De Vecchi: “Bartesaghi da brutto anatroccolo a cigno meraviglioso, Donnarumma un extraterrestre come Maradona”

Walter De Vecchi parla con la voce di chi ha visto passare il calcio attraverso generazioni, ruoli e rivoluzioni. Oggi fa il nonno, dice sorridendo, ma per quasi mezzo secolo è stato dentro il pallone senza mai uscirne davvero: prima centrocampista, poi allenatore e formatore di ragazzi diventati professionisti, campioni e uomini.
Il Milan lo ha cresciuto, lo ha riportato a casa più volte e gli ha affidato ciò che di più prezioso una società possa avere: il futuro. Con De Vecchi il calcio non è mai stato solo tattica o risultati, ma educazione, tempo e pazienza.
A Fanpage.it De Vecchi ripercorre una carriera che attraversa la prima stella del Diavolo, la parentesi a Napoli con Maradona, l'arrivo a Milanello di Donnarumma e i nuovi volti rossoneri come Bartesaghi e Torriani; passando da un’idea semplice e sempre attuale: il talento va accompagnato, non bruciato.
Che cosa fa oggi Walter De Vecchi?
"Faccio il nonno. Ho smesso di lavorare nel calcio un anno fa e adesso mi dedico a questo. Niente più campo ma è una. bellissima occupazione (ride, ndr)".
Il Milan è stato una costante nella sua vita: calciatore, allenatore, formatore. Cosa rappresentano per lei i colori rossoneri?
"Casa. Famiglia. Un porto sicuro. Il Milan, negli anni, è sempre stata una certezza. Soprattutto nel settore giovanile, dove ho avuto la fortuna di lavorare per quasi trent’anni. Lavorare con i ragazzi, con persone che crescono, è un compito di grande responsabilità ma anche entusiasmante. È formazione vera".
Ha smesso di giocare a 37 anni. In quel momento aveva già in mente il futuro da allenatore?
"No. Avevo dato tutto. Avevo anche qualche problema fisico, soprattutto al ginocchio. Dopo 19 stagioni da professionista era il momento giusto per smettere. La panchina? È arrivata dopo, come conseguenza naturale. Non avevo ancora chiaro cosa avrei fatto".

Eppure parte subito forte: vince uno Scudetto Allievi con ragazzi come Maccarone e De Zerbi.
"Ma al di là del vincere, la cosa più bella sono i rapporti. Sono ragazzi con cui sono ancora in contatto. La gratificazione più grande è quando, dopo anni, qualcuno ti ferma e ti dice: ‘Mister, che begli anni abbiamo passato'. Quella è la vittoria vera".
Quanto conta l’aspetto umano rispetto a quello tecnico?
"Conta tantissimo. L’allenatore dei giovani è anche un educatore, un formatore. Stai lavorando con quelli che domani saranno le colonne della società".
Lei ha allenato generazioni diverse. È vero che i ragazzi di oggi hanno meno fame rispetto a quelli degli anni ’90?
"È una domanda intelligente. I ragazzi del ’94 erano affamati di calcio. Vivevano per quello. Non c’erano social, non c’erano distrazioni. Oggi il mondo è cambiato, ma i ragazzi davvero bravi e motivati esistono ancora. Solo che devono sapersi isolare".

Mister, lei ha visto crescere uno dei ragazzi che quest'anno sta stupendo la Serie A: ci parli di Davide Bartesaghi, si aspettava questa esplosione?
"Sì. Bartesaghi è la classica storia dei ragazzi tardivi, che alla fine diventano i migliori. Era considerato poco perché fisicamente acerbo. Ma aveva un ottimo piede sinistro, intelligenza e voglia".
Quando è cambiato tutto?
"Negli Allievi Nazionali, con mister Lantignotti. Lì esplode e da brutto anatroccolo diventa un cigno meraviglioso. Ma anche dopo non è stato sempre un percorso facile".
Che tipo di giocatore è oggi e cosa può diventare?
"Ha una struttura fantastica, atleticamente fortissimo, piede sinistro educatissimo. Adesso la sfida è la continuità: nei momenti di down dovrà essere bravo. Ma diventerà un terzino della Nazionale, come Palestra".

C'è un altro ragazzo cresciuto nel Milan che piace anche a big europee (l'Arsenal avrebbe chiesto informazioni): ci racconta che portiere è Torriani e quali sono le sue qualità?
"È il portiere del futuro: alto, freddo, bravo coi piedi. Ma i portieri devono giocare. Non tutti sono Donnarumma".
Perché parla di Donnarumma? Avevate capito subito che era diverso dagli altri?
"Subito. Un extraterrestre. Come Usain Bolt nell’atletica. Stare in porta per lui era naturale, senza stress".
Eppure in Italia viene spesso criticato…
"Il portiere paga ogni errore. Ma Gigio ci ha fatto vincere un Europeo e l'anno scorso è stato determinante per la vittoria del PSG in Champions League. Con i piedi? È tra i primi tre al mondo".

Non tutti lo sanno o, quantomeno, non sempre viene ricordato: De Vecchi giocò a Napoli il primo anno di Maradona in Italia e cambiò ruolo giocando da libero. Chi era Diego e che impatto ebbe anche su di voi…
"Un altro extraterrestre. In allenamento faceva otto gol e dieci assist. Usciva da cinque avversari come se niente fosse.
Reattività, tecnica, tempo di gioco: qualcosa di irripetibile".
Un'ultima curiosità, ma molto personale. Fabio Pandolfi (classe 2008) è uno dei nomi che mi intriga di più di quelli cresciuti nel Milan. Mi dà il suo punto di vista?
"Giocatore fortissimo. Intelligente e tecnico, un play moderno: gli dai la palla e non la perde mai. Ma deve giocare con continuità ad un certo livello".
Qual è il rischio per lui?
"Andare in squadre che non giocano a calcio. Se tocca pochi palloni, se va in squadre che saltano sistematicamente il centrocampo, sicuramente è penalizzato. Nel contesto giusto può arrivare in alto. Se fosse al Barcellona sarebbe già in prima squadra".