L’Italia ha mai avuto un CT straniero? Una storia di fallimenti e tabù azzurri fino al sogno Guardiola

Il sogno Pep Guardiola è sempre vivo nelle menti di tanti tifosi e appassionati di calcio italiani. Ma vedere un tecnico straniero sulla panchina della Nazionale Italiana è un’eventualità rarissima, quasi un’anomalia storica. Più che una consuetudine, la presenza di commissari tecnici provenienti dall'estero somiglia a una caccia al tesoro tra le pieghe del nostro calcio, tra parentesi brevi, ruoli condivisi e figure operative più dietro le quinte che in prima linea.
La storia della guida tecnica dell'Italia si può dividere in tre grandi epoche: la stagione pionieristica delle commissioni tecniche, la fase dei selezionatori cresciuti dentro il sistema federale e, infine, la svolta "moderna" inaugurata da Arrigo Sacchi, con l'ingaggio di allenatori affermati al timone dei club. In questo lungo percorso, gli innesti esteri si contano davvero sulle dita di una mano.
Gli albori: inglesi e svizzeri nelle Commissioni Tecniche
Per rintracciare i primi volti stranieri bisogna tornare agli albori del Novecento, quando la Nazionale si affidava a organi collegiali. Tra il marzo del 1912 e il giugno del 1913, l'inglese Harry Goodley fece parte di due diverse commissioni: prima al fianco di Umberto Meazza in veste di allenatore, poi in coppia con il connazionale William Garbutt. Il bilancio fu amaro, con appena due vittorie (su Svezia e Belgio) e ben sei sconfitte raccolte contro Francia, Austria e Finlandia.
Garbutt restò come allenatore anche nella commissione successiva, affiancato dallo svizzero Hugo Rietmann: una sola presenza, segnata dal successo per 3-1 contro la Svizzera. Rietmann sarebbe poi tornato a dare il suo contributo nel primo dopoguerra, in occasione del pareggio per 1-1 contro l'Olanda nel maggio 1920, quando il ruolo di allenatore era affidato a Giuseppe Milano.

Czeizler e la parabola amara in Svizzera
Dopo un digiuno durato oltre tre decenni, tra il novembre del 1953 e il giugno del 1954 fece la sua comparsa alla guida degli Azzurri il leggendario ungherese Lajos Czeizler. Inserito in un direttivo tecnico al fianco di Angelo Schiavio, con Silvio Piola sul campo come allenatore, Czeizler partì a spron battuto: quattro vittorie consecutive tra le qualificazioni mondiali contro l'Egitto e le prestigiose amichevoli vinte su Cecoslovacchia e Francia.
La luna di miele si spezzò però rovinosamente ai Mondiali del 1954 in Svizzera. In un torneo caratterizzato da una formula bizzarra che evitava lo scontro diretto tra le teste di serie del girone, l'Italia cadde all'esordio contro i padroni di casa elvetici (2-1), travolse il Belgio per 4-1 ma venne infine eliminata nello spareggio decisivo proprio contro la Svizzera, con un pesante 4-1. Una disfatta che chiuse bruscamente la gestione dell'allenatore magiaro.
Il ‘caso' Helenio Herrera: quattro partite prima dell'addio
L'ultimo vero straniero a sedersi sulla panchina azzurra — e parliamo ormai di ben sessant'anni fa — è stato Helenio Herrera. Nel novembre del 1966, reduce dai trionfi continentali con l'Inter, il "Mago" venne chiamato dalla FIGC per affiancare Ferruccio Valcareggi, destinato poi a prendere le redini della squadra in solitaria.

L'esperienza di Herrera fu lampo: appena quattro incontri nell'arco di cinque mesi (tra il '66 e il marzo del '67), arricchiti da tre successi (contro Unione Sovietica, Romania e Cipro) e un pari con il Portogallo. Travolto poi da un'inchiesta legata al doping, il tecnico lasciò l'Italia per assumere la guida della nazionale spagnola (con scarsi risultati), prima di far ritorno nel nostro campionato alla Roma.
Cervelli in fuga e il grande dogma dei Mondiali
Tolti Czeizler ed Herrera, gli unici due ad aver goduto di un reale peso decisionale, la Federcalcio ha sempre preferito affidarsi ad allenatori cresciuti dentro i nostri confini. Se l'Italia ha sempre blindato la propria panchina, negli ultimi anni si è verificato l'effetto opposto: una vera e propria "fuga di cervelli" della lavagna tattica nostrana verso l'estero. Ai recenti Mondiali, per fare un esempio, ben tre selezioni straniere erano guidate da tecnici italiani: Carlo Ancelotti sul banco del Brasile, Vincenzo Montella alla Turchia e Fabio Cannavaro sulla panchina dell'Uzbekistan.
Resta però sullo sfondo un dato statistico insuperato: nella storia dei Mondiali, nessuna nazionale ha mai vinto la coppa affidandosi a un CT straniero. Un tabù assoluto che regge da quasi un secolo: l'unica eccezione nel calcio delle Nazionali ad altissimo livello si è vista agli Europei del 2004, quando il tedesco Otto Rehhagel firmò il miracolo sportivo portando la Grecia sul tetto d'Europa. La storia insegna che i dogmi esistono per essere infranti: prima o poi, anche per un CT straniero alla guida di una superpotenza, arriverà la prima volta.