Giuseppe Pillon: “Dopo 45 anni nel calcio oggi faccio il nonno. La Juventus è stata uno shock”

La voce è pacata, il tono è quello di chi il calcio lo ha vissuto davvero, giorno dopo giorno, senza scorciatoie. Giuseppe Pillon oggi guarda le partite da fuori, ma con lo stesso sguardo di sempre: attento, curioso, innamorato del gioco. Ex allenatore e ex calciatore, oggi Pillon attraversa i ricordi come fossero ancora sul campo: le promozioni impossibili, la Serie A, l’Europa assaggiata e le scelte difficili prese in nome dell’etica. Dalle giovanili con la Juventus alle promozioni con il Treviso fino alla Champions League con il Chievo Verona: momenti di una carriera lunghissima e fatta di grandi intuizioni. A Fanpage.it mister Bepi Pillon porta con sé quasi mezzo secolo di pallone, con una certezza che non è mai cambiata: senza rispetto, nel calcio e nella vita, non si arriva lontano.
Cosa fa oggi mister Pillon?
"Sono sereno e felice. Oggi sono nonno di quattro nipotini, che già di per sé è un bel lavoro (ride). Per il resto guardo tanto calcio, tennis, sport in generale. Ho fatto una vita nel calcio e anche se oggi sono fuori, continuo a seguirlo con grande attenzione".
La passione non passa mai. C’è qualcosa che le piace particolarmente del calcio di oggi?
"Sì, mi piace molto il Venezia di Stroppa. Sta giocando davvero un buon calcio. Stroppa è una garanzia, ha già vinto quattro campionati e anche quest’anno ha una squadra forte, con tutte le carte in regola per stare tranquillamente tra le prime due".

Lei, insieme a Zaccheroni, detiene un record unico: tre promozioni consecutive dalla D alla B con il Treviso. Come si costruisce un’impresa del genere?
"Sono stato fortunato ad arrivare a Treviso. Mi sono portato dietro sette giocatori da Bassano, avevo già una base solida. Poi abbiamo completato la squadra con giocatori esperti, abituati a vincere. Io ho messo il mio lavoro, la squadra giocava a memoria e per tre anni siamo arrivati primi. È qualcosa di molto difficile da ripetere".
Quanto è stato importante l’ambiente?
"Fondamentale. Ho avuto un presidente come Caberlotto, patron della Lotto, che purtroppo non ha visto l’ultima promozione. Mi ha dato fiducia totale e ancora oggi provo grande affetto per lui. Senza una società solida, certe cose non si fanno"
Il Treviso è stato un filo conduttore della sua carriera. Che legame ha con quella piazza?
"Io sono nato a Treviso, e vincere da allenatore di casa non è mai facile. Però la società mi ha dato carta bianca e mi ha permesso di lavorare bene. I risultati si sono visti. Anche la promozione in Serie A è stata qualcosa di storico".
Qual è l’immagine che le viene in mente pensando a quella Serie A?
"Una partita in casa contro il Genoa, vinta 3-0. Giocammo un calcio straordinario, propositivo. Lì capimmo che potevamo arrivare in alto, nonostante l’infortunio di Barreto, che era fondamentale per noi".

Barreto è stato uno dei giocatori più forti che ha allenato?
"Assolutamente sì. Insieme ad Amauri. Due giocatori diversi, ma entrambi di altissimo livello. Amauri, oltre che fortissimo, era anche eccezionale come ragazzo. Barreto era più introverso, ma con qualità enormi".
Facendo un passo indietro e parlando della sua carriera da calciatore: quanto ha inciso la Juventus nel suo percorso calcistico?
"Tantissimo. Mi ha formato soprattutto come uomo. Sono arrivato a Torino a 15 anni, da ragazzo di campagna. È stato uno shock, ma la Juve ti insegna la disciplina, il rispetto, i comportamenti dentro e fuori dal campo. È una vera scuola di vita".
Cosa rende speciale la Juventus rispetto ad altre realtà?
"L’attenzione ai valori. Non contava solo essere bravi a giocare, ma anche come ti comportavi a scuola, fuori dal campo, con le persone. Tutto questo poi si rifletteva anche in campo, nella disciplina tattica".
C’è differenza nella gestione dello spogliatoio tra Serie A, B e C?
"Dove si vince c’è sempre un grande gruppo, coeso, che rispetta le regole. I risultati aiutano tanto. Se mancano, per l’allenatore diventa tutto più difficile. A volte ti senti davvero solo".

Lei ha allenato in tutte le categorie. Che bilancio fa?
"Sono soddisfatto. Ho fatto 30 anni da allenatore e 15 da giocatore: 45 anni nel calcio. Se resti così a lungo, vuol dire che qualcosa di buono l’hai fatto".
Con il Chievo ha vissuto anche l’esperienza europea. Quanto fu complicata quella stagione?
"Molto. Giocavamo un calcio di altissimo livello, arrivammo settimi e andammo in Champions per Calciopoli. Ma non eravamo pronti a giocare ogni tre giorni. Dopo sei partite e due punti fui esonerato. Lì ci rimasi male, sinceramente".
Un episodio simbolo della sua carriera è il gol restituito alla Reggina con l’Ascoli. Quanto conta l’etica nel calcio?
"Conta tantissimo. Fu una scelta difficile, ma giusta. Perdemmo quella partita, ma poi arrivarono cinque vittorie consecutive. Quando fai la cosa giusta, prima o poi vieni ripagato".
Qual è il più grande insegnamento che il calcio le ha dato?
"Il rispetto. Sempre. Senza rispetto per gli altri non si va lontano. È una scuola di vita che mi porto dietro da sempre".

Ricorda la prima volta che ha giocato a pallone?
"Certo. Alla Pro Mogliano, a due chilometri da casa. Andavo agli allenamenti in bicicletta, con pioggia, vento e neve. A 15 anni poi sono passato alla Juventus".
Il primo stipendio?
"200 mila lire. Le ho messe da parte per il futuro".
C’è un allenatore di oggi che le piace particolarmente?
"Mi incuriosisce Palladino. Tra i giocatori, Yildiz della Juventus è straordinario".

In un 4-4-2 di Pillon, Yildiz dove giocherebbe?
"Dovrei cambiare modulo, passare al 4-2-3-1. I moduli li fanno i giocatori".
Un’ultima curiosità: Andrea Barzagli. È vero che lo ha spostato lei da centrocampista a difensore?
"Sì, a Pistoia. Ho visto che poteva rendere di più da centrale. Poi è diventato uno dei migliori difensori italiani. Una grande soddisfazione. La storia mi ha dato ragione".