Lucci: “Roma-Lecce del 1986 una ferita ancora aperta, eravamo tutti senza parole. A fine carriera ho investito nella telefonia”
Ha condiviso lo spogliatoio con campioni come Falcao, Di Bartolomei, Pruzzo e Conti, ha esordito in Serie A con l'Avellino, ha conquistato una Coppa Italia con la Roma e ha scritto una delle pagine più belle della storia del Piacenza, contribuendo alla prima storica promozione del club emiliano nella massima serie. Settimio Lucci appartiene a quella generazione di calciatori cresciuti in un calcio fatto di tecnica, sacrificio e maestri come Nils Liedholm e Sven-Göran Eriksson. Terminata la carriera da giocatore, ha continuato il suo percorso come allenatore e dirigente, senza mai allontanarsi dal campo.
Oggi è impegnato nella formazione dei giovani attraverso un progetto tecnico dedicato alla crescita individuale dei ragazzi. A Fanpage.it ripercorre i momenti più significativi della sua carriera e offre una riflessione sul presente e sul futuro del calcio italiano.
Settimio Lucci oggi è ancora nel calcio. Di cosa si occupa?
"Fino al 30 giugno ho lavorato con il Piacenza Calcio come responsabile dell'area metodologica. In pratica ho seguito tutti gli allenatori dall'Under 19 fino all'Under 8, lavorando con loro sul campo per concordare metodologie comuni e aiutare i ragazzi a crescere".
Ha anche dato vita a un nuovo progetto dedicato ai giovani. Di cosa si tratta?
"Non è una scuola calcio vera e propria. Si chiama ‘Accademia Tecnica Calcistica'. L'abbiamo fondata io, Francesco Turrini e Giovanni Villani. Abbiamo tutti una lunga esperienza nel settore giovanile e lavoriamo con gruppi molto ristretti, massimo quattro ragazzi, concentrandoci sui concetti tecnici di base e sul miglioramento individuale. Il calcio si gioca sempre in undici, con compagni e avversari, quindi anche l'allenamento deve riprodurre quelle situazioni".
Da uomo che lavora ogni giorno con i giovani, c'è davvero tutta questa differenza tra i ragazzi di oggi e quelli della sua generazione?
"Il mondo è cambiato e con lui è cambiato anche il calcio. Però il gioco è sempre lo stesso: undici contro undici. Negli ultimi anni si sono trascurati gli aspetti tecnici individuali per dare più importanza alla preparazione fisica e alla tattica collettiva. Di conseguenza il livello tecnico dei giocatori è sceso. Oggi vediamo errori che vent'anni fa non si vedevano. Bisogna tornare a lavorare sulle basi".
Lei è nato a Marino ma è cresciuto a Grottaferrata. Quando nasce il suo amore per il calcio?
"Il calcio è sempre stato nella mia vita. Mio padre aveva giocato in quarta serie e in casa si viveva di calcio. Sono praticamente nato con un pallone tra i piedi. All'epoca si giocava continuamente in strada, oggi è molto più difficile anche solo trovare un posto dove i bambini possano giocare in sicurezza".
Ha iniziato nelle giovanili della Lazio, poi sei passato alla Roma. Com'è andata?
"Ho iniziato alla Lazio da esordiente. All'epoca c'erano due squadre e, arrivati ai Giovanissimi, molti ragazzi venivano esclusi. Io non rientrai nei loro piani. Evidentemente la Roma mi aveva visto e mi prese subito. Da lì è iniziato il mio vero percorso: ho fatto tutta la trafila, spesso giocando sotto età. Se un ragazzo aveva qualità lo si faceva giocare uno o due anni sopra. Oggi questa cosa si fa molto meno".
Perché secondo lei?
"Perché oggi si pensa troppo ai risultati. Un ragazzo più giovane magari fisicamente è in difficoltà, ma cresce tantissimo. Però se lo mandi nella categoria superiore rischi di perdere le partite e allora molti preferiscono non farlo. È un cane che si morde la coda".
Nel suo palmarès compare lo Scudetto con la Roma. Si sente campione d'Italia?
"In realtà no. Quell'anno ero in prima squadra, sono andato diverse volte in panchina e mi allenavo con quel gruppo, ma non ho mai giocato in campionato. Statisticamente risulto tra i vincitori dello Scudetto, ma io quella medaglia non la sento davvero mia".
Che effetto faceva allenarsi con una squadra piena di campioni come Falcao, Di Bartolomei, Pruzzo, Conti…
"Per un ragazzo era una fortuna enorme. Crescevi ogni giorno semplicemente stando accanto a quei giocatori. Erano esempi continui, dentro e fuori dal campo".
L'esordio in Serie A è arrivato con l'Avellino. Che esperienza è stata?
"Sono arrivato in prestito dalla Roma a diciotto anni. L'Avellino era una realtà importante della Serie A e quell'anno disputai quattordici partite. Per un ragazzo così giovane non era assolutamente scontato. Entrare in uno spogliatoio di uomini che si giocavano la salvezza era completamente diverso rispetto alla Primavera".
Cosa la colpì di quell'Avellino?
"L'ambiente e il livello dei giocatori. C'erano calciatori fortissimi come Ramon Diaz, Barbadillo e Colomba. Poi c'era un monumento come il capitano Salvatore Di Somma, esempio in campo e fuori. Anche le cosiddette piccole avevano grandi giocatori".
La Coppa Italia del 1985-86 con la Roma, invece, la sente più sua?
"Quella sì. Era l'anno dei Mondiali in Messico e molti titolari partirono con le rispettive nazionali. Noi giovani avemmo spazio e giocai entrambe le finali da titolare. È uno dei ricordi più belli della mia carriera".
Con l'Empoli arrivò anche la Nazionale Under 21…
"All'epoca nell'Under 21 giocavano praticamente tutti titolari in Serie A. Io giocavo nell'Empoli e fui titolare anche in Nazionale. Pensa che nello stesso ruolo c'era Costacurta, che allora era convocato ma non giocava perché io in quel momento ero titolare in Serie A".
Tra tutte le squadre in cui ha giocato, Piacenza sembra quella che le è rimasta più nel cuore. È un impressione o è la realtà?
"Sicuramente. Vincere il campionato di Serie B e portare per la prima volta il Piacenza in Serie A è qualcosa che nessuno dimenticherà mai. Ancora oggi la gente ci ferma per strada ricordando quei momenti. La prima promozione in Serie A non si scorda mai".
Ha avuto tanti allenatori importanti. Partiamo da Nils Liedholm.
"Con Liedholm sono cresciuto tantissimo. Era uno dei primi a portare la zona in Italia. Alla Roma giocavo sia centrale sia terzino. Era un allenatore che aveva il coraggio di lanciare i giovani".
E Sven-Göran Eriksson?
"Era una persona di un'intelligenza superiore. Arrivò in Italia, capì subito il nostro calcio e seppe adattarsi perfettamente. Sapeva quando essere duro e quando lasciare lavorare i giocatori. Dal punto di vista tattico voleva un calcio diverso da quello di Liedholm: meno possesso e più verticalizzazioni. Diceva sempre che, appena recuperata palla, bisognava andare subito in avanti".
Lucci era nella Roma che perse lo Scudetto del 1986 in casa contro il Lecce all'ultima giornata. Che spiegazione si è dato lei o vi siete dati come gruppo?
"Ero in panchina quel giorno. Anche sul 3-1 per loro eravamo convinti che l'avremmo rimessa in piedi, perché fino a quel momento avevamo dominato il campionato. Invece successe il disastro. Dopo il fischio finale restammo in campo, chi in piedi e chi seduto in panchina, ma eravamo senza parole. Non sapevamo cosa dire. È la dimostrazione che nel calcio non puoi dare nulla per scontato e credo che per tutti noi sia una ferita ancora aperta".
Dopo aver smesso ha fatto allenatore, dirigente e responsabile tecnico ma la cosa che più mi ha incuriosito è che, nel frattempo, ha anche investito nella telefonia…
"Sì, con la mia famiglia abbiamo investito in un negozio di telefonia. Era un settore in forte crescita quando abbiamo iniziato. Oggi è cambiato molto, ma è stato un investimento importante. In ogni caso il calcio è sempre rimasto il centro della mia vita: dopo due anni di pausa sono tornato subito ad allenare nel settore giovanile del Piacenza".
Se potesse parlare al Settimio Lucci di 18 anni, che consiglio gli darebbe?
"Più che a un diciottenne, i consigli li darei agli allenatori del settore giovanile. A diciotto anni il percorso dovrebbe essere già finito. Oggi tanti istruttori non conoscono più il vero lavoro individuale. È come le vecchie ricette delle nonne: si stanno perdendo. Insegnare calcio ai bambini è una missione. Bisogna trasmettere le basi, cose che ormai non insegnano nemmeno nei corsi federali".
Come si risolleva il calcio italiano?
"Serve un cambiamento di sistema. Chi decide le regole e le metodologie del settore giovanile deve avere la massima competenza. Sono anni che sostengo queste idee e purtroppo quello che sta succedendo oggi lo avevo previsto già tempo fa. Il calcio italiano deve ripartire dalla formazione dei giovani e dall'insegnamento della tecnica individuale".