Simone Del Nero: “Con questo calcio melmoso ho chiuso. Chi ha dormito per anni a casa mia è sparito”

A cura di Sergio Stanco
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Intervista a Simone Del Nero, che a Fanpage.it racconta a cuore aperto la sua carriera tra alti e bassi e la distanza messa dal mondo del calcio: “Preferisco coltivare l’orto o dare da mangiare alle mie galline. Essere il vice di Roberto Baggio non è stato il massimo”.

Simone Del Nero, classe ‘81, ex (tra le altre) di Brescia e Lazio – è stato uno dei tanti trequartisti del nuovo Millennio, uno di quelli cui il Dio del Calcio ha donato estro, fantasia e tecnica. Uno che faceva la differenza anche ai tempi, ma che – nel calcio ingessato di oggi – farebbe semplicemente sfracelli. Simone non calciava la palla, la accarezzava. Erano i tempi di Baggio, Zola, Mancini e… Del Nero, ma anche di tanti altri fantasisti cresciuti in provincia con un sogno e che – poi – quel sogno lo hanno realizzato per davvero. Ma anche uno dei tanti che – una volta arrivato in cima – forse si è accorto che quel mondo non era il Paradiso che si era immaginato: “Ho bellissimi ricordi della mia carriera, ma non ci ripenso spesso. Le emozioni belle sono state tante, ma il calcio mi ha causato anche tanto stress e dolore. Oggi non è più il mio mondo e, sinceramente, non mi dispiace. Ho conosciuto centinaia di colleghi che pensavo fossero amici, alcuni hanno dormito a casa mia e – poi – sono spariti. Quelli veri si possono contare sulle dita di una mano”. Oggi Del Nero vive nella sua Carrara, organizza campus di tecnica del calcio (perché quella non si dimentica) e sogna di andare a Sky. Ma non per fare il commentatore tecnico…

Allora, partiamo da qui: hai giocato fino a quasi 40 anni, oggi ne hai 45, ma sei un po’ uscito dai radar calcistici. Come mai?
“Diciamo che al calcio ho dedicato la mia vita, che è stato bello finché è durato, ma forse sono anche contento che sia finita. Non sempre l’ho vissuta bene, adesso fortunatamente posso godermi solo il meglio”.

In che modo?
“Ho giocato ad alti livelli per più di vent’anni, questo mi ha consentito di investire nel mio futuro. Oggi ho una struttura ricettiva a Carrara e, proprio quest’anno, abbiamo organizzato un campus qui da noi. Sono venuti una quindicina di ragazzi per una settimana, io e mio papà (anche lui ex calciatore a livello di Serie C, n.d.r.), ci siamo dedicati alle sedute di allenamento, mia mamma li ha rifocillati con pranzi e cene sublimi. È andato tutto benissimo, è stata una piacevole esperienza, tanto che per l’anno prossimo stiamo già pensando di ampliare. I feedback che abbiamo ricevuto ci hanno riempito d’orgoglio e mi hanno fatto tornare l’entusiasmo”.

Perché lo avevi perso?
“Il calcio di oggi, proprio dal punto di vista tecnico, non mi appassiona più. È noioso, si vedono sempre le stesse cose, ci sono tanti soldatini. Nel mio campus io insegno ai ragazzi la tecnica, l’uno contro uno, come si salta l’uomo, cose che ormai non si vedono più. E non ho a che fare con i genitori, perché pensiamo a tutto noi, le loro mamme e i loro papà restano a casa. Così non devo star lì a dare spiegazioni a tutti quelli che credono di avere il nuovo Messi in casa (sorride, n.d.r.)”.

Beh, tu a tuo modo sei stato un “piccolo fenomeno”: esordio in A a 17 anni, a 20 giocavi con Baggio e Guardiola e sei diventato campione d’Europa Under 21. Poi alla Lazio hai giocato con Simone Inzaghi, Pandev, Rocchi: i tuoi genitori come l’hanno vissuta?
“Con molta tranquillità. Mi hanno supportato e aiutato, ma senza mai mettermi pressione. Mia mamma si è fatta mezza Toscana in macchina per portarmi agli allenamenti e alle partite mentre mio papà lavorava. Pensa che ho giocato in A, ho segnato a San Siro, ma mio padre dice sempre che l’emozione più grande gliel’ho regalata quando – a 32 anni – giocavo in Malesia…”.

