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Giuseppe Rossi: “Il calcio è finto e mi ha lasciato solo, nessuno mi ha più guardato in faccia”

Giuseppe Rossi ha ripercorso la sua carriera ai nostri microfoni, dai rimpianti legati a Juventus e Barcellona al calvario degli infortuni: “Il calcio è un mondo strano, quando le cose vanno bene ti stanno tutti attorno, poi ti lasciano solo”.
A cura di Ada Cotugno
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Nel 2011 Giuseppe Rossi era all'apice della carriera, conteso da Pep Guardiola e Antonio Conte, futuro dell'Italia, tornato più forte che mai dalla prima rottura del menisco: la strada era spianata verso grandi successi, ma la sua carriera gli ha riservato amare sorprese, travestite da gravi infortuni, che non gli hanno mai fatto perdere lo spirito da grande combattente.

Pepito Rossi, seguito da DAZN, oggi è tornato a vivere negli Stati Uniti si è raccontato ai microfoni di Fanpage.it viaggiando attraverso i ricordi che lo legano al calcio: l'esperienza al Manchester United con Ferguson, lo scenario che avrebbe potuto farlo giocare al fianco di Messi, la solitudine nei lunghi mesi di recupero dagli infortuni e il rapporto con la Nazionale che adesso segue da molto vicino.

Giuseppe, cosa fa oggi Pepito Rossi dopo il ritiro dal calcio?
"Il papà prima di tutto. Mi sto godendo il momento per stare con la famiglia, è nata un mese fa un'altra bimba, quindi sono molto occupato in questi giorni con due bimbe che vogliono la mia attenzione. Mia moglie corre dappertutto e sto cercando di aiutarla il più possibile. Mi godo questo momento in casa con le mie donne e cerco di restare attaccato al calcio il più possibile. Ho avviato adesso la "Giuseppe Rossi Academy" con i ragazzini qui, il calcio è la cosa che amo di più e quello che sogno per il futuro".

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Ti piacerebbe tornare nel calcio professionistico con un nuovo ruolo?
"Mai dire mai. Però a livello di allenatore la vedo difficile perché sono tante, tante ore in campo, c'è troppo stress. Da calciatore ho avuto un percorso un po' diverso da quello normale, con tanti episodi negativi che riguardavano gli infortuni e che mi hanno portato tanto stress addosso. Quindi non voglio rivivere quei momenti di stress, preferisco godermelo in campo con i ragazzini. Poi, magari se c'è un ruolo a livello di direttore o quello che sia, anche a livello di proprietà, vedremo".

Sei partito dagli Stati Uniti, arrivato al Parma e subito ripartito verso il Manchester United. Com’è stato il primo incontro con Ferguson?
"Ferguson è un dio del calcio, un mito. Io ero tanto tifoso del Manchester United perché amavo Dwight York e Andy Cole, i migliori attaccanti a livello di coppia nella storia del calcio. Quando lo abbiamo visto la prima volta c'era un'energia attorno a lui come se fosse non so, un dio. Però appena ha aperto bocca ho capito che era uno semplice, come noi. E durante gli anni, i primi mesi soprattutto, ho capito che per lui i suoi calciatori erano come figli. Era sempre lì a parlarci, non solamente di calcio, anche di altro. Io pensavo che il rapporto tra allenatore e giocatore fosse solo sportivo, però lui mi ha insegnato che può andare oltre. Mi sono trovato benissimo. L'ho sentito tre o quattro anni fa per vedere se ci fosse la possibilità di allenarmi con il Manchester United, con Solskjaer. È stato possibile, grazie a lui. Ferguson per me è un grande, il numero uno in assoluto".

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Com’è stato allenarsi accanto a giovani campioni del tempo come Cristiano Ronaldo?
"Non c'era solamente lui, ma anche Wayne Rooney ad esempio. Avevano due o tre anni più di me, quindi erano già in prima squadra. È stato bello vedere dei giovani che sono riusciti a imporsi subito, ha dato più più convinzione a noi ragazzi. Era qualcosa che si poteva fare, quindi era motivante vedere la loro crescita e il loro modo di allenarsi, di fare le cose".

È vero che sei arrivato a un passo dal condividere l’attacco con Messi al Barcellona?
"Ci sono andato molto vicino. Avevo fatto una grandissima annata al Villarreal, con 35 gol segnati quell'anno. Guardiola mi voleva per formare il tridente con Messi e Villa. Il contratto con il Barcellona era già pronto, poi non sono riusciti a trovare l'accordo con il Villarreal. Il Barcellona puntava a mettere più bonus, mentre il Villarreal voleva più fisso, dai 28 ai 30 milioni di euro. Mi ricordo bene, è stato un peccato perché sarebbe stato stupendo giocare con i più grandi: con Messi, con Guardiola come allenatore. Magari avrei vinto qualche titolo in più".

