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Scandalo AIA, le carte del Tribunale sull’inibizione di Zappi: “Modalità sleali per dimissioni forzate”

La pubblicazione delle motivazioni della sentenza del TFN traccia il recinto entro il quale viene collocato il caso e agita gli arbitri italiani: Zappi avrebbe esercitato pressioni indebite sui vertici degli organi tecnici di Serie C e Serie D, Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi per far spazio a Daniele Orsato e a Stefano Braschi.
A cura di Maurizio De Santis
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La pubblicazione delle motivazioni della sentenza del Tribunale Federale Nazionale sull'inibizione di 13 mesi inflitta al presidente AIA, Antonio Zappi, agitano la classe arbitrale e rendono palpabile il rischio che l'associazione dei fischietti italiani sia commissariata. Se avverrà, non sarà nell'immediato ma bisognerà attendere l'esito del processo d'appello. Il 12 gennaio scorso venne spiccato lo stesso provvedimento (ma per un periodo di 2 mesi) anche nei confronti di Emanuele Marchesi, componente del Comitato Nazionale, accusato di aver modificato un verbale di una certa importanza.

Cosa c'è scritto nelle 23 pagine del documento sulle motivazioni

In un momento già delicato per le polemiche che gravitano sui direttori di gara, una vicenda del genere tiene in subbuglio l'intera categoria. Nelle 23 pagine del documento è contenuta un'accusa molto grave: ovvero, Zappi avrebbe fatto pressione attraverso comportamenti giudicati sleali, abusando della posizione di potere, per indurre alle dimissioni i vertici degli organi tecnici di Serie C e Serie D, Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi, affinché fossero Daniele Orsato e Stefano Braschi a prendere il loro posto. Azioni che, secondo quanto si apprende dal dispositivo, sarebbero state commesse dal presidente AIA "ben consapevole dell'irregolarità del suo progetto" in violazione delle norme federali.

Quali sono gli articoli violati e le contestazioni mosse

Le contestazioni a Zappi sono state mosse anzitutto in base all'articolo 4, comma 1, del Codice di Giustizia Sportiva, oltre all'articolo 42 (comma 1 e 3) del Regolamento AIA e agli articoli 3, 5, 6.1 del Codice Etico Aia. In sintesi il numero uno degli arbitri non avrebbe svolto le proprie funzioni "con trasparenza e correttezza, e nel più assoluto rispetto delle regole e dell'etica sportiva, improntando ogni comportamento ai principi di rettitudine e della comune morale e la cui gravità dei fatti rapportata proprio all'incarico ricoperto e alle sleali modalità con le quali, abusando della propria funzione, ha ottenuto le dimissioni degli associati".

La parte normativa traccia il recinto entro il quale viene collocato l'operato di Zappi: negli atti sono descritte le pressioni indebite esercitate per spingere Pizzi e Ciampi a lasciare i rispettivi incarichi nonostante "non vi fosse alcuna valida motivazione, né sotto il profilo comportamentale né sotto il profilo tecnico, per la quale avrebbero dovuto abbandonare il proprio incarico". Chiaro l'obiettivo: agevolare un rinnovamento interno che, secondo la tesi del Tribunale federale, sarebbe stato condotto senza rispettare le procedure dello Statuto FIGC.

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