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Del Nero a contrasto con Mascherano in Italia–Argentina alle Olimpiadi 2004.

Come mai?
“Ero andato lì nel 2013 perché in Italia non trovavo spazio e volevo provare un’esperienza nuova. Lì il calcio è molto seguito e allo stadio c’erano 40-50mila spettatori ogni partita. Appena arrivato, però, mi sono infortunato ed ero parecchio giù, mi sembrava che girasse tutto storto. Sono tornato da solo in Italia per curarmi, mentre la famiglia è rimasta lì. Ho trascorso quel periodo qui con mio papà, che mi è stato molto vicino, perché sapeva quanto avevo sofferto per gli infortuni. Una volta guarito, siamo andati tutti insieme in Malesia. Tornare a giocare è stata un’emozione grande per tutta la famiglia”.

I problemi fisici sono stati una costante della tua carriera: ti sei mai chiesto come sarebbe potuta andare senza infortuni?
“Purtroppo fanno parte del gioco e della vita di un calciatore. Senza, però, saremmo qui a raccontare un’altra storia. Ho passato momenti durissimi: alla Lazio mi sono trascinato un problema al tallone, ricordo che facevo due ore di allenamento e, poi, per tre giorni non riuscivo ad appoggiare il piede per terra. Mi svegliavo la mattina e facevo bagni in acqua gelata. C’erano momenti che avrei voluto tagliarmi il piede dal dolore che provavo. Tutto questo la gente non lo vede, pensa solo che guadagniamo tanti soldi e che, per questo, non possiamo avere problemi. Ma io, in quel momento, avrei rinunciato a tutto pur di non provare più dolore. A volte basta un passaggio sbagliato e giù fischi, senza pensare a cosa c’è dietro e a quanto questo possa fare male. Queste cose le ho sofferte molto di più degli infortuni. E le ho anche pagate. Nel 2004 ho giocato – e vinto – da titolare gli Europei Under 21 insieme ad Amelia, Barzagli, De Rossi e Gilardino. Senza infortuni, e con un’altra testa, a Berlino sarei stato lì con loro”.

È il successo ad averti dato alla testa?
“No, anzi, quello non è mai stato il mio problema. Ho visto tanti rovinarsi la carriera e sprecare tutto, ma io sono sempre stato molto serio da quel punto di vista. Forse anche troppo, perché ci tenevo tantissimo a fare bene e soffrivo altrettanto quando le cose andavano male. Non riuscivo a gestire i giudizi, le pagelle, quando il pubblico rumoreggiava. Se giocavo bene, mi caricavo e riuscivo a fare cose davvero importanti. Ma quando sbagliavo, e sentivo i primi mugugni, entravo in una spirale negativa. Avrei dovuto credere di più in me stesso”.

Come ne sei uscito?
“In realtà, non ne sono mai uscito, è una situazione che mi ha accompagnato per tutta la carriera. Su consiglio di amici e familiari, ho provato anche a farmi aiutare, ma non è servito granché. Io sono sempre stato un tipo “particolare”, è difficile entrare nella mia testa. Con me funzionava di più una pacca sulla spalla da parte di mio papà, piuttosto che una seduta dallo psicologo. Se avessi avuto la personalità di Ledesma, mio compagno e capitano nella Lazio, avrei potuto fare qualsiasi cosa nel calcio, anche sollevare la Coppa del Mondo. Contro la prima o l’ultima in classifica, nel derby o in amichevole, lui giocava sempre allo stesso modo. E se sbagliava, riprovava una, due, tre volte, finché non gli riusciva la giocata che voleva. E se la gente urlava, lui se ne fregava”.

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Per Simone Del Nero cinque stagioni con la Lazio.