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Nello stesso periodo sei stato anche vicinissimo alla Juve di Conte.
"Esatto. Il mese dopo mi hanno chiamato dalla Juve. Ho fatto anche una chiacchierata con Conte. Dopo Del Piero volevano che ci fossi io, era un'offerta che non potevo rifiutare. Sono andato dal Villarreal cion la proposta della Juve: a livello economico era molto più alta rispetto a quello che prendevo ed erano disposti a pagare 30 milioni di euro, 28 più due di bonus. Era tutto fatto, solamente che durante quel mese era già stato ceduto Santi Cazorla, un pezzo fondamentale della nostra squadra, e non volevano vendere tutti i migliori. Eravamo in Champions e quindi si puntava a fare bene lì. Mi hanno detto che non potevano lasciarmi andare, quindi mi hanno chiuso in una stanza e abbiamo cercato di fare un contratto che mi soddisfacesse. Quindi sono rimasto lì".

La tua carriera è stata limitata dagli infortuni. Come racconteresti il calvario che hai vissuto per renderne l'idea?
"Sono stati momenti duri, molto duri. Anche momenti di solitudine: mi sentivo solo perché il calcio è un mondo strano, che vedo un po' finto, perché quando le cose vanno bene ti stanno tutti attorno. Poi quando hai qualche infortunio, come i miei, non ti guardano in faccia. È un peccato, perché ho sempre pensato che il calcio fuori dal campo fosse un posto onesto, però purtroppo quando si diventa grandi si impara di più sul mondo in cui vivi. Dovevo trovare le persone giuste attorno a me, ossia la mia famiglia. Sono stato fortunato ad avere loro perché non volevo mai mollare il sogno che avevo da piccolo. Un sogno non soltanto mio, ma anche di papà, di mia sorella, di mia mamma. Volevo fare il calciatore, continuare a regalare soddisfazioni alle persone che hanno sofferto insieme a me, che si sono sacrificate con me. Quella è stata la cosa che mi ha spinto a continuare e a cercare di fare sempre di più".

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Hai qualche rimpianto per quegli anni?
"Nessun rimpianto, perché sono sempre riuscito a tornare con lo stesso entusiasmo, sempre più forte, con voglia di lottare e di godermi il calcio. Quello in campo, il più possibile".

Con la Nazionale italiana che rapporto hai? La segui?
"Molto spesso. Sono andato a vederla a New York, dove ha giocato contro l'Ecuador, e sono riuscito a incontrare alcuni dello staff. Ho ritrovato Gigi Buffon e altri ex giocatori che erano lì. Ho sempre un bel rapporto con tutti, anche se magari c'è stato qualche episodio durante quei sei, sette anni che ho trascorso in Nazionale. Situazioni che non cancellano l'emozione che ho provato vestendo la maglia azzurra. Pesava tanto, ma era talmente bello rappresentare un Paese intero che rifarei mille volte ancora".

Quanto ti ha fatto male l’esclusione dai Mondiali del 2014?
"Tanto. Purtroppo però posso solo controllare quello che riesco a controllare. Nel senso, sulle decisioni che prendono gli altri non posso intervenire. Io dovevo solo cercare di dare tutto me stesso. Ero tornato da un infortunio, ho giocato due ottime due partite, ho fatto gol. Mi sentivo bene quando ho chiacchierato con il mister (Prandelli, ndr), però purtroppo le cose sono andate come sono andate. Come ho detto prima, il mondo del calcio purtroppo ti regala delle cose negative, ma tutto dipende da come riesci a subire certe decisioni e poi a reagire. È stato un mese difficile. Durante l'estate però sono riuscito a tornare con la mentalità giusta".

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Scamacca, Immobile, Retegui, Lucca… chi ti piace di più come centravanti per l’Italia?
"Ci sono dei punti interrogativi, secondo me non tanto su Ciro, perché Immobile è uno che ha fatto tanti gol, che ha vinto l'Europeo quattro anni fa. Magari in Nazionale non rende tanto come con la Lazio, però è un ragazzo maturo, che ha fatto 200 gol in Serie A. È uno che sa fare gol. Gli altri bisogna capire, devo ancora vedere qualcosa in più. Cioè un po' più di personalità, di voglia di prendersi le responsabilità, quella pressione che ti porta a dire ‘ragazzi datemi la palla in qualsiasi modo e vi faccio vincere la partita'. Vorrei sentire e vedere quello. Se non lo vedo preferisco un Immobile che sappiamo tutti cosa è in grado di fare, cioè gol".

Dove possiamo arrivare agli Europei?
"La Nazionale non dipende solamente da un centravanti, abbiamo una gran bella squadra che secondo me segue Spalletti. Il gruppo lo rispetta tanto e rispetta il suo modo di fare le cose, mi fa piacere vedere che siamo tutti uniti. L'ho avvertito in quelle due ore che ho trascorso insieme ai ragazzi durante la partita con l'Ecuador. Hanno una gran voglia di farsi sentire durante gli Europei".

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