Davide Borsellini, calciatore in Kosovo: “Stipendio normale ma vivo benissimo. Un primo al ristorante 3 euro”

Dall'infortunio che gli ha condizionato la carriera alla rinascita lontano dall'Italia. Il portiere romano Davide Borsellini (27 anni), cresciuto tra Udinese, Paganese e Serie C, ha raccontato a Fanpage.it la sua scelta di ripartire dal Kosovo "nata da una necessità" dopo un anno e mezzo di stop e la sensazione di essere stato messo da parte dal calcio italiano ("per alcuni ero già vecchio…"). Oggi, dopo tre stagioni all'estero nella Raiffeisen Superliga con Fushë Kosova, Feronikeli 74 e KF Rilindja, vive una realtà completamente diversa: meno pressioni, maggiore serenità, soddisfazioni economiche, una qualità della vita che gli ha restituito entusiasmo. Borsellini parla anche del futuro, tra un bel matrimonio da regalare alla sua compagna ("per il quale sto mettendo i soldi da parte giocando qui"), il sogno di aprire un ristorante una volta chiusa la carriera e la voglia di costruirsi una vita stabile lontano dagli stereotipi del calcio. "Vengo da una famiglia di lavoratori. E ho imparato fin da piccolo cosa vuol dire fatica e svegliarsi presto per andare al mercato".
Davide, come nasce l’opportunità di andare a giocare in Kosovo?
"Nasce da una necessità. Dopo l0'infortunio alla Viterbese, quando mi ruppi il naso e il setto nasale, sono rimasto fermo praticamente un anno e mezzo. Avevo chiuso il rapporto con la società e anche con il mio procuratore di allora. Quando ho provato a ripartire in Italia mi sono scontrato con una mentalità difficile: prima sei troppo giovane, poi improvvisamente diventi troppo vecchio. Avevo 24 anni, ma dopo quell’infortunio sembrava che non avessi più mercato".
Ti sei sentito escluso dal calcio italiano?
"Sì. In Italia conta tantissimo il momento. Io venivo da anni importanti: Udinese, Serie C, sempre sotto età, esordio a 17 anni a Foggia, esperienze importanti anche con il Rende. Però appena ti fermi, soprattutto da portiere, diventa complicatissimo. Mi sentivo dire continuamente: Abbiamo il 2004, il 2005… Come se a 24 anni fossi finito".
E lì è arrivata la proposta dall’estero.
"Esatto. Un procuratore con cui collaboro ancora oggi mi parlò di questa possibilità in Kosovo. Mi disse: Qui non guardano l'età, guardano se sai giocare. Per me era l'occasione di ripartire invece di restare fermo. Sono andato a gennaio, dopo un anno e mezzo praticamente senza partite vere nelle gambe. Mi fecero firmare subito il contratto, dicendomi: Sappiamo del tuo infortunio, ma vogliamo vedere come stai. Quell’umanità mi colpì tantissimo".
I primi mesi come sono stati?
"Difficili, soprattutto per la lingua. Io non parlavo inglese. Per tre mesi e mezzo ho vissuto con il traduttore h24 e con Google Traduttore in mano. In campo parlavo italiano, inglese e qualche parola d'albanese tutta insieme. Però non ho mai avuto paura. Mi dicevo: al massimo torno indietro".

Quando ha capito di essere entrato in un altro mondo calcistico?"
"Quando ho provato una sensazione di serenità. Qui vai allo stadio tranquillo, parcheggi la macchina e nessuno te la tocca… In Italia spesso vivi con pressione e tensioni continue. In Kosovo ho trovato un ambiente molto più umano. Gli italiani sono amatissimi e io mi sono sentito accolto da subito bene".
Senza darmi cifre precise, il potere d'acquisto e lo stipendio che percepisce le permettono una serenità che in Italia, nelle categorie inferiori, oggi è difficile avere?
"Sì, soprattutto se rapportiamo queste condizioni economiche al costo della vita. Non guadagno dieci volte più che in Italia, sarebbe falso dirlo. Però qui con uno stipendio normale o più che normale, diciamo così, vivi benissimo. Un filone di pane costa 40 centesimi, un litro di latte non arriva a un euro, gli affitti sono bassissimi. In Serie C in Italia magari prendi 1500-1800 euro al mese e fai fatica. Qui è tutto diverso".
Anche perché il costo della vita è più basso rispetto all'Italia.
"Assurdo. Ti faccio un esempio: un primo piatto di pasta al ristorante qui costa meno di tre euro. Una sera ho mangiato tartare e filetto spendendo meno di venti euro in totale. In Italia ormai con quei soldi quasi non riesci neanche a sederti. E la benzina è aumentata da poco per colpa della guerra".
Anche la tassazione cambia molto.
"Completamente. In Italia arrivavo a pagare una percentuale spropositata di tasse. Qui la tassazione massima è il 12%. È un altro mondo anche da quel punto di vista. Per questo tanti investono qui e sto pensando che magari, quando finirò di giocare, potrei costruire qualcosa anche in Kosovo".

