma in seguito alla delusione del mondiale di Francia '98 e al suo problema di salute convenimmo con Sandro Mazzola, allora dirigente, che sarebbe stato importante lasciargli il numero che aveva sempre vestito. Poi parliamo di Ronaldo, il miglior attaccante della storia. Io, però, mi sentivo anch'io un 9 e dunque cercai un'alternativa. Non ricordo se fu lo stesso Mazzola o un magazziniere ad aver l'idea di mettere la somma di due numeri che arrivasse a 9 e scelsi la maglia 18. Nelle prime giornate di campionato la Lega Calcio ancora non aveva permesso di inserire il simbolo ‘+' in maniera ufficiale sulla maglia, e quindi prima di ogni partita usavamo lo scotch per farlo risaltare".

Fu un'intuizione unica.
"Quella maglia 1+8 fu l'ennesima opportunità di reinventarmi e rimettermi in discussione. Fu qualcosa di assolutamente innovativo che diede un tocco magico alla mia stagione. Con quella maglia mi sentii ancora più vicino al pubblico a livello affettivo, visto che fu tra le più vendute in assoluto e mi fece sentire ancora più speciale".

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Oggi nella sua Inter giocano due cileni, Sanchez e Vidal. Il primo sta giocando poco e non sembra attraversare un bel momento…
"Personalmente penso che in momenti come questo, quando si ha poco spazio, Alexis stia facendo quello che deve fare, ossia dare il suo contributo quando viene chiamato in causa. Lui è un giocatore diverso dagli altri, di quelli che può accendere la luce in qualsiasi momento. È creativo, e rapido di testa, e può offrire molte alternative di gioco a Simone Inzaghi. Deve continuare a lavorare e non arrendersi mai per trovare la giusta forma quanto prima".

Vidal invece è il classico guerriero che ad arrendersi non ci pensa proprio.
"Arturo ha dimostrato in tutta la sua carriera la sua estrema completezza. In quanto a sforzi e perseveranza mi assomiglia molto. La sua è una mentalità vincente, la mentalità di un calciatore polivalente, che sa tessere gioco ma anche lottare e inserirsi in attacco. È un guerriero che però sa prendersi cura del pallone anche in fase di costruzione.  Ed è un grande motivatore per i suoi compagni e per i tifosi".

Cosa la sorprende più di lui?
"Che può giocare e rendere in ogni ruolo. Ricordo che una volta accompagnai la nazionale cilena under 20. Giocavamo contro il Messico. Arturo iniziò da centrale di difesa, poi si spostò sulla destra  dopo l'infortunio del terzino e nella ripresa giocò prima da mediano metodista e poi da interno sinistro. Giocò in quattro ruoli in 90 minuti! Alla fine della partita parlai con lui e ne compresi l'enorme potenziale per rendere al meglio in ogni zona del campo. E anche oggi, nonostante gli infortuni, continua a fare la differenza quando gioca".

Come influirà in questo campionato il pareggio tra Inter e Juventus?
"È ancora presto per poter dire se avrà conseguenze, ma di certo c'è che se una delle due avesse vinto adesso avrebbe il morale su di giri. Il derby d'Italia è un trampolino emozionale per chi lo vince".

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