Mbaye Niang: “Al Milan spaccai una traversa, Galliani mi proteggeva. Non ho sprecato il mio talento”

Ci sono carriere che scorrono lineari e altre che somigliano a un romanzo d’avventura. Quella di Mbaye Niang appartiene alla seconda: precocissimo debuttante in Ligue 1 a 16 anni e catapultato al Milan a 17, l'attaccante ha vissuto diverse vite calcistiche in una sola. Dallo spogliatoio dei giganti rossoneri alle bravate adolescenziali, fino a quel celebre palo al Camp Nou contro il Barcellona, Niang si racconta oggi a Fanpage.it senza filtri, con la serenità di chi ha affrontato troppo presto il peso delle grandi aspettative. A 31 anni è svincolato, guarda al passato con la maturità di chi ha fatto pace con i propri errori e ha ancora molto da dare. Ripercorre tutte le tappe più importanti attraverso le persone che lo hanno segnato di più, con un tocco di ironia e spensieratezza: il rapporto con Galliani, l'amicizia mai spenta con Balotelli, la durezza di Gasperini e il legame profondo con Mihajlovic.
Partiamo da lontano. Sei stato molto precoce, a 16 anni eri già in Ligue 1. Che ricordo hai di come vivevi il calcio a quei tempi?
"Mi ricordo che essendo così tanto giovane pensavo solo a divertirmi. Per me era un sogno diventato realtà, quindi appena ho esordito con la prima squadra è stato un grande onore. Cominciare la carriera a 16 anni non è da tutti, quindi per me è stata una cosa davvero molto bella".
A 17 anni arriva la chiamata del Milan. Ci racconti la storia di quel trasferimento visto dalla tua prospettiva?
"Ricordo che mi volevano diverse squadre in Europa tra Inghilterra, Spagna e soprattutto Italia. Con il Milan c'è stata una chiamata tra Braida e la società dov'ero in Francia. Quando ho ricevuto la sua telefonata mi ha fatto molto piacere. Hanno chiamato i miei genitori perché c'era l'interesse concreto del Milan, hanno fatto un'offerta ed erano già pronti a venire in Francia per chiudere tutto. Quando mi hanno chiamato ho detto subito di sì perché il Milan è sempre il Milan, è una società grande e tra le migliori al mondo. Non è stato un momento in cui ho dovuto riflettere tanto".
Come ti ha convinto Galliani ad andare al Milan?
"Sono bastate le telefonate con Braida e Galliani, hanno parlato con la mia società e hanno trovato un accordo veloce. Per me a quell'età era un sogno essere chiamato dal Milan e quindi è stata una trattativa rapida. Mi hanno presentato il progetto che avevano e io in un paio d'ore ho detto che davo la disponibilità per andare da loro, abbiamo fatto tutto velocemente".
Che rapporto avevi con lui?
"Con Galliani era un rapporto padre-figlio, ha preso subito in mano la situazione e ha fatto tante cose per aiutarmi a parlare italiano, ad ambientarmi con questo mondo nuovo, perché io sono nato in Francia e ho fatto tutta la scuola francese. Gli sarò grato per tutta la vita perché mi ha dato l'opportunità di poter giocare in un club così importante".
Come funzionano le cose per un ragazzo che arriva in una squadra così grande?
"In una squadra come il Milan ti supportano in tutto: mi hanno fatto fare le lezioni di italiano per imparare la lingua e capire i giocatori in campo, mi hanno messo nelle condizioni di pensare solo a giocare e non avere il problema della lingua o di dove dormire. È stato tutto semplice, per quello ho imparato velocemente la lingua perché potevo concentrarmi solo sull'allenamento, mi serviva imparare qualche parola di italiano per farmi capire durante le partite".
Ricordi il primo giorno a Milanello? Qual è stata la prima cosa che ti ha colpito entrando lì dentro?
"Quando sono arrivato a Milanello mi sembra che la squadra avesse finito di fare allenamento poco prima. C'era Robinho che stava con i fisioterapisti, io sono arrivato e mi hanno fatto fare un giro nello spogliatoio per farmi vedere dove avrei lavorato. Per me è stato come quando porti un bambino al parco giochi perché è stato un momento bello. Non avevo mai visto un centro sportivo così bello, così di alto livello, è stato tutto nuovo per me. Mi dicevo che finalmente ero arrivato tra i grandi".

Sei arrivato in una squadra piena di campioni: Ibrahimovic, Robinho, Balotelli, El Shaarawy. Com’è stato vivere quello spogliatoio?