Quindi il Kosovo non lo vede solo come una tappa calcistica.
"No, assolutamente. Qui stanno investendo tantissimo. Anche fuori dal calcio ci sono opportunità vere per chi vuole lavorare e costruire qualcosa. Il costo della vita è basso, l'impostazione fiscale è contenuta e la gente apprezza chi porta qualità e professionalità. Per questo penso che possa diventare anche un posto dove fermarsi a vivere o fare impresa dopo il calcio".
Hai già pensato a cosa fare quando smetterà di giocare?
"Sì, ci penso spesso. Qui vedo tantissime opportunità. Mi piacerebbe fare qualcosa legato alla ristorazione. Non serve inventarsi chissà cosa: se fai le cose bene, qui la gente apprezza. Magari un ristorante con cucina italiana e qualche piatto tipico locale. Cinque o sei piatti romani fatti bene, perché io sono originario di Roma, e cinque o sei piatti loro. E secondo me lavori tantissimo".
Ha una famiglia?
"Oltre ai miei parenti stretti, no. Non ancora".
È legato sentimentalmente? E, se così, quanto è difficile avere una relazione a distanza?
"Tanto. La mia compagna lavora dieci ore al giorno a Milano e riusciamo a sentirci soprattutto la sera tardi in videochiamata. La distanza è la parte più difficile di questa esperienza. Però tutto questo lo faccio anche pensando al nostro futuro".
State già pensando al matrimonio?
"Sì. Voglio riuscire a darle il matrimonio che sogna. Sto mettendo soldi da parte anche per quello. Se fosse stato solo per amore, l'avrei sposata il primo giorno che l'ho conosciuta".
Ha mai pensato di mollare tutto dopo l'infortunio?
"No, mai. Però ho dovuto lavorare. E lo dico con orgoglio. Quando ero fermo e non potevo allenarmi sono andato a fare il banchista. Vengo da una famiglia di lavoratori: abbiamo una macelleria storica a San Giovanni, a Roma. Sono cresciuto al mercato, facendo consegne e aiutando dietro al banco. Per me il lavoro non è mai stato un problema".

Le dava fastidio il giudizio della gente?
"Più che altro mi faceva e mi fa sorridere la mentalità italiana. Se non giochi in Serie A, allora sembri uno che ha fallito. Ma io dico sempre: se uno gioca vent'anni in Serie C, guadagna bene e si costruisce una famiglia, una casa e una vita stabile ma dov'è il problema? Il lavoro vero l'ho visto da piccolo: svegliarsi alle tre del mattino per andare in macelleria".
Che consiglio darebbe a un giovane calciatore italiano bloccato nelle categorie inferiori?
"Gli direi: Non avere paura di partire. In Italia tanti restano fermi per comodità, per non allontanarsi da casa o perché pensano che andare all'estero significhi fallire. Non è così. Qui magari giochi una Serie A meno conosciuta, ma fai esperienza, cresci e puoi rilanciarti davvero".
Ha anche aiutato altri giocatori italiani a trasferirsi all’estero.
"Sì, perché io per primo all'inizio venivo preso in giro. Mi dicevano: Vai in Kosovo? Ma dove vai… Poi però alcuni ragazzi hanno capito che all'estero ci sono opportunità vere".
E lei rifarebbe la stessa scelta?
"Mille volte. Perché mi ha ridato il piacere di giocare a calcio e anche la serenità come persona. Alla fine il calcio è questo: se trovi il posto giusto, puoi ripartire ovunque".