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L’Iran richiama le calciatrici che hanno protestato in Australia: “Agito in stato di squilibrio emotivo”

L’Iran richiama le calciatrici della nazionale femminile che avevano protestato in Australia durante la Coppa d’Asia. Teheran parla di “squilibrio emotivo” e invita al rientro, mentre almeno cinque atlete hanno ottenuto asilo politico.
A cura di Michele Mazzeo
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L'Iran prova a chiudere il caso delle calciatrici della nazionale femminile finite al centro di una crisi diplomatica durante la Women's Asian Cup in Australia. Dopo la protesta silenziosa contro il regime, Teheran ha invitato al rientro le atlete che hanno scelto di non allinearsi, sostenendo che avrebbero agito in uno stato di "squilibrio emotivo". È il passaggio chiave della nota diffusa dall'ufficio del procuratore generale, che tenta di ridimensionare il gesto politico compiuto davanti al mondo.

Nel comunicato ufficiale si legge che "alcune giocatrici della nostra laboriosa squadra di calcio femminile, figlie di questa terra, involontariamente e sotto lo squilibrio emotivo provocato dalle cospirazioni del nemico, si sono comportate in un modo che ha causato l'eccitazione delirante dei leader criminali israeliani e statunitensi". Subito dopo arriva l'invito a tornare: "queste persone care sono invitate a tornare nella loro patria con pace e sicurezza". La formula scelta dalla magistratura iraniana ha il tono di una retromarcia solo apparente: più che rassicurare, sembra un tentativo di ricondurre la vicenda sotto la narrativa del regime.

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Il richiamo arriva dopo giorni ad altissima tensione. Tutto è iniziato quando le giocatrici iraniane sono rimaste in silenzio durante l'inno prima della gara contro la Corea del Sud, in pieno clima di guerra e repressione interna. Quel gesto è stato letto come una protesta contro la Repubblica Islamica ed è stato seguito da accuse di "tradimento" rilanciate dai media di Stato iraniani. Nelle partite successive le atlete hanno invece cantato l'inno e fatto il saluto militare, un cambio di atteggiamento che in Australia è stato collegato ai timori per la loro sicurezza e per quella delle famiglie rimaste in patria.

In questo quadro si inserisce la mossa dell'Australia, che ha già concesso visti umanitari ad almeno cinque calciatrici iraniane, trasferite in un luogo sicuro con l'assistenza della polizia federale. Secondo altre ricostruzioni, il numero delle atlete che hanno chiesto di restare potrebbe essere salito a sette, ma il dato confermato finora dalle fonti più solide resta quello delle prime cinque. Il governo australiano ha fatto sapere che l'offerta di protezione resta aperta anche per le altre componenti della delegazione.

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A rendere ancora più pesante la vicenda è il contesto della guerra in Iran, arrivata al decimo giorno con raid ancora in corso su obiettivi iraniani e un bilancio che continua ad aggravarsi. In questo scenario, il caso delle calciatrici è diventato per Teheran anche un problema politico e d'immagine internazionale. Per questo il regime ora prova a trasformare una protesta plateale in un episodio di presunto cedimento emotivo. Ma il messaggio lanciato in Australia resta intatto: quelle calciatrici, anche solo per pochi secondi, hanno smesso di rappresentare il potere e hanno iniziato a sfidarlo.

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