Hai giocato con tanti campioni di grande personalità e qualità, come Baggio e Guardiola, tanto per fare altri due nomi: a chi avresti voluto rubare qualcosa?
“Ti faccio un nome che non immagineresti mai: Francelino Matuzalem. Fuori categoria. Qualità assurda. Certo, Baggio e Guardiola erano fuoriclasse, ma con loro non ho condiviso molto, perché eravamo di generazioni differenti e loro erano nella fase calante della carriera. Roby si gestiva, si allenava con noi uno o due giorni a settimana, il resto lo faceva col suo preparatore. E, poi, io ero troppo timido per andare a rompergli le palle (sorride, n.d.r.). Col senno di poi, avrei dovuto farlo e provare a strappargli tutti i suoi segreti, ma caratterialmente non sono fatto così. Per tornare a Matuzalem, l’ho avuto come compagno a Brescia e alla Lazio, aveva una classe innata, solo che poi gli piaceva anche divertirsi. A volte i dirigenti dovevano andare a recuperarlo in discoteca alle cinque di mattina. A Brescia, alla presentazione, è arrivato con i capelli arancioni (ride, n.d.r)”.

Certo che quel Brescia: Baggio. Toni, Guardiola e… Del Nero!
“Beh, io ho fatto poco, ma ci stava. Ero arrivato con grandi aspettative, poi hanno preso Baggio e sono diventato il suo “vice”. Avrei voluto fare di più, ma non è stata un’esperienza positiva per me”.

Cosa non ha funzionato?
“Una serie di situazioni. Essere il vice di Roby di per sé non è il massimo, hai praticamente tutto da perdere e nulla da guadagnare. Sostituiscilo tu Baggio (sorride, n.d.r.). E, poi, con Mister Mazzone non è scoccata la scintilla. Avevo soggezione. Diciamo che lui aveva il suo modo di allenare e stimolare, che non è quello che funzionava con uno come me che, forse, aveva bisogno più di “carota” che di “bastone”, diciamo così. Lui era abituato con grandi campioni e giocatori esperti, con cui questo atteggiamento probabilmente funzionava di più”.

E di Guardiola che ricordo hai?
“Bellissimo, perché a lui – a differenza di Baggio, che era più riservato – piaceva proprio coinvolgere i giovani, come succede nel Barcellona. Ricordo che veniva lì e si metteva a fare il torello con noi. Mi dava un sacco di consigli, mi apprezzava molto. Ecco, il fatto di aver trascorso così poco tempo con lui, è uno dei dispiaceri più grandi della mia carriera. A ottobre della stagione 2001/2002 ho deciso di andare in Scozia (al Livingston, n.d.r.) e non ho fatto nemmeno un minuto con lui. Era già un allenatore in campo. A volte si sentiva più lui di Mazzone (sorride, n.d.r.)”.

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Del Nero con la maglia del Brescia.

Dunque, non ti ha sorpreso che, poi, abbia fatto l’allenatore…
“Assolutamente no, lo era già da giocatore. Ero sicuro che quella sarebbe stata la sua strada. Poi, non potevo sapere che sarebbe diventato il migliore della storia, ma qualche avvisaglia c’era. Credo che l’Italia abbia perso una grande opportunità, perché se fosse arrivato lui sulla panchina della Nazionale, avrebbe ribaltato tutto. Forse è per quello che hanno fatto di tutto per non farlo venire… (sorride, n.d.r.)”.

Di quel Brescia si raccontano grandi storie: il tuo aneddoto più divertente?
“Beh, quella del cane di Baggio l’hanno raccontata in tanti, per cui ti racconto una cosa su Bachini. Eravamo a fine campionato, ci eravamo salvati in anticipo e mancava ancora una giornata. Jonathan si presenta all’allenamento in Harley Davidson ed entra in campo con le moto. Si era fatto le extension bionde, aveva i capelli che gli arrivavano sotto il culo. Era inguardabile. Mazzone gli fa: “Ahò, mannaggia a te. Te perdono solo se domenica segni”. Credo che la partita dopo abbia fatto una doppietta. Ecco, Bachini era un altro fenomeno, peccato per come sia finita… (squalificato per doppia positività alla cocaina, n.d.r.)”.

Ne avevamo parlato prima di ragazzi che si fanno travolgere dal successo…
“Guarda, Jonathan è una delle persone più buone che abbia conosciuto nel mondo del calcio. Fin troppo buono. Ricordo che, quando giocava a Brescia, viveva sul Lago di Garda e si era praticamente costruito una discoteca nel seminterrato. Il suo problema è che si era contornato di gente che lo sfruttava e che se ne approfittava. Si era appena lasciato con la moglie e si è fatto trascinare. Ha sbagliato, ma ha pagato pure troppo. Trovo assurdo che lui ci abbia messo 17 anni per poter rientrare nel mondo del calcio e chi, invece, si è venduto le partite o, ci ha scommesso sopra, gioca ancora tranquillamente. È giustizia questa?”.

