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Emerson: “Lavoro in un’agenzia e gioco in Prima Categoria a 45 anni, Nicola leader da capitano e da allenatore”

Dalla Serie D alla Serie A a 33 anni, passando per gol iconici, rinascite e un amore profondo per la Sardegna. Emerson Borges a Fanpage.it racconta la sua storia senza filtri: sacrificio, identità e un calcio vissuto con il cuore.
A cura di Vito Lamorte
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Quando risponde al telefono, Emerson ha la calma di chi ha visto il calcio da ogni prospettiva possibile: da ragazzino che calcia contro un albero di mandarini in Brasile, da giovane arrivato in Italia senza certezze, da guerriero che si è conquistato la Serie A a 33 anni, e ora da allenatore che prova a trasmettere ciò che ha imparato.

La sua voce è serena, piena di riconoscenza verso i luoghi che lo hanno accolto: la Sardegna, dove ha costruito la sua seconda vita; Livorno, che gli ha chiesto coraggio e sudore; Potenza, che lo ha fatto sentire a casa. A 45 anni gioca ancora, allena, lavora in un’agenzia assicurativa e continua a inseguire il pallone “perché il calcio mi fa ancora divertire”, dice.

A Fanpage.it Emerson Borges si racconta a 360° dentro e fuori dal campo.

Cosa fa oggi Emerson in questo periodo?
"La mattina lavoro in un’agenzia di assicurazioni insieme al mio direttore. Il pomeriggio e la sera invece sono sempre in campo: gioco e alleno. La passione non si molla mai".

Gioca ancora?
"Sì, quest’anno sono alla Fonni, in Prima Categoria. Mi hanno proposto di giocare e allenare il settore giovanile: ho accettato subito. Finché mi diverto non penso a smettere".

Emerson con la maglia del Potenza.
Emerson con la maglia del Potenza.

E che squadra allena?
"Gli Under 15, giovanissimi provinciali. È una categoria tosta, i ragazzi sono nel pieno dello sviluppo: bisogna lavorare tanto sulla disciplina e sul rispetto. Ma mi piace, è una bella sfida".

Sono ventidue anni che vive in Italia. Com’è stato adattarsi in un paese diverso?
"All’inizio non semplice, ma ero arrivato in una squadra giovane, questo mi ha aiutato. In Brasile venivo da un calcio molto tecnico; qui ho trovato tattica, disciplina, mentalità diversa. Mi è servito tantissimo per crescere".

Come è cambiato il suo modo di giocare passando dal ruolo di mediano a quello di difensore centrale?
"In realtà io ho iniziato come attaccante, esterno sinistro. Poi nel ’97 sono diventato terzino sinistro, e in Italia mi hanno trasformato prima in mezzala e poi definitivamente in difensore centrale".

Nell'esperienza al Lumezzane ha vinto una Coppa Italia Lega Pro e ha preceduto il suo approdo in Serie B. Che ricordi ha di quel periodo e quanto è stato importante per la sua crescita professionale?
"Tre anni fondamentali. Ho trovato una società seria, organizzata, che puntava sui giovani. Lì ho vinto la Coppa Italia di Serie C e soprattutto sono diventato uomo: è nata mia figlia, e calcisticamente ho fatto un grande salto".

Emerson in campo con il Livorno.
Emerson in campo con il Livorno.

E da lì è andato alla Reggina, poi il percorso verso la Serie A…
"Sì, ho fatto tutte le categorie: eccellenza, D, C2, C1, B e A. Sono arrivato in Serie A a 33 anni. È stato come vedere un’opera finita dopo anni di lavoro: la realizzazione di un sogno mio e di chi ha creduto in me".

Che ricordi ha di Livorno?
"Quattro anni meravigliosi. Playoff di Serie B, Serie A, una città incredibile. A Livorno non vogliono i campioni: vogliono i guerrieri. Se dai tutto, la gente ti porta in braccio. Un legame che durerà per sempre".

Dopo il Nord, Emerson è tornato a Sud. Perché Potenza?
"Perché sono passionale. Mi mancava il calore del pubblico. Volevo una piazza che ti facesse vibrare. Seguivo il Potenza già dalla D, vedevo lo stadio pieno, sentivo l’atmosfera. Quando è arrivata la proposta non ho voluto ascoltare nient’altro".

Quando parla di Potenza si scorge qualcosa di speciale: che esperienza è stata?
Perché mi hanno trattato come uno di casa, ancor prima di sapere che fossi un calciatore. Ho sentito affetto vero, per me e per la mia famiglia. Il presidente mi aveva proposto altri due anni, ma dovevo rientrare in Sardegna per i miei figli. Però Potenza per me è casa: sarà così per sempre.

È molto legato alla Sardegna, tanto da tornarci più volte. Cosa rappresenta per lei questo club e l'isola, e in che modo hanno influenzato la sua vita personale e professionale?
"La Sardegna mi ha adottato. Ho trovato una terra che mi ha voluto bene senza chiedere niente. Quando andavo in Brasile avevo saudade, certo, ma dopo un po’ volevo tornare qui. È dove doveva essere la mia vita".

Emerson in azione con il Livorno.
Emerson in azione con il Livorno.

Puma ha fatto gol incredibili. Come si allena un sinistro così?
"Con la ripetizione. Da bambino calciavo contro l’albero di mandarini nel cortile di casa. Oggi continuo in campo: punizioni, tiri, dettagli. E poi serve un po’ di pazzia: certi gol che ho fatto, come col Cagliari o quello a Bari col Potenza, un giocatore ‘normale' non ci prova neanche. Un po' di sana follia fa parte del gioco".

Emerson ha avuto Davide Nicola come compagno e come allenatore: che persona è l'attuale mister della Cremonese?
"Un leader e motivatore in campo e fuori. Da capitano era un leader eccezionale, un "allenatore in campo" già da giocatore, capace di usare le parole giuste e di convincere i compagni. Come allenatore, la sua forza è soprattutto mentale: sa infondere fiducia e motivare i giocatori a fare ciò che chiede".

Ultima battuta. Quale consiglio Emerson darebbe ad uno dei suoi ragazzi o ad un giovane che sogna una carriera lunga come la sua?
"Di non sprecare mai un’opportunità. Ogni allenamento è un’occasione per migliorare. Dico sempre: pensate a chi è in ospedale e darebbe tutto per poter correre su un campo. I rimpianti sono la cosa peggiore: meglio una giornata storta che una vita di ‘potevo farlo'".

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