Leonardo Semplici: “C’è troppo squilibrio in Serie A. I soldi andrebbero divisi in modo più equo”
La nuova Serie A è ancora tutta da scrivere, ma c'è chi la osserva con l'occhio di chi il campo lo conosce da una vita. Leonardo Semplici è uno degli allenatori italiani che hanno costruito la propria carriera partendo dal basso, attraversando tutte le categorie fino ad affermarsi in Serie A. Oggi, dopo un periodo dedicato allo studio e all'aggiornamento, aspetta la chiamata giusta senza perdere la voglia di confrontarsi con un calcio in continua evoluzione. A Fanpage.it ripercorre il proprio percorso, analizza gli equilibri del prossimo campionato e indica le squadre che potrebbero sorprendere. C'è spazio anche per il ricordo delle promozioni storiche con la SPAL, per il rammarico dell'esperienza alla Sampdoria e per una riflessione sul momento che sta vivendo il calcio italiano, tra modelli tattici, formazione dei giovani e il ruolo sempre più delicato degli allenatori. Un confronto a tutto campo con uno dei tecnici più esperti del panorama nazionale, tra bilanci, prospettive e qualche messaggio destinato a far discutere.
Mister, che Serie A 2026-2027 si aspetta? Ci sarà ancora una spaccatura netta tra le grandi e il resto del campionato?
"Purtroppo sì. Negli ultimi anni il divario tra le prime cinque o sei squadre e tutte le altre è aumentato tantissimo. Gli investimenti sono completamente diversi e questo incide inevitabilmente sul livello del campionato. Sarebbe importante avere una ripartizione economica più equilibrata, perché renderebbe la Serie A molto più competitiva."
Anche la quota salvezza continua ad abbassarsi…
"È il riflesso di questo squilibrio. Una volta servivano quasi 40 punti, oggi spesso ne bastano 31 o 32. Significa che la differenza tra chi lotta per lo scudetto e chi si salva è diventata enorme."
Ci sono allenatori o progetti che la incuriosiscono particolarmente?
"C'è curiosità per chi arriva per la prima volta in Serie A e per i nuovi cicli che stanno nascendo. Sono sempre interessato a vedere come questi allenatori riusciranno a trasferire le proprie idee alle squadre."
Quale squadra potrebbe sorprendere?
"La Fiorentina è sicuramente uno dei progetti che seguirò con più attenzione. Mi incuriosisce vedere il lavoro di Grosso insieme a Paratici e capire come verrà costruita la squadra. Mi auguro possa tornare a competere per gli obiettivi raggiunti negli anni precedenti. Un’altra squadra che mi incuriosisce è l’Atalanta. Con Gasperini aveva un'identità tattica consolidata, mentre con Maurizio Sarri cambia praticamente tutto. Sarà interessante capire quanto tempo servirà perché i giocatori assimilino nuovi principi di gioco e come la società accompagnerà questa trasformazione anche attraverso il mercato."
L'anno scorso la rivelazione è stata il Como. Possiamo aspettarci una sorpresa simile?
"Ogni stagione c'è sempre una squadra che riesce ad andare oltre le aspettative. Io guarderò con molta attenzione anche le neopromosse: il salto dalla Serie B è importante, ma sarà interessante capire chi riuscirà a confermare quanto di buono ha fatto vedere."
Quanto contano oggi gli allenatori nel ridurre il gap tra grandi e piccole?
"Tantissimo. La scuola italiana resta tra le migliori al mondo e spesso sono proprio le idee degli allenatori a rendere una partita equilibrata. Poi però, nell'arco di un campionato, i valori economici e tecnici finiscono quasi sempre per emergere."
Lei è fermo dopo l'esperienza alla Sampdoria. Come ha vissuto questo periodo?
"È stato un anno di aggiornamento. Ho studiato, ho girato l'Italia e l'estero, osservando tanti allenatori ai massimi livelli. Quando sei fermo devi trasformare il tempo in un'occasione per crescere."
Facciamo un passo indietro perché la sua è una storia particolare: un manifesto della gavetta calcistica, se posso permettermi. Agli inizi si divideva tra il campo e l'azienda di pellami di suo padre. Quanto c'è di quella mentalità del "lavoro duro" e del commercio nel Semplici allenatore di oggi?
"Tantissimo. Mi ha insegnato ad adattarmi, a mettermi continuamente in discussione e ad avere una passione enorme per questo lavoro. Quando ho iniziato era impensabile immaginare un percorso del genere. Oggi sono orgoglioso di aver vinto campionati dall'Eccellenza fino alla Serie B, di aver conquistato Panchine d'Oro e Supercoppe. Ogni tanto scherzo dicendo che mi manca solo un presidente abbastanza pazzo da affidarmi una squadra per provare a vincere lo Scudetto (ride, ndr)."
Dopo le esperienze altalenanti ad Arezzo e Pisa, nel 2011 sceglie di ripartire dai giovani guidando la Primavera della Fiorentina. Spesso per un allenatore fare un "passo indietro" viene visto come una sconfitta, per lei invece è stata una svolta. Che anni sono stati?
"All'inizio anch'io avevo qualche dubbio, ma quei tre anni sono stati fondamentali per la mia crescita. Ho imparato ad aspettare i giovani, a capire come aiutarli a crescere e a valorizzarli. Ho allenato ragazzi come Bernardeschi, Mancini, Capezzi, Gondo e Lezzerini. Il mio obiettivo era prepararli per la prima squadra e quell'esperienza mi ha insegnato anche a gestire gruppi numerosi, facendo sentire tutti importanti. È un principio che poi mi sono portato dietro anche tra i professionisti."
Dicembre 2014: subentra alla SPAL in Lega Pro, debutta con una sconfitta e viene duramente contestato. Pochi anni dopo era in Serie A a battere Juventus, Inter, Roma e Lazio. Se dovesse scegliere un solo istante di quei cinque anni straordinari a Ferrara, quale metterebbe nel motore dei ricordi?
"Arrivai e ci fu subito la contestazione. Devo dire che è arrivato tutto velocemente ed è difficile sceglierne una. È successo tutto così in fretta che spesso non sono riuscito nemmeno a godermelo. Sicuramente le due promozioni restano i momenti più emozionanti, insieme alle salvezze in Serie A e alle vittorie contro le big. Insieme alla società abbiamo riscritto la storia della SPAL e, nel mio piccolo, anche la mia".
A Ferrara il suo 3-5-2 (o 3-4-1-2) era diventato un marchio di fabbrica, ma lei nasce come allenatore da 4-3-3. Quanto è stato difficile e stimolante per lei evolversi tatticamente per fare la storia della SPAL?
"Io credo nei principi di gioco, non nei moduli. Nella mia carriera ho utilizzato tanti sistemi diversi: 4-3-3, 4-2-3-1, 3-4-3, 3-5-2. Alla SPAL giocavo a tre perché avevo i calciatori giusti per farlo. Un allenatore deve adattarsi alle caratteristiche della rosa, non il contrario. Il modulo da solo non fa vincere".
Un'altra esperienza importante per Semplici è stata certamente Cagliari. Che ricordi ha del suo periodo in Sardegna e come vede la squadra di Pisacane dopo la buonissima stagione passata…
"In Sardegna sono stato benissimo e conquistammo una salvezza che sembrava impossibile. Facemmo 23 punti in 15 partite, con una media quasi da Europa. Nel mio percorso fu una tappa importantissima. La squadra di oggi la vedo bene e credo che possa migliorare ancora rispetto a quanto fatto la passata stagione".
Tornando per un attimo all'analisi tattica, oggi il dibattito sul calcio italiano sembra sempre più estremo e quella surreale suddivisione tra ‘giochisti’ e ‘risultatisti’ viene portata avanti da ormai tanti anni ma sembra più una moda che altro…
"Mi dà fastidio quando si danno giudizi senza conoscere il lavoro di un allenatore. Un parere è una cosa, un giudizio è un'altra. Oggi sembra che tutti sappiano fare questo mestiere: dico sempre che sessanta milioni di italiani pensano di saper allenare e il lunedì ancora di più. Bisogna imparare a prendere solo le critiche costruttive."
Che cosa manca oggi al nostro calcio?
"Ci siamo fatti trascinare dalle mode. È giusto aggiornarsi, ma abbiamo perso le caratteristiche che hanno sempre contraddistinto il calcio italiano. Non abbiamo più difensori che sappiano marcare come una volta, esterni capaci di saltare l'uomo, certe qualità tecniche che ci rendevano un riferimento mondiale. Spesso gli allenatori vengono scelti senza neppure un colloquio, attraverso dinamiche che poco hanno a che fare con il merito. È tutta la filiera che va ricostruita."
Ultima battuta che tipo di progetto cerca Leonardo Semplici per ripartire?
"Oggi è difficile parlare di progetti perché spesso dopo poche giornate gli allenatori vengono già messi in discussione. Io cerco una società che creda nelle mie idee, mi dia il tempo di lavorare e costruire. Solo così un allenatore può incidere davvero e valorizzare la rosa".