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Del Nero festeggia dopo la vittoria dell'Europeo U21 con l'Italia.

A proposito di storie epiche: tu eri in panchina in quel famoso Brescia-Atalanta 3-3, cosa ricordi della corsa di Mazzone sotto la curva dell’Atalanta?
“Una scena da film, davvero. Al 2-3 il mister gliel’aveva promesso. Se facciamo 3-3 vengo là sotto. Ha mantenuto la parola (sorride, n.d.r.)”.

Ma tu immaginavi potesse farlo veramente?
“Certo, ne ero sicuro. Ne parlavo in panchina con i miei compagni: “Guardate che se segniamo ci va veramente”. Quando l’ho visto partire siamo scoppiati a ridere. Ricordo ancora il team manager Edo Piovani che provava a bloccarlo ma non ci riusciva. Se riguardi la scena, sembra che non lo faccia in modo convinto, ma ti assicuro che ci ha provato in tutti i modi. Mazzone, però, era un omone. E comunque non l’avresti mai fermato. In due non ci sono riusciti. Al ritorno, a Bergamo, c’era un’aria pesante e siamo andati solo il giorno stesso, direttamente allo stadio: la città era tappezzata di foto del mister. E non erano proprio complimenti. Comunque, lui ci scherzava su: “Ahò, mica so’ io quello. Mi hanno fatto più bello” (ride, n.d.r.)”.

Spesso si dice che – quando smetti – questi momenti li ricordi più dei trofei vinti…
“È vero, a volte è così, ma a me il calcio ha dato anche tanta ansia e mi ha lasciato poco in termini di rapporti umani. Gli amici veri, che sento ancora oggi, li posso contare sulle dita di una mano. E non sto esagerando. C’è gente che per anni ha dormito a casa mia e che, ad un certo punto, è sparita e non si è fatta più sentire. Ragazzi che, fino al giorno prima, trattavo come fratelli. Il calcio è un mondo strano e, spesso, falso. Di questi aspetti non ho nessuna nostalgia. Ricordo con piacere le emozioni, come ad esempio il gol e l’assist a San Siro contro l’Inter (29 febbraio 2004, Inter-Brescia 1-3, n.d.r.). C’era tutta la mia famiglia allo stadio: quello – sì – è stato un bel momento…”.

Te lo ricordi bene o è tutto un po’ annebbiato?
“Ma va, ho tutto ancora stampato in testa. Avevo buone sensazioni fin dal mattino. Invece entriamo in campo e andiamo in svantaggio. Però vedevo che eravamo in partita, stavamo bene: ad un certo punto ricevo da Petruzzi un pallone, faccio trenta metri palla al piede, dalla destra la metto in mezzo per Caracciolo, che ha superato Toldo con uno “scavetto”. Poco dopo, proprio Matuzalem ha messo in mezzo una palla stupenda, io vado in anticipo di testa e la metto all’angolino. Io che segno di testa, pensa te, era proprio la mia giornata (ride, n.d.r.)”.

Che memoria! Hai fatto la telecronaca perfetta: non è che ti rivediamo a Sky come opinionista?
“Non credo proprio, io con questo calcio ho chiuso. Non mi piace, non mi diverte più, è “melmoso”. E, poi, non potrei mai criticare un giocatore pensando che possa starci male. Io so cosa significa. Preferisco starmene qui, dar da mangiare alle mie galline, coltivare l’orto e insegnare la tecnica ai miei ragazzi. Magari a Sky ci vado, ma per Masterchef (ride, n.d.r.). Mi piacerebbe partecipare. La cucina è diventata l’altra mia grande passione, mi piace preparare cene per gli amici e sono anche piuttosto bravo. Secondo me, se ci andassi veramente, farei anche la mia bella figura. Avevo anche pensato di iscrivermi, ma poi non me la sono sentita. Chissà, magari un giorno partecipo davvero…”.

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