Reggina-Frosinone, gara conclusiva dell’ultimo campionato di Serie B, verrà ricordata come un momento storico per il calcio italiano. Non per la posta in palio, visto che le due squadre, che hanno concluso sullo 0-4, non avevano ambizioni di risultato. Ma perché ad arbitrarle, per la prima volta nel campionato cadetto, c’era una donna: Maria Marotta della Sezione di Sapri. Classe ’84, divisa fluorescente indossata per la prima volta nel 2002 nei campi del Cilento, Marotta ha esordito in Serie C nel 2018 e un anno dopo ha avuto la soddisfazione di essere stata selezionata dall'UEFA per dirigere agli Europei femminili Under 19 in Scozia. Una carriera in costante ascesa, culminata – per adesso – col momento in cui ha varcato le porte del Granillo di Reggio Calabria, raccontato in esclusiva a Fanpage.it.

Sensazioni?
"Ero emozionata all’inizio, dal momento della designazione fino al giorno precedente alla gara. Una volta sul terreno di gioco, dopo il fischio d’inizio, ho pensato solo a divertirmi. Ho immaginato che fossero soltanto 22 giocatori, come tante altre volte ne ho arbitrati".

In Serie B ci sei arrivata a 37 anni, un po’ oltre rispetto alla media di un collega uomo. Senti il peso di questa età?
"Un po’ sì, ma l’altro lato della medaglia è che ho anche molta esperienza, fatta nelle categorie inferiori e da internazionale. Ogni anno in più nell’Aia ti fa accumulare personalità, non è una perdita di tempo, è diventare più saggi. Se sono arrivata qui a 37 anni vuol dire che questo era il momento in cui dovevo arrivarci".

Come ci si sente ad essere una pioniera? Senti il peso di questa cosa?
"Sono entrata in campo carica di responsabilità e di motivazione, con la consapevolezza che un mio errore potesse compromettere il sogno delle colleghe. Mi ha dato la forza di restare concentrata e serena, per evitare che quello che poteva essere un semplice errore compiuto da un arbitro potesse essere stigmatizzato perché compiuto da arbitro donna".

In Italia ci sono circa 1.600 arbitri donna, paragonate alle 2mila della Germania siamo un po’ indietro. Cosa diresti a una ragazza di 15 anni che vuole intraprendere la carriera col fischietto?
"Al campo di allenamento se incontro qualche ragazza interessata la invito a iscriversi al corso arbitri, è un’avventura che a me ha cambiato la vita. Non posso non proporla a chi me lo chiede. L’Aia inoltre tiene a cuore il movimento femminile, lavoriamo tanto a livello tecnico e di formazione. Nel comitato nazionale – per la prima volta – c’è anche una donna, Katia Senesi".

Perché hai iniziato ad arbitrare?
"Tutto è partito come per gioco, ero appassionata di calcio fin da piccola, guardavo la Serie A in televisione e mi sembrava una cosa irraggiungibile. Il presidente della Sezione di Sapri mi propose di diventare arbitro e io accettai, per me era un modo di partecipare al calcio. Partita dopo partita poi ho costruito la mia carriera".

Hai mai giocato?
"No, ho fatto una sola partita e mi sono infortunata. Ho subito pensato: ‘Il calcio giocato non è per me'".

Quando ha iniziato qual è stata la reazione dei tuoi amici e familiari?
"Mia madre mi disse: ‘No, ma dove vai, non sai correre'. Amici e parenti mi vedevano indifesa, partivo da sola per girare per i campi dell’hinterland napoletano. I miei genitori si incolpavano a vicenda dicendo: “Sei tu che la fai andare”. Io sono stata un po’ incosciente all’inizio, ma ha dato i suoi frutti".

Mi racconti brevemente il suo esordio?
"Ho iniziato nel 2002 in un campo a Policastro, vicino dove abito. Alla prima gara nella categoria Esordienti ho segnalato tre fuorigioco, il tutor che mi venne a vedere mi fece i complimenti e mi disse che era raro per un arbitro alle prime armi. Avendo visto tante gare da bambina, avevo già cognizione di cosa stavo facendo".

A proposito di serie minori: ti è mai capitato, specie nei campi di periferia, qualche episodio spiacevole?
"Mi viene in mente un ricordo simpatico, nella categoria Allievi. Mi stavo cambiando, sentii un giovane calciatore entrare nel suo spogliatoio e dire ai compagni: “Signore e signori, oggi l’arbitro è bionda”. Ma anche se dovessi sentire qualcosa – a meno che non sia un insulto – farei finta di nulla. Non per nasconderlo, ma perché fa parte della goliardia. Ovviamente se non è nulla di eccessivo che va al di là della battuta".

Hai arbitrato anche tanto il calcio femminile, all’esterno sei internazionale dal 2016 e arbitri le donne: hai notato qualche differenza sostanziale con quello maschile?
"In linea di massima sono undici persone che vanno in campo con la stessa grinta e la stessa passione. Il calcio maschile ha più agonismo, le donne sono più corrette: pensano più a giocare, non simulano, non protestano".

L’Aia sta attraversando un profondo cambiamento a livello comunicativo, altrimenti questa intervista non sarebbe possibile. Che ne pensi? Ritieni che possa contribuire a spegnere le polemiche?
"La possibilità di far conoscere il nostro mondo è positiva, molti non sanno come viviamo, quanto soffriamo in allenamento, ignorano la nostra vita, la nostra passione i nostri pensieri prima e dopo la gara. Magari qualcuno, ascoltandoci, potrebbe restare ispirato e decidere di iscriversi. Gli arbitri non sono mai troppi".