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De Laurentiis racconta com’è finita con Giuntoli: “Per 4 milioni buttati, vattene alla Juve”

Il presidente del Napoli ne ha per tutti in conferenza: da Spalletti a Rudi Garcia, fino al rapporto con l’ex direttore sportivo. “È cresciuto per otto anni con noi, nascondendomi che fosse uno juventino sfegatato. Non lo tollero”.
A cura di Maurizio De Santis
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One man show. Aurelio De Laurentiis si piazza dietro la scrivania del centro sportivo di Castel Volturno e snocciola la sua versione dei fatti sulla stagione tremenda del Napoli che fa da contraltare a quella esaltante culminata con la conquista dello scudetto. Tocca tutti gli argomenti, toglie le spine nel fianco e qualche sassolino dalla scarpa.

Il presidente ne ha per tutti e attacca la giaculatoria: la separazione dal tecnico, oggi ct dell'Italia; Il rapporto con Rudi Garcia, la verità sull'esonero e la scelta che, potesse, non farebbe più, compreso mandar via quello staff di preparatori (Sinatti) sacrificati sull'altare dell'aut aut del francese e dei suoi uomini di fiducia (Rongoni); lo stadio di proprietà che può fare ad Afragola e il centro sportivo. Mazzarri che è sempre un amico e "lasciatelo lavorare poi a fine stagione vediamo che succede"; l'insostenibile leggerezza dell'essere sempre in prima fila, sovra-esposto, perché dice "io sono l'uomo del fare, non del far fare… mio padre mi ha insegnato a curare e conoscere l'impresa"; infine, l'ex direttore sportivo, Cristiano Giuntoli, al quale non perdona il peccato originale di essere tifoso della Juventus.

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Una cosa inaccettabile. E più ancora gli fa ribollire il sangue nelle vene non essere mai riuscito ad accorgersene in 8 anni di collaborazione. Come ha fatto a tenergli celato quel segreto? Non se lo spiega. "Quando l'ho preso che veniva dalla Serie D nessuno si è chiesto chi fosse. Lui è cresciuto per otto anni con noi, nascondendomi che fosse uno juventino sfegatato. Se l'avessi saputo, non l'avrei trattenuto. Io gli voglio bene e sarò sempre pronto a dargli una mano, ma certe cose non le tollero".

Il rapporto con l'ex diesse e gli ultimi mesi nella stagione dello scudetto vengono scanditi dal massimo dirigente (anche) per rintuzzare l'accusa d'impreparazione sul mercato nel reperire un difensore centrale adeguato per sostituire Kim: "È stato un separato in casa dal mese di novembre – ha aggiunto -. Nelle orecchie mi intimava sempre di andare alla Juventus. E se me lo dici così, allora ti faccio restare per un altro anno. Alla fine uno si guarda allo specchio e mi sono detto che per quattro milioni di euro buttati nel cesso non vale la pena farsi un danno ulteriore. Volevi andare alla Juve? Vattene alla Juve".

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Addio al veleno e con tanto amaro in bocca. In fondo al bicchiere ci sono (anche) i fondi dello strappo di Spalletti, di cui quasi ne imita la voce quando gli ha chiesto di poter tornare alla sua terra per "fare il contadino". Lo attacca ammettendo di aver commesso un solo errore: non averlo trattenuto facendo valere gli accordi contrattuali a costo di andare allo scontro. Gli rinfaccia gli scivoloni mortificanti contro il Milan, in campionato (per quello 0-4 che ha ancora sullo stomaco) e più ancora in Champions: "Sono rimasto deluso perché pensavo di vincerla… almeno di arrivare in finale. Se ce l'ha fatta l'Inter che era 20 punti dietri di noi perché non avremmo potuto farlo anche noi?".

De Laurentiis fa intendere che s'è sentito tradito perché qualcosa nell'aria aveva fiutato (che Gravina, presidente Figc, lo volesse in Nazionale) ma l'ha lasciato andare quando gli ha parlato dell'anno sabbatico e della necessità di riprendersi quegli spazi di vita che l'impegno stressante da allenatore gli aveva sottratto.

È quello il punto di non ritorno, in mezzo ci sono il casting degli allenatori (da Thiago Motta a Luis Enrique) e una sfida per il futuro. "Guardo già al 2030 e sto immaginando ciò che devo fare perché in quel momento questa squadra e questa città siano economicamente pronte per competere con le squadre più forti al mondo. Questo è il mio obiettivo".

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