"Il Milan ha una storia talmente grande che appena arrivi, già in aeroporto, sai dove mettere i piedi. In viaggio avevo tutto il tempo per pensare e realizzare che stavo andando in un grande club, mi ero messo in testa il fatto che potevo solo imparare. Quando vai in queste squadre non puoi dire che hai perso tempo, perché lì impari anche quando sbagli un gol o un assist. Stare due anni in un'altra squadra equivale a stare due mesi al Milan perché impari e cresci molto velocemente".
In quel gruppo c'erano tante personalità. Ci racconti qualche aneddoto da spogliatoio che nessuno conosce, un discorso, un momento che ti ha segnato?
"Quando ho spaccato la traversa. Ma in generale al Milan ho bei ricordi, come quando ho esordito: il mister mi ha fatto entrare negli ultimi minuti contro il Bologna ed ero con giocatori come Robinho e Boateng, a fine partita mi hanno lasciato calciare una punizione anche se ero appena arrivato. Ho voluto far vedere un po' di personalità, ma a livello umano loro sono stati molto bravi perché hanno fatto calciare la punizione a un ragazzo giovane, che non parla la lingua. Mi hanno dato fiducia per calciare e non l'ho tirata neanche male".
Come hai fatto a spaccare la traversa?
"Eravamo in allenamento, ho tirato forte di sinistro e la traversa si è spaccata. Alcuni dicevano che era già rotta, ma penso che a Milanello le porte sono a posto e ho avuto solo un po' troppa forza nella gamba".
A quell'età avevi già tantissima attenzione addosso: pensi di essere arrivato pronto per gestire tutto quello che comportava essere un giocatore del Milan? Guardando indietro, essere arrivato così presto è stato più un vantaggio o una difficoltà?
"Difficoltà direi di no, però non sei mai pronto. Finché non vai in questi posti non sai mai se sei davvero all'altezza. Quando ho accettato mi sentivo pronto, sennò rifiutavo e restavo titolare fisso nella mia quadra, restavo magari uno o due anni in più e poi andavo al Milan o da un'altra parte. Ma quando ho accettato mi sentivo pronto per vivere questa esperienza".

Tutti chiedono ai calciatori cosa hanno comprato con il primo stipendio. Io voglio chiederti altro: qual è la cosa più inutile, folle o imbarazzante che hai comprato con i soldi del calcio? E oggi la rifaresti oppure ti fa sorridere ripensarci?
"Quando ho avuto i primi stipendi mi sono comprato un orologio, penso come tutti i giovani calciatori che lo comprano appena hanno uno stipendio che lo permette. Poi come sappiamo mi piacevano tanto le macchine. Vedevo gli altri giocatori con le belle macchine sportive e mi sono detto ‘Perché non mi faccio questo regalo?'. Ma credo che i giocatori giovani facciano tutti le stesse cose, compriamo orologi e macchine, poi quando cresci la pensi in un modo un po' diverso. Ma lo avrei rifatto, mi ha fatto piacere e lo rifarei".
Quante macchine avevi?
"Al Milan avevo la macchina della società, l'Audi. Poi ho avuto l'R8, un paio di Ferrari. Mi sono divertito un po'".
Uno degli episodi che tutti ricordano è quello in cui, fermato dalla polizia, ti presentasti come Bakaye Traoré. Oggi ci sorridi, ma come è andata davvero quella sera? E soprattutto, perché proprio Traoré?
"Era un francese con me ed era appena arrivato. Quando mi hanno fermato ero minorenne e non sapevo cosa dire sul momento, era la prima cosa che mi è venuta in mente. Eravamo davanti all'hotel, dove vivevamo entrambi, quindi è una cosa che mi è uscita naturalmente. Avevo 17 anni, altro non potevo dire sennò mi avrebbero detto: ‘Dove hai preso la macchina? Hai 17 anni, come fai a pensare di poter guidare?'. Galliani è stato molto bravo a tutelarmi in quel momento perché non era una cosa semplice, ero appena arrivato. La società l'ha gestita bene e con gli anni è diventato un aneddoto, tutto passa".
È questo il vantaggio di andare in grandi club con figure come quella di Galliani? Tutelano meglio i giovani?
"Sì, sotto tutti i punti di vista. In quei momenti caldi sanno gestire la situazione da grandi club perché riescono a non ingrandire la storia, come se avessi ammazzato qualcuno. Ho fatto una cag**a, però loro hanno cercato di tutelarmi e farmi stare tranquillo, facendomi capire che avevo fatto qualcosa di sbagliato".
C'è un errore fatto da giovane che oggi, con la maturità che hai, non rifaresti mai?
"Magari alcune scelte, però tutto quello che ho fatto mi ha insegnato qualcosa, perché bisogna sbagliare per vedere cosa fa o non fa per te. Ho sempre imparato qualcosa da ogni esperienza, anche dove non ho fatto bene, perché anche nelle cose negative mi hanno tutelato e mi hanno fatto vedere cosa ho sbagliato, con il tempo ho cercato di non ripetere gli errori".

Hai giocato con Mario Balotelli. Com'era davvero il vostro rapporto lontano dai riflettori?
"Siamo molto amici anche oggi, con Mario avevamo un rapporto speciale che si vedeva anche in campo, cercavamo di giocare tanto insieme, lo cercavo sempre quando avevo la palla e volevamo aiutare la squadra per fare delle cose belle. Con noi c'era anche El Shaarawy che aveva la nostra stessa età, era questo il nostro piccolo gruppo fuori dal campo e siamo molto amici anche oggi".
Com'era il vostro rapporto con i giocatori più grandi? Come gestivano lo spogliatoio i senatori?
"Dai senatori era gestito meglio. Quando uno di noi tre sbagliava erano sempre pronti a intervenire, ma noi nello spogliatoio volevamo solo imparare, ascoltavamo i più grandi perché avevano più esperienza. Non abbiamo mai avuto problemi grandi, a volte la gente cercava di creare problemi tra noi calciatori, ma all'interno eravamo molto sereni".
Mario è famoso per gli scherzi: qual è il più assurdo che ti ha fatto o che avete combinato insieme?
"Fino a oggi non mi ha mai fatto uno scherzo, ma mai dire mai. Però mi ricordo che qualche anno fa eravamo all'Adana Demirspor e aveva fatto esplodere un petardo negli spogliatoi facendo spaventare un giocatore. Non aveva detto niente a nessuno e lo abbiamo scoperto negli spogliatoi. Era una firma di Mario ma non è cattivo, porta buonumore e alla fine restano bei ricordi. Anche se alla gente sembra una cosa pazzesca vedere un petardo negli spogliatoi, dici: ‘Questo viene da un altro mondo'. Ma Mario è così, è buono e lo fa per far divertire gli altri".
Il presidente Berlusconi ti ha mai dato uno dei suoi famosi consigli su come vestirti o tagliarti i capelli?
"Il presidente aveva problemi con le creste, ci ha provato ma noi eravamo in tre e anche se uno la tagliava c'erano gli altri due. El Shaarawy la porta ancora oggi, solo io ho cambiato i capelli però Berlusconi era buono, finché portavamo risultati e davamo il massimo era una persona che ci stava vicino. Non è mai riuscito a farcele tagliare, Mario ogni tanto cambiava acconciatura, ma El Shaarawy penso non taglierebbe i capelli nemmeno oggi".
Il palo contro il Barcellona è ancora oggi una delle immagini più ricordate della tua carriera: cosa ti ricordi di quel momento? Hai mai ripensato a cosa sarebbe potuto succedere se quella palla fosse entrata?
"Ad oggi no, perché di pali ne vediamo tutti i giorni nelle partite. In quel momento stavo andando in porta e stavo cercando solo di fare gol, perché non ho mai visto nessuno andare in porta e dire: ‘Voglio prendere il palo, voglio tirare fuori'. In quel momento ho preso il palo, ma è stata sfortuna perché ho provato a incrociarla, il portiere non l'ha toccata. Però è una cosa che mi ha fatto crescere a livello caratteriale molto velocemente, i tifosi sono delusi e li capisco ma in quel momento mi sono detto che non bisognava andare giù. Bisogna uscire a testa alta e imparare da quella partita, non si può andare al Camp Nou e dire di aver perso tempo, perché tanti giovani di buon livello non ci hanno mai giocato lì".
Dopo un errore così cosa pensa un giocatore?
"A 17 anni sai benissimo che hai sbagliato, non deve dirtelo nessuno. Però cerco sempre di fare lo switch, perché se resti su quel palo la partita è finita. Lo abbiamo visto anche ai quarti dei Mondiali con Mbappé, ha sbagliato un rigore ma poi è andato a cercare il gol. Nel calcio è una cosa molto importante, perché se vai giù per un'occasione sbagliata non puoi fare il calciatore".
Dopo quella partita, nello spogliatoio o durante il viaggio di ritorno, qualcuno ti disse qualcosa che non hai mai dimenticato?
"No, in quel momento nessuno. Abbiamo perso 4-0 contro il Barcellona migliore di tutti i tempi, il mio gol avrebbe potuto cambiare la partita ma davanti avevamo Messi nel suo prime. Magari segnavo ma ne prendevamo cinque o sei. Non ho rimpianti a livello personale, è andata così".
Che tipo di rapporto avevi con Allegri?
"Un rapporto buono, è l'allenatore che mi ha fatto giocare a 17 anni al Milan. Mi faceva giocare anche alcune partite, ogni tanto mi faceva entrare e mi ha gestito bene, ha provato a farmi crescere e a farmi lavorare sulla carriera. È un allenatore che sa vincere, sa far rendere al meglio i suoi giocatori. Per me l'esperienza con mister Allegri è stata molto bella".
Con Montella avevi iniziato benissimo, poi qualcosa si è rotto e sei andato via. Cosa successe in quei mesi?
"È stata un'esperienza molto bella perché mi ha dato fiducia, da quando è arrivato mi ha detto che ero un punto fermo della squadra e ho cercato di dimostrarlo anche con le prestazioni. A un certo punto il mister ha visto che non ero più quello di prima e con rispetto ha fatto le sue scelte e ha preso la sua decisione. Ma con lui non ho problemi".
In quei mesi ci fu anche l'episodio del rigore conteso con Lapadula e poi quello sbagliato contro la Roma. Come ti sei sentito?
"Con Lapadula è stato un episodio che durante la partita accade, ma anche con lui non ho mai avuto problemi. Io ero il rigorista e dovevo calciare, ma lui essendo il numero 9 aveva voglia di fare gol, lo avevano preso per quello. Poi contro la Roma ho sbagliato ma può succedere. Mario (Balotelli, ndr) mi ha insegnato come calciare, quindi oggi credo di aver imparato bene".
Cosa ti ha detto Balotelli per aiutarti?
"L'ho guardato allenarsi perché è un ottimo rigorista, ho imparato da lui. Mi ha detto che quando vai a calciare un rigore sei tu contro il portiere e devi essere freddo, poi devi essere convinto di fare gol. Sotto questo punto di vista ho imparato molto perché non ero mai stato primo rigorista e al Milan non è semplice, bisogna allenarsi a calciare i rigori. Anche uno come Messi li può sbagliare, bisogna avere un po' di fortuna e bisogna cercarla allenandosi. Poi se il portiere è più bravo, pazienza".

Al Genoa con Gasperini hai fatto sei mesi clamorosi. I suoi allenamenti sono noti per essere durissimi. Come è stato lavorare con lui?
"Gli allenamenti erano molto duri, ma le squadre dove ha allenato hanno avuto sempre ottimi risultati. Prima di andare al Genoa non lo conoscevo, però ho avuto un ottimo impatto con lui. Mi ricordo che all'inizio mi faceva correre anche da solo, era difficile soprattutto a livello mentale perché non mi chiedeva le stesse cose che avevo sempre fatto. Però dopo un paio di mesi mi sentivo benissimo, anche in campo sembrava di non stancarsi mai, ti faceva lavorare così tanto che riuscivi a giocare 90 minuti sempre con lo stesso ritmo. Anche adesso le squadre che allena vanno molto bene".
Perché dici che gli allenamenti erano duri? Cosa vi faceva fare?
"Erano ad alta intensità. Mi ricordo una partita che dovevamo giocare fuori casa, non so se contro la Roma o la Lazio. La mattina della partita abbiamo fatto un po' di corsa box to box, per me era una cosa nuova perché non lo avevo mai fatto e non ho più corso la mattina alle 8:00 prima di giocare. Però era il suo stile, oggi nessuno può dargli torto. I suoi giocatori sono sempre in ottima forma e rendono bene sul campo".
Mihajlovic invece era un allenatore molto diretto: c'è una sua frase o un suo consiglio che non hai mai dimenticato?
"Appena sono arrivato nella sua squadra mi ha reso un punto fermo, mi ha fatto sentire la fiducia anche avendo infortuni gravi, per lui ero importante e mi ha sempre fatto sentire un ottimo giocatore. Fa giocare chi deve giocare, non ha preferenze. Con lui avevo un ottimo rapporto fuori dal campo, ma anche in campo mi faceva sentire importante. Dopo il gol nel derby sono andato ad abbracciarlo perché mi ha dato la possibilità di giocare partite importanti, di segnare e fare assist. Volevo abbracciarlo per ringraziarlo, mi ha fatto vivere un sogno. Senza di lui quei 90 minuti non li avrei fatti, non l'avrei giocata quella partita. Vorrei ricordarlo così perché è un uomo vero, un ottimo allenatore, e di allenatori e uomini così nel calcio ne abbiamo bisogno".
Con la Sampdoria hai vissuto anche uno dei momenti più difficili della carriera: il gol divorato contro l'Empoli che poi ha contribuito alla retrocessione sul campo. Come hai vissuto quel momento?
"Era un momento difficile. All'inizio sono andato alla Sampdoria per aiutarli, non per creare problemi. La società si trovava già in un momento buio. Quando sono arrivato ho provato ad aiutarli con qualche gol, con il mio carattere, per fare un salto di qualità in campo, ma sembrava tutto buio, anche quando pensavamo di vedere un po' di luce non si accendeva mai. Alla fine poi siamo rimasti in B per fortuna. I tifosi hanno tante aspettative perché è un club grande che ha vissuto grandi momenti".
Hai scelto di rappresentare il Senegal e hai anche giocato i Mondiali. È stata la tua prima scelta o ti aspettavi una chiamata da parte della Francia?
"Ho fatto tutte le giovanili con la Francia, giocando al Milan sarei potuto andare anche in nazionale maggiore. Ho giocato con Griezmann e Varane, ma poi quando il Senegal mi ha reso parte del progetto mi ha fatto sentire che ero davvero importante. Ho detto di sì, ma non è la mia seconda scelta perché se la Francia non avesse chiamato sarei rimasto al Milan. Quando mi ha chiamato il Senegal il mio cuore mi ha detto ‘Sei pronto ad andare'. Ho giocato i Mondiali, la Coppa d'Africa, ho sudato per questa maglia e questa gente che mi ha fatto sentire sempre un grande amore, volevo restituirgli qualcosa".
Qual è il compagno più particolare o più pazzo che hai avuto in carriera?
"Direi Ben Arfa, perché era un giocatore molto speciale. Sapeva di essere molto forte, vedeva il calcio a suo modo. Quando lo capivi era divertente, ti faceva vincere le partite ma ti faceva anche divertire con il suo modo di fare. Anche Menez, Robinho, perché sono giocatori talmente forte che non gli puoi dire niente, gli devi lasciare liberi. Loro ti aiutano ad avere carattere".
Qual è la cosa più strana che hai visto fare in uno spogliatoio?
"Quando ero al Rennes abbiamo vinto la Coppa di Francia con il PSG e alcuni giocatori sono rimasti a Parigi perché dovevamo portare la coppa. Ad alcuni le mogli li hanno svegliati mentre erano nella doccia, altri sono finiti nella piscina dello stadio. Avevamo un gruppo giovane e alcuni hanno festeggiato tanto. Ma il giorno dopo li abbiamo ritrovati, quindi eravamo felici".
Quando senti parlare di "talento sprecato" cosa provi? Ti fa rabbia questa etichetta?
"Rabbia sì, perché quando uno ha talento c'è sempre. Quando in tanti dicono che sei bravo qualcosa vorrà dire. Io non l'ho sprecato, ho fatto quello che dovevo fare e ho avuto un po' di sfortuna, magari se a Barcellona avessi fatto gol anziché prendere il palo oggi staremmo parlando in modo diverso. Ho imparato molto e il talento c'è ancora oggi, ho delle qualità che alcuni giocatori di adesso non hanno".

Se potessi tornare indietro e parlare con il Mbaye Niang di 17 anni appena arrivato al Milan, cosa gli diresti?
"Gli direi di fare quello che ho fatto, non devo dimostrare niente. Ma soprattutto devo ascoltare perché bisogna imparare. Per stare ad alto livello bisogna mostrare il carattere, perché quando ti vedono giù potrebbero metterti da parte. Gli direi che bisogna farsi vedere, che sei vivo e presente con la testa".
Hai 31 anni e sei nel pieno della maturità calcistica: cosa senti di poter dare ancora a questo sport?
"Tanto, sono ancora giovane. Ho iniziato presto, a volte la gente pensa che ho 35 anni, io dico che ne ho 31 e restano stupiti. Sono giovane, mi sento bene e non ho problemi, anche mentalmente sto bene e posso ancora dare tanto alle mie squadre. E poi con l'esperienza che ho avuto nello spogliatoio posso aiutare gli altri giocatori".
Il Terzo Tempo di Mbaye Niang: quando finirà il calcio giocato, quale sarà la prossima partita della tua vita?
"Voglio ancora giocare per anni e dare tanto. Poi vorrei restare nel calcio per aiutare i giovani con la mia esperienza, per aiutarli a non fare gli errori che ho fatto in passato. Mi piacerebbe anche allenare ma mi servirebbe uno staff all'altezza, come quello di Gasperini. Chiamerei anche Balotelli, sarebbe la figura con cui puoi parlare di più, come un preparatore mentale".