La squadra non ha veleno. A Napoli  – come a Roma, dice Gattuso – c'è una nuvola d'informazione che racconta un sacco di "stronzate". I calciatori farebbero bene a smanettare molto di meno col telefonino. Un allenatore che parla così sembra stia preparando il terreno al suo licenziamento, sia pronto per andar via non appena il destino della stagione sarà compiuto. Intanto, si porta avanti con il lavoro e fa terra bruciata intorno a sé. A salvare il tecnico – per adesso – sono la Supercoppa italiana (20 gennaio), l'attenuante degli infortuni, il treno della Champions che non è ancora perso, una partita in meno in classifica con la Juventus. Lo salva la pandemia che tutti i cattivi pensieri (e i soldi) porta via, inducendo la proprietà a non fare colpi di testa così come a rallentare sul rinnovo del contratto. Lo salva Bakayoko che a Udine la butta dentro all'ultimo assalto. Lo salva il ragionamento che due esoneri nel giro di un anno (‘Ringhio' dopo Ancelotti – e non c'è comunque paragone che regga tra i due) sarebbero difficili da spiegare se non con un atteggiamento schizofrenico e un'autocritica feroce.

Giocare senza Mertens e Koulibaly sarebbe dura per chiunque. Farlo anche senza Milik assottiglia alternative e qualità. Non avere almeno un difensore di fascia che sia al livello del Ghoulam pre-infortunio è un peso oneroso da portare addosso. Arrivare con troppi giocatori in scadenza comporta rischi. Le ultime tre tare macroscopiche hanno altri responsabili (tra direttore sportivo, Giuntoli, e club), il resto è opera del tecnico. Osimhen? Ha giocato troppo poco per definirlo risolutivo e la sua assenza non può essere una giustificazione valida. Non è (ancora) devastante come Cavani. Non ha le caratteristiche di Higuain, un 9 con le qualità di un 10 che faceva gol a raffica. Non è (ancora) diabolico come il belga, duttile e bravo abbastanza da calarsi anche nella parte della punta che la butta dentro alla prima occasione.

E in ogni caso l'abilità di un allenatore consiste anche nell'escogitare il ‘piano b' migliore a costo di accantonare progetti iniziali. Intestardirsi, convinto che il vulnus sia solo la difficoltà altrui di "annusare il pericolo", produce disastri come contro Torino, Spezia e (quasi) Udinese. Provoca scivoloni camuffati dietro il capro espiatorio di turno che la combina grossa (Maksimovic, Fabian o Rrahmani) e viene castigato in pubblica piazza. Innervosisce i giocatori, costantemente sotto pressione come se fossero loro gli unici imputabili. Perché è questo il messaggio che Gattuso lascia filtrare quando va in tv e ‘ringhia' continuamente contro le deficienze – a suo dire caratteriali – della rosa. Ma se non è grado di sfumarle o trasmettere il suo verbo forse c'è dell'altro.

La sensazione è che, a distanza di un anno da quando è arrivato in panchina, Gattuso ancora non abbia capito come far giocare il Napoli, conferendogli solidità tattica e un'identità precise in base agli uomini che ha a disposizione. Lo aveva fatto scegliendo intensità e ripartenze (ovvero, catenaccio e contropiede) nella scorsa stagione, quest'anno è rimasto in mezzo al guado trascinando il gruppo nel gorgo. E questo è l'aspetto principale: mettere i calciatori in condizione di rendere al meglio in base alle loro caratteristiche, dare equilibrio e fiducia a un gruppo che, anche rispetto alla modesta Udinese, è apparso in palese difficoltà.

La riprova è stata alla Dacia Arena: i friulani sapevano cosa fare, i partenopei no aggrappandosi – al solito – agli spunti di Insigne che in passato era abituato ad agire all'interno di un'idea di gioco chiara, che ne esaltava le qualità e si muoveva all'unisono con il resto della squadra. La stessa che oggi si accende a intermittenza e mostra fragilità preoccupanti (il Napoli prende gol da 7 gare consecutive) quando: le viene chiesta ‘costruzione dal basso', pur non avendo chi è in grado di impostarla; non sa come innescare le sue armi migliori (il capitano e Zielinski); si snatura fuori posizione/ruolo (è il caso di Fabian Ruiz, di Lozano e che fine ha fatto Demme?); fa fatica a sviluppare l'azione nonostante percentuali bulgare nel possesso (63% a Udine, 66% a Benevento, 67% con la Samp) e al tiro (29, clamorosi, contro lo Spezia); ha poca lucidità al momento della conclusione; fino a spezzarsi in due e a restare in balia degli avversari (è successo in particolare con Sassuolo, che ha dettato legge, e Milan, micidiale con Ibra).

Nessuno chiede a Gattuso di giocare come Sarri, sarebbe ingeneroso e anacronistico oltre che sbagliato perché quella formazione aveva peculiarità adatte a quell'interpretazione tattica. Nessuno sostiene che la rosa sia la migliore in assoluto – pur avendo maggiori alternative anche rispetto al passato – e priva di pecche ma in un campionato senza padrone, livellato, che vive sul filo degli episodi a premiare è la continuità, la certezza del proprio essere. Queste cose il Napoli non le ha e non può essere solo difetto dei calciatori.

Il paradosso aggravante è che se non avesse fallito in casa contro Toro e Spezia, se avesse incassato quei 5 punti in più che pesano (e peseranno) come un macigno, sarebbe terzo a -1 dall'Inter e a +2 dalla Roma (battuta nel primo scontro diretto) con una gara in meno. E qui si apre un altro argomento di discussione: al ‘Maradona' (che Diego li abbia in gloria…) gli azzurri hanno una media punti di 1.63 a partita (4 vittorie, 1 pareggio, 3 sconfitte) notevolmente inferiore rispetto al trend in trasferta (media di 2.25 a match – 8 vittorie, 6 pareggi, 2 sconfitte). In casa subiscono più gol (10) che lontano dalle mura amiche (6), segnano un numero di reti (19) di poco inferiore in ‘terra straniera' (15). Gattuso ha preso il Napoli che era settimo, ha chiuso lo scorso campionato nella stessa posizione e, attualmente, è sesto e fuori dalla zona Champions. Dopo 400 giorni ha una media punti complessiva (52 gare) di 1.87, che diventa 1.85 in Serie A (39) e si alza lievemente fissando il dato sul torneo in corso (1.94).

Riscontri non certo entusiasmanti però in linea con gli obiettivi di una società cui basta chiudere anche tra le prime quattro per ritenersi soddisfatta grazie agli introiti della Champions. Quanto al rendimento e ai risultati, il rientro di Mertens in attacco (e Koulibaly in difesa) dovrebbe aggiustare un po' le cose aspettando (ancora) Osimhen. Ma risollevare la qualità degli interpreti in campo, al netto della variabile psico-fisica che finora ha sottratto dividendi, non cambierà di molto la sostanza di un Napoli che s'è smarrito per colpa di un ‘Ringhio'.