Pape Lo, italiano in Cambogia: “Qui si guadagnano anche 10mila euro al mese. Ma sto attento col cibo da strada”

Pape Lo, difensore nato a Gavardo, in provincia di Brescia, da famiglia senegalese è oggi protagonista nel calcio asiatico con il Phnom Penh Crown, in Cambogia. La sua è una storia fatta di sacrifici, viaggi e ripartenze continue: dalle giovanili italiane fino ai campionati di Croazia, Lituania, Repubblica Ceca, Finlandia, Kosovo e Kirghizistan, prima dell'approdo definitivo in Asia. Un percorso costruito quasi interamente da solo, tra provini, video caricati su YouTube e scelte coraggiose. Nell'intervista a Fanpage.it, Pape Lo racconta cosa significa inseguire il sogno del professionismo partendo dalle categorie minori, denuncia le difficoltà e i pregiudizi vissuti nel calcio italiano nei confronti dei ragazzi di seconda generazione e spiega perché oggi, paradossalmente, si sente più valorizzato dall'altra parte del mondo che nel Paese in cui è nato. "All'estero guardano quello che fai in campo, non il colore della pelle". E, se vali, hai anche la giusta soddisfazione economica: "In alcuni campionati all'estero invece puoi guadagnare anche tre o quattro volte di più rispetto ai 2500 euro di una Serie C. E spendere anche meno per vivere".
Perché ha scelto di andare a giocare all’estero? Cosa l'ha spinta a lasciare l'Italia?
"Per me era la scelta migliore. In Italia c’è questa cosa che se sei troppo giovane non ti fanno giocare, ma allo stesso tempo quando arrivi a una certa età diventa quasi impossibile arrivare a certi livelli. Dopo il Covid ho fatto due conti e ho deciso di andare in Croazia. Lì ho visto subito che c'erano molte più opportunità. Sono partito senza niente di garantito, ho fatto dei provini e da lì è iniziato tutto. Poi sono andato in Lituania e successivamente ho pensato che l'Asia fosse il posto giusto, perché qui stanno investendo tantissimo nel calcio e ci sono molte più possibilità rispetto all'Europa. Nei top cinque campionati europei si sta bene economicamente, ma fuori da lì è difficile. In Asia invece ho trovato organizzazioni molto professionali".
Come è nata l'opportunità di giocare all'estero?
"Ho fatto tutto da solo. Ho iniziato caricando dei video su YouTube. All'inizio pensavo che certe proposte fossero false, invece era tutto vero. Un agente mi ha contattato chiedendomi se fossi interessato a giocare in Asia. Da lì è nato tutto".

Quindi YouTube è stato fondamentale per la sua carriera?
"Sì, assolutamente. Oggi se vuoi emergere devi avere un piano. Non basta solo giocare bene. Devi capire cosa migliorare, registrare le partite, fare video e mandarli in giro. Se aspetti soltanto che qualcuno ti noti, secondo me non vai da nessuna parte".
Ha anche giocato in competizioni internazionali asiatiche?
"Sì, abbiamo giocato una specie di Conference League asiatica. In Kirghizistan abbiamo vinto la coppa e ci siamo qualificati automaticamente alle competizioni continentali".
Dal punto di vista economico, vivere e giocare all'estero le garantisce una serenità maggiore rispetto all'Italia?
"Sì, anche perché qui la vita costa molto meno. In Italia magari in Serie C prendi 2mila, 2.500 euro al mese e non hai tanti benefit. In alcuni campionati all'estero invece puoi guadagnare tre o quattro volte di più e spendere anche meno per vivere".
Ha girato tantissimi Paesi. Quanto è stato difficile ambientarsi ogni volta?
"Per me mai. Essendo senegalese ma nato in Italia, la cosa più difficile è stata ambientarmi proprio in Italia. Fuori mi sono trovato meglio".
Perché dice questo?
"Perché in Italia, soprattutto se sei nero, devi dimostrare quattro volte più degli altri. Lo vedi anche nei settori giovanili: ci sono tanti ragazzi di colore bravissimi, ma pochissimi arrivano davvero in alto. All'estero, soprattutto in Asia, non interessa il colore della pelle. Guardano solo quello che fai in campo".
Quindi secondo lei nel calcio italiano esiste ancora un pregiudizio verso gli italiani di seconda generazione?
“Sì, secondo me sì. Basta vedere anche come vengono trattati certi giocatori sui giornali. Quando l'Italia perde spesso mettono in copertina il giocatore nero, quando invece vince mostrano il gruppo. Sono cose che si notano".
Dove ha iniziato a giocare in Italia?
"Ho iniziato in alcune realtà locali. Successivamente sono stato nell'Under 17 dell'Avellino, poi all'ACR Messina. Lì ho conosciuto un agente che mi ha praticamente tagliato le gambe: mi aveva promesso una squadra di Serie C e invece mi sono ritrovato in Promozione alla Mezzocorona. In Italia c'è anche questo problema: troppi falsi agenti che rovinano le carriere".
E dopo?
"Dalla Promozione sono passato all'Eccellenza con il Treviso e poi in Serie D al Casale. Però ho capito che arrivare in Serie C era veramente difficile. Anche quando una squadra vince il campionato spesso cambia completamente rosa e prende giocatori già scesi dalla Serie C. È un circolo dal quale è quasi impossibile uscire, soprattutto se fai il difensore o il centrocampista".
Da lì ha deciso definitivamente di andare all'estero?
"Sì. Prima Croazia, poi Lituania, Repubblica Ceca, Finlandia, Kosovo, Kirghizistan e infine Cambogia".
Cosa le hanno lasciato tutte queste esperienze?
"Mi hanno lasciato tantissimo come persona. Ho conosciuto culture e persone completamente diverse. Ho imparato a non giudicare i posti prima di viverli. Per esempio del Kirghizistan non sapevo nulla e invece è uno dei posti più belli che abbia mai visto. Le persone sono fantastiche".

Anche della Cambogia ha scoperto una realtà diversa rispetto a quella raccontata?
"Sì. Su internet spesso parlano di conflitti o di posti pericolosi, ma io ho trovato persone buonissime. Se hai un problema per strada ti aiutano subito. Lo stesso in Kosovo: molti hanno paura di andarci, invece lì ho trovato gente felice e ospitale".
Pensa di tornare un giorno in Italia?
"No, per giocare è impossibile. Certo, torno per la mia famiglia: mia madre e mia sorella vivono ancora in Italia".
Come reagì sua madre quando le disse che sarebbe andato a giocare in Kirghizistan?
"All'inizio pensava stessi scherzando. Anni prima prendevo in giro mia sorella dicendo di essere stata adottata dal Kirghizistan, senza nemmeno sapere dove fosse. Poi un giorno è arrivata davvero l'offerta della squadra più titolata del Paese. È stato assurdo".
Com'è la sua quotidianità oggi in Cambogia?
"Durante la stagione ci alleniamo al mattino e poi abbiamo il resto della giornata libero. Però da straniero devi fare molto di più rispetto ai giocatori locali, perché la società investe tanto su di te e si aspetta che tu faccia la differenza".
Anche il clima è un ostacolo?
"Tantissimo. Quando sono arrivato faceva un caldo assurdo. Allenarsi nel pomeriggio era durissimo".
Come si è trovato con lo staff?
"Molto bene. Abbiamo anche uno staff internazionale: il preparatore è francese e uno degli allenatori è italiano, Leonardo Capristo".
E fuori dal campo? Come si trovi con la vita lì?
"Benissimo. Il cibo è ottimo, devi solo stare attento all'inizio con quello di strada perché puoi stare male se non sei abituato".
Quanto costa mangiare al ristorante?
"Con 25, massimo 30 euro tanto per fare un esempio rispetto all'Italia mangi bene e tanto. Se poi ne spendi 100 allora ti danno tanta di quella roba che non ce la fai nemmeno a finire…".
Ha trovato anche l'amore in Cambogia?
"Sì, la mia ragazza è cambogiana. Ci siamo conosciuti passeggiando sul lungofiume, poi l'ho invitata a cena e da lì è nato tutto".
Andare via dall'Italia le ha dato tutto quello che cercava?
"Per me sì. Avevo tanti amici più forti di me che sono rimasti in Italia e non hanno mai vissuto davvero di calcio. Io forse non ero il più talentuoso, ma ero quello più determinato".
Da lontano qual è il più grande pregiudizio che gli italiani hanno verso i campionati esteri cosiddetti minori?
"Pensare che il calcio esista solo in Italia o nei grandi campionati europei. Oggi il calcio è ovunque. Ci sono Paesi considerati poveri dove si investe tantissimo. Per esempio, nella Serie A del Bangladesh c'è gente che può prendere 20mila euro al mese. La Cambogia non è un paese ricco ma qui mettono soldi nel calcio. Non bisogna giudicare il livello dal Paese".
Se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto?
"Sì, rifarei tutto uguale. Forse starei più attento ad alcuni agenti, ma rifarei esattamente le stesse scelte".