
Gabriele Gravina faccia un atto di dignità e di coraggio: si dimetta. È arrivato il momento farlo. Si prenda pure una notte di riflessione rispetto al quel "rimettersi al Consiglio Federale" convocato e mormorato a disfatta compiuta per il Mondiale che vedremo ancora col cannocchiale. Porti via con sé anche Gigi Buffon e Gennaro Gattuso, che hanno detto di attendere le "valutazioni del caso". Invece di chiedere loro di restare, li prenda sotto braccio e lasci tutto. Ora. Che si faccia tabula rasa per ripartire. Può andare mai peggio di così?
E, per favore, lasciamo perdere che a condannarci è stato un episodio come l'espulsione di Bastoni o qualche decisione dell'arbitro Turpin (e del VAR) che pure ha lasciato perplessi. Non ci sono scuse. Basta. Una Nazionale 12ª nel ranking è andata a giocarsi una finale playoff in gara secca e in trasferta contro una che è 66ª, su un campo di provincia con erba alta e zolle per coltivare patate. Non ha avuto nemmeno la forza di sollevare obiezioni, ammesso che le avrebbero ascoltate. Ridicolo. Che il presidente della Federcalcio molli la poltrona. Cos'altro deve accadere? Cesare Prandelli e Giancarlo Abete lasciarono gli incarichi quando andò malissimo in Brasile nel 2014. Ed è stata l'ultima Coppa del Mondo disputata.
Dodici anni dopo, al terzo Mondiale saltato, tutto resta immobile nonostante la vergogna di aver perso ai rigori contro un avversario che a qualcuno aveva strappato anche un'esultanza (aaah…. Dimarco, com'è cinico il karma), nonostante un calcio italiano agonizzante pure a livello di club (che smacco i ceffoni presi sul muso anche in Champions da squadre come il Bodo Glimt), che hanno pochi soldi in cassa, tanti debiti rifinanziati per tirare a campare.
Il presidente se ne sta arroccato nel suo Palazzo e si fa scudo così: "La Figc non può scegliere e costruire la squadra, ma fa solo la sintesi di quello che offre il nostro campionato". Per la serie: da me che volete? Si è riparato dietro il paravento dell'assemblea di fedelissimi per restare aggrappato al suo posto ancora un po'. Fedele al paradosso che se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi (per finta). "Dimissioni senza la qualificazione al Mondiale? Non c'è una norma che lo dice", ha fatto sapere in tempi non sospetti perché aveva già annusato nell'aria la puzza malsana di fallimento. Ha solo una cosa da fare adesso: scegliere a chi buttare addosso la Croce, chi immolare e dare in pasto a un'opinione pubblica che è talmente stufa di questo calcio italiano che non vale un soldo bucato, da non riuscire nemmeno più a indignarsi.
Ci fosse un referendum, se il popolo avesse la possibilità di esprimersi… allora sì che per Gravina sarebbero dolori. E invece aveva già messo le mani avanti facendo riferimento a quel "principio di democrazia, il cui ritmo è dettato dalle norme federali e la risposta è stata un 98,7 per cento". È la frase che più di tutte spiega bene qual è l'approccio di chi non ha ancora capito di essere una parte consistente del problema e non la soluzione al problema. Perché dovrebbe? Lo hanno votato… E fai pure fatica a dargli torto visto che chi dovrebbe (i presidenti delle squadre) non ha alcuna voglia d'intraprendere strade diverse, con facce nuove e competenze. È l'atteggiamento di chi ha toccato il fondo ma continua a scavare. È il pensiero di chi, in cuor suo s'augurava che l'Italia ce la facesse, di riffa o di raffa, ad andare al Mondiale con quel puro istinto di conservazione tutto gattopardesco per tenere ancora in piedi la baracca.
Gravina lo ha già detto: resterà ancora lì nonostante l'ennesimo fallimento assesti un colpo durissimo all'immagine e alla sostenibilità economica del calcio italiano. Che interessa a pochi vecchi, nostalgici di un tempo che fu mentre c'è una generazione di ragazzi che ha trovato nel tennis con Jannik Sinner, nella pallavolo con le Nazionali di Julio Velasco e Fefé De Giorgi, nello sci con Federica Brignone e adesso anche nella Formula 1 con il giovanissimo Kimi Antonelli, qualcosa per il quale valga la pena azionare lo smartphone, gustare una diretta e